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Un bel primato!

Cari amici, anche quest’anno l’Italia si guadagna un bel primato. Quale? E’ uno dei Paesi più corrotti al mondo! Niente di nuovo sotto il sole, come si suol dire. A comunicarci questa Leggi tutto »

Commissario sì, commissario no: il nuovo gioco a premi della Capitale!

Cari Amici, conosco un proverbio che recita: “l’uomo accorto impara dai propri errori, il saggio impara da quelli altrui”. Potrei aggiungere che l’uomo stolto è invece chi nella consapevolezza dell’errore persiste nell’errare. Leggi tutto »

SOS MALASANITÀ IL CODACONS LANCIA IL NUOVO NUMERO VERDE GRATUITO PER LE VITTIME DELLA MALASANITA

Cari Amici, vi informo che il CODACONS ha lanciato un nuovo numero verde gratuito per le vittime della “malasanità” – 800 582493 per richiedere una consulenza – e girato lo spot che potete Leggi tutto »

CERNOBBIO: SU TUTELA DEI PRODOTTI ALIMENTARI ATTIVITA’ MAGISTRATURA INSUFFICIENTE

CODACONS CHIEDE MAGGIORI SFORZI CONTRO CONTRAFFAZIONI ALIMENTARI E FRODI PRESENTATI OGGI GLI INCREDIBILI DATI SULL’INEFFICIENZA DELLA GIUSTIZIA ITALIANA SUL FRONTE ALIMENTARE Nell’ambito del Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione in corso a Cernobbio Leggi tutto »

Scuola: al via test Tfa, Codacons vigila su irregolarità

Già presentato esposto per anomalie emerse a Milano (ANSA) – ROMA, 17 LUG – Il Codacons vigilerà sullo svolgimento dei test preliminari per l’accesso al secondo ciclo del Tfa (Tirocinio formativo attivo) Leggi tutto »

Safer Internet Day 2016

Cari amici,

domani si celebra il Safer Internet Day, la giornata mondiale per la sicurezza in Internet. Un giorno davvero importante che ci aiuta a riflettere sulle potenzialità e sulle conseguenze, spesso negative, che la rete ha sulla nostra vita.

Il web e i social network sono ormai entrati a far parte della nostra quotidianità, spesso sostituendo le reali relazioni sociali.

Ma, nella nuova network society quasi nessuno degli utenti Facebook e Twitter comprende la pericolosità del mezzo che utilizza: stare seduti dietro allo schermo di un pc non restituisce, infatti, la misura della potenza di Internet.

Questa “innocente” inconsapevolezza non solo ci espone a tutte le insidie del mondo virtuale, ma – cosa ancor più grave – azzera la nostra privacy: foto, pensieri, stati d’animo, tutto è alla portata di tutti. Tutto è pubblico, senza filtri e senza remore.

Non a caso i “nuovi” reati, di cui si parla sempre più spesso, consistono in una violazione della privacy tramite l’uso del tutto improprio del web: lo stalking, le truffe, il furto di identità e il cyberbullismo.

E ad andarci di mezzo, come dimostrano i recenti casi di cronaca, sono spesso gli adolescenti. I ragazzi di oggi sono sempre più interconnessi, in rete giocano, parlano, studiano, comprano e vendono, ascoltano musica, guardano video. Insomma, in una parola, vivono in rete, spesso senza alcun controllo, completamente ignari sia delle opportunità che dei rischi del web.

Proprio per questo, in occasione del Safer Internet Day, la Polizia Postale e delle Comunicazioni, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, ha deciso di organizzare workshop sul tema del cyberbullismo nelle scuole di 100 capoluoghi di provincia italiani.

I poliziotti del web incontreranno, così, oltre 60mila ragazzi al motto di “Play your part for a better Internet”, ovvero “Gioca la tua parte per un Internet migliore”.

Il nome del progetto – ideato dalla Commissione Europea – è in questo significativo: “una vita da social”. L’obiettivo è semplice: aiutare i ragazzi a navigare in rete in modo sicuro, sfruttando tutte le potenzialità comunicative del web e scongiurando la possibilità di ritrovarsi vittime di cyberbullismo.

I tristi casi di cronaca nera a cui ormai la televisione ci ha abituato partono spesso dai social network: una foto o un video condiviso in modo sbagliato, con il chiaro intento di violare la privacy dell’altro, di deriderlo, o con l’ingenuità propria degli anni dell’adolescenza, e il danno è fatto!

“Una vita da social” vuole evitare tutto questo, vuole insegnare ai ragazzi a coniugare in modo efficace le dinamiche di relazione ed espressione di sé con la tutela della privacy propria e degli altri.

Sono convinto che iniziative come queste siano di fondamentale importanza perché aiutano a portare all’attenzione di un gran numero di utenti la sicurezza nell’uso della rete. Non a caso, in molti Paesi come l’Inghilterra, i ragazzi a scuola hanno la possibilità di inserire nel proprio percorso di studi la “media education”, una materia specifica che educa bambini ed adolescenti ai media e con i media.

In Italia una disciplina del genere non è ancora prevista nel nostro ordinamento scolastico, eppure sono sicuro che la formazione e la prevenzione siano gli unici strumenti che abbiamo per arginare il fenomeno del cyberbullismo.

A presto,

Carlo

Che spreco, lo spreco alimentare!

Cari amici,

in occasione della Giornata Nazionale di prevenzione dello spreco alimentare che si celebra oggi, 5 febbraio non intendo fare rimproveri paternalistici come: “non buttate mai via niente”, “svuotate il piatto”, o “pensate ai bambini del Terzo mondo che muoiono di fame”. Sono espressioni ormai superate che lasciano un fastidioso retrogusto moralistico. Non posso, allo stesso tempo, tacere le cifre da capogiro quando si parla di avanzi alimentari.

Nel mondo ogni anno si spreca cibo per mille miliardi di dollari, se poi si aggiungono i costi legati all’acqua e all’impatto ambientale si arriva anche a 2.600 miliardi! Ma anche in Italia non si scherza: ogni settimana si gettano in media 7 tonnellate di cibo. L’ultimo Rapporto Waste confermerebbe le cattive abitudini alimentari degli italiani: il cibo domestico buttato vale circa 8,4 miliardi di euro all’anno, che – facendo due calcoli – equivalgono a 6,7 euro settimanali a famiglia per 650 grammi. A rimetterci, oltre che le tasche, è sopratutto l’ambiente: risorse naturali ormai inutilizzabili e montagne di rifiuti da smaltire.

In mezzo a tanta incuranza c’è però un dato positivo: 1 consumatore su 2 nel nostro Paese è disposto a spendere un po’ di più pur di ridurre lo spreco. Mi riferisco al packaging, l’imballaggio di qualità che conserva il prodotto a lunga durata. Segno di un cambiamento di rotta? Così sembrerebbe, visto che fioriscono iniziative e gruppi di lavoro da parte di enti e associazioni volte a prevenire e a combattere lo sperpero alimentare.

Proprio ieri a Roma Last Minute Market, la società che nasce da un gruppo di ricercatori dell’Università di Bologna ha presentato la campagna europea, dal titolo “Spreco zero”, con l’intento di sensibilizzare e modificare la cultura dei consumatori, ma anche i comportamenti delle imprese addette alla produzione e alla distribuzione.

Come non citare poi Equoevento, sorta solo nel 2013, ma già molto operativa nei centri in cui è presente (Roma, Milano e Torino). L’associazione ha inventato una nuova formula, quella di raccogliere gli avanzi di eventi come matrimoni, battesimi – in altre parole – tutte quelle occasioni da banchetti interminabili, per poi consegnarli prontamente agli enti di beneficenza. Un bel modo per aggirare l’ostacolo: gestire lo spreco, materialmente “raccogliendolo”, in linea con quanto già sostenuto dalla Legge Antisprechi, entrata in vigore dal 2008.

I timidi segnali di una crescente sensibilità, tuttavia, risultano ancora ben lontani da una diffusa cultura della tutela e conservazione alimentare priva di eccessi, specie in ambito domestico. Un ossimoro per un Paese che eccelle in gusto per il cibo, tema centrale anche dell’Esposizione Universale conclusasi a Milano solo qualche mese fa. Ad maiora, dunque, sempre!

Un saluto,

Carlo

L’eterna attesa dei malati oncologici

Cari amici,

oggi è la Giornata internazionale contro il cancro, organizzata dall’Union for International Cancer Control (UICC), un’organizzazione non governativa che rappresenta associazioni impegnate nella lotta alle neoplasie in oltre 100 Paesi. L’iniziativa vuole sensibilizzare sempre più persone a impegnarsi a livello individuale o collettivo contro il tumore, che ogni anno su scala mondiale causa in media la morte di 8 milioni di persone.
Dal canto loro, gli specialisti raccomandano la prevenzione come l’arma più efficace per combatterlo. Il 40% dei decessi provocati dai tumori può essere, infatti, evitato se si ricorre a misure cautelative come uno stile di vita sano.
In queste occasioni, dalla tv alla radio, dalla stampa alle pagine social si parla tanto di consapevolezza collettiva, di prevenzione – tutti discorsi validissimi – quando in Italia manca in realtà l’abc! Di cosa parlo? Delle interminabili attese di chi si rivolge alle strutture ospedaliere per aver accesso agli esami oncologici, per cui mi vien da dire che allo slogan della Giornata mondiale, “We can, I can” (“Noi possiamo, Io posso”), bisognerebbe “allegarne” un altro: “Il tumore non aspetta”!
Il 2014 in particolare è stato l’anno terribile che ha visto l’aumento sorprendente di segnalazioni al Tribunale dei diritti del malato. La protesta è partita da cittadini esasperati dagli innumerevoli ostacoli incontrati per sottoporsi agli esami oncologici in tempi brevi.
Verrebbe da chiedersi se non sia prevista per i malati di cancro una corsia preferenziale, la possibilità, cioè, di accedere alle prestazioni tempestivamente. In realtà il Piano nazionale di governo delle liste di attesa del 2010-12 prevedeva per i malati oncologici, una volta effettuata la prima visita, di intreprendere un iter diagnostico-terapeutico entro un limite di tempo, stabilito in base alle diverse fasi della cura, all’aggressività del tumore e al quadro clinico. A quanto pare, dalla teoria alla pratica il passo è lungo! Tuttora i malati oncologici incontrano molteplici difficoltà per i più svariati motivi: la copertura territoriale dei reparti specializzati, la sicurezza della struttura ospedaliera, la reperibilità del medico specialista, i viaggi – non proprio economici – per sottoporsi a particolari interventi.
Spesso accade che pazienti si trovino costretti a “inseguire” gli specialisti di riferimento nelle varie fasi dell’assistenza. Per non parlare poi della corsa ai documenti necessari per iniziare i cicli di chemioterapia o radioterapia, che si trasforma il più delle volte in una vera e propria maratona prima di ottenere il lasciapassare.
E l’elenco potrebbe continuare. Chi è costretto a spostarsi – da Sud a Nord o da regione a regione – per subire interventi e cure adeguate non sempre ottiene i rimborsi necessari. La copertura dei costi avviene a macchia d’olio, nel senso che ci sono regioni che rimborsano il malato con un importo fisso o in base al reddito, in alcuni casi, poi, l’accompagnatore e la famiglia non vengono proprio considerati.
Altro nodo irrisolto è, infine, il diritto d’indennità d’accompagnamento (anche per brevi periodi) che spetterebbe alla persona affetta da cancro che segue un trattamento aggressivo, come la chemioterapia, per cui ha bisgono di continua assistenza. Non mi sorprende sapere che anche in questo caso la procedura per il riconoscimento dello stato di invalidità o di handicap si trasformi in un terno al lotto!
In occasione della Giornata mondiale contro il cancro non posso che rivolgermi al Ministero della Sanità e alle istituzioni competenti affinché, anche a livello burocratico, la lotta al tumore venga combattuta, sul serio!

A presto,
Carlo

Addio green Italy!

Cari amici,

da ieri l’Italia si impegna a diventare più “green”, più rispettosa dell’ambiente e attenta a ridurre tutte le forme di inquinamento.

Niente più cicche di sigarette per terra – a meno che non si voglia incorrere in multe salate – i semafori saranno dotati di lampade a basso consumo, la pubblica amministrazione dovrà gestire gli appalti rispettando i “criteri minimi ambientali” e imprese e piccole isole avranno incentivi per la raccolta, lo smaltimento e la riduzione della produzione dei rifiuti.

Tutto bello e tutto giusto, ma vanificato dalla possibilità che i vecchi cementifici vengano convertiti in inceneritori.

Una decisione presa durante il governo Monti e concretizzata poi dall’esecutivo Letta con il cosiddetto decreto Clini – sì, proprio l’ex ministro dell’ambiente accusato di corruzione – che consente ai cementifici di svolgere lo stesso, sporco compito degli inceneritori: bruciare i rifiuti, grazie all’uso di un combustibile ritenuto meno inquinante.

Ma a mettere la ciliegina sulla torta è Matteo Renzi.

Il sogno del premier è: “un’Italia che se cambia diventa smart, vogliamo liberare interventi fermi da 40 anni”, e così via allo Sblocca Italia, a 13 provvedimenti governativi per far ripartire edilizia e grandi opere con lo scopo di spingere la ripresa economica.

Tra gli interventi previsti – in piena sintonia con la filosofia del rottamatore – c’è una soluzione low cost e veloce al problema dei rifiuti: evitari di costruire impianti nuovi e convertire, appunto, i cementifici.

Quindi, se da un lato l’Europa si impegna a smantellare e potenziare la raccolta differenziata, l’Italia ha deciso di fregarsene, mettendo a rischio la salute di tutti noi.

L’Arpa – Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente del Piemonte – ha infatti pubblicato uno studio sugli effetti che lo storico inceneritore di Vercelli ha sugli abitanti che risiedono nelle vicinanze.

Lo studio ha evidenziato un aumento della mortalità generale del 20 per cento nei residenti e un aumento di patologie invalidanti come il tumore del colon retto del 400 per cento, il tumore del polmone del 180 cento, l’infarto più del 90 per cento, enfisema e bronchite cronica più del 50 per cento.

Nel caso di Vercelli si tratta di un inceneritore concepito allo scopo di bruciare rifiuti, quindi dotato di tutti gli accorgimenti sistemici atti all’abbattimento degli agenti inquinanti. Ma cosa sarebbe successo se non si fosse trattato di un semplice inceneritore, ma di un cementificio costruito con un altro scopo e poi trasformato in un forno per lo smaltimento dell’immondizia? Non è difficile immaginare gli effetti devastanti che avrebbero sull’ambiente e sulla nostra salute le emissioni di diossina e metalli provenienti da impianti costruiti più di 50 anni fa con tutt’altra mission.

Caro Renzi, va bene risparmiare e rottamare ma non a discapito di noi cittadini!

A presto,

Carlo

Affittasi case lussuose a prezzi stracciati!

Cari amici,

nella città eterna chi non vorrebbe svegliarsi al mattino in un appartamento con vista Colosseo, o affacciarsi dal balcone e contemplare la splendida cupola di San Pietro? Il problema di vivere in centro è però il costo esoso degli affitti, che non sono certo alla portata di tutti! Eppure, c’è chi abita a Borgo Pio, a due passi dal Vaticano e paga 10,20 euro al mese, e chi ha un alloggio con vista sui Fori Imperiali e arriva – sempre al mese – a pagare 23,36 euro! Ma è davvero possibile? Ebbene sì, dalla Fontana di Trevi a piazza Navona sono centinaia gli immobili di proprietà del Comune di Roma, che vengono affittati a prezzi stracciati.

Si tratta del caso “Affittopoli”: immobili super lussuosi affittati a fondazioni, associazioni, onlus o privati quasi gratuitamente. Per questo il commissario straordinario del Campidoglio, Francesco Maria Tronca ha deciso di darci un taglio, ordinando la verifica del patrimonio immobiliare del comune. Ben 574 immobili sono finiti nel mirino delle indagini perché affittati a prezzi sospetti, decisamente fuori mercato, per usare un eufemismo.

Il Comune di Roma conta ben 59.466 beni, sarebbe il più importante d’Italia, eppure nuota tra acque torbide. Ma scandali di questo genere – Affittopoli è una delle vicende più recenti – non risalgono all’altro ieri, vanno avanti da decenni.

Suona strano che il palazzetto medievale con affaccio su via dei Fori Imperiali dal 1946 risulti affidato ai Cavalieri di Malta per soli 12 euro (ai tempi 24 mila lire) all’anno o che l’inquilino di una casa su corso Francia a pochi metri da Ponte Milvio paghi solo 35 euro al mese per 52 metri quadrati.

Per non parlare poi degli appartamenti del Campidoglio, nella maggior parte dei casi molto vecchi, di cui il 60% dislocati nel centro storico, che dal 2001 fino ad oggi – parliamo di migliaia di case – sono stati venduti. Ne restano, tuttavia, altre 700 da alienare. E tra queste – stando all’elenco redatto dagli uffici capitolini – compare un patrimonio di alto pregio che però viene valutato come case popolari. E l’elenco di stramberie irrisolte potrebbe continuare. Come mai? In questo ultimo caso la spiegazione ufficiale data finora è che il Comune, trovandosi in gravi difficoltà nell’elargire case popolari già straripanti, sia stato costretto ad assegnare alloggi in pieno centro storico.

Nel mare torbido dei censimenti, delle delibere e degli accordi di vecchia data permane la politica degli immobili low cost che impoverisce – e non di qualche spicciolo – le casse comunali. Secondo un’indagine del Campidoglio del novembre 2013 si contano 597 case a prezzi stracciati (295 residenziali e 302 commerciali) che fruttano a Palazzo Senatorio solo 2,2 milioni di euro l’anno e che, invece, se vendute all’asta, come aveva ipotizzato l’ex sindaco, Ignazio Marino avrebbero portato nelle casse dell’amministrazione circa 247 milioni di euro.

In una città tanto bella quanto maltrattata, dai mille disagi irrisolti, occorre un intervento efficace e risolutivo, a meno che il Comune non intenda investire il proprio patrimonio come se si trattasse di un trancio di pizza o di un pacco di patatine, tanto il prezzo è il medesimo!

A presto,

Carlo

2016, l’anno della green economy

Cari amici,

da domani entrano in vigore le “Disposizioni in materia di ambiente per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali” previste dalla legge 28 dicembre 2015.

Approvate dopo un lento e lungo percorso parlamentare, le norme del Collegato ambientale mirano a rendere l’Italia più attenta all’ambiente e alla salute dei cittadini, puntando sulla cosiddetta green economy e sull’economia circolare. Insomma, il nostro Paese si impegna – almeno sulla carta – a seguire le direttive tracciate dalla Cop21.

Ermete Realacci, Presidente dell Commissione Ambiente della Camera, ci dice che, ad esempio: “gettare cicche di sigarette per terra e altri piccoli rifiuti sarà sanzionato con pesanti multe sino a 300 euro, uno stimolo per il nostro senso civico; non si possono più pignorare gli animali da compagnia, a partire da cani e gatti, una pratica priva di senso a cui si mette fine grazie a un impegno condiviso con Tessa Gelisio e la Lega Nazionale per la difesa del cane; sarà finalmente riconosciuto l’incidente in itinere anche a chi va al lavoro con la bicicletta, una norma attesa da tempo dalle numerose associazioni di ciclisti, Fiab e Salvaiciclisti in primis”.

Altri provvedimenti riguardano le cosiddette “carrette del mare” che causano inquinamento marino: i proprietari dovranno rispondere anche in base all’inadeguatezza dell’imbarcazione rispetto al carico trasportato; la raccolta dei dati ambientali, così da avere informazioni sempre più complete ed aggiornate, e l’introduzione delle pratiche della green economy anche nella pubblica amministrazione, con la promozione degli appalti “verdi” e dei “criteri minimi ambientali” negli acquisti.

Persino i semafori saranno più “green”, consumeranno meno energia grazie all’uso delle lampade a basso consumo.

Misure particolari sono previste, poi, per piccole isole che disporranno di maggiori risorse per la raccolta dei rifiuti, la cura del territorio e l’autoproduzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.

Oltre a questi importanti provvedimenti, immediatamente operativi, ve ne sono altri, forse i più importanti, che però necessitano di decreti attuativi come gli incentivi alle imprese per l’economia circolare o per la riduzione della produzione di rifiuti.

Infine, non si può non parlare di fondi: 10 milioni stanziati per l’abbattimento dei manufatti abusivi e 35 milioni ai Comuni per progetti di mobilità sostenibile, con particolare attenzione ai percorsi casa-scuola e casa-lavoro.

Insomma, l’Italia ha a disposizione un bel pacchetto – ambiente per provare a diventare più pulita, efficiente e verde.

Le premesse sono senz’altro buone, i provvedimenti – almeno sulla carta – sembrano ragionevoli ma fa sorridere che entrino in vigore proprio nei giorni in cui la presenza di polveri sottili nell’aria che respiriamo è arrivata alle stelle.

Forse prima di cambiare le lampadine ai semafori, il governo e le amministrazioni locali dovrebbero preoccuparsi di attuare misure anti-smog più efficaci delle semplici targhe alterne!

A presto,

Carlo

Telemarketing molesto

Cari amici,

sapete qual è il nemico numero uno di noi italiani? Il telemarketing molesto!

Durante l’arco della giornata e a tutte le ore, siamo letteralmente bombardati da telefonate: gli operatori ci fanno offerte di qualunque tipo, insistendo fino allo sfinimento. Se tutto va bene. Nella peggiore delle ipotesi, infatti, ci troviamo attivati servizi o forniture mai richiesti, in barba alla nostra buona fede!

Non a caso una ricerca – condotta da Human Highway per Pricewise, compagnia olandese che offre uno dei più importanti servizi di “energy switching” in Europa – ci dice che 9 italiani su 10 si sono sentiti proporre al telefono almeno una volta negli ultimi tre mesi offerte commerciali legate al cambio di gestore per i servizi di energia, telecomunicazione o internet, e oltre il 70% dei potenziali clienti contattati telefonicamente ha interrotto immediatamente la conversazione.

Come dargli torto?

Negli anni le telefonate si sono fatte sempre più insistenti ed aggressive e il rischio per noi consumatori di incorrere in vere e proprie truffe è sempre più concreto.

In passato si è cercato di porre fine al fenomeno del telemarketing molesto, senza mai riuscire nell’ardua impresa.

Nel 2011, ed esempio, il governo si è inventato il famoso “registro delle opposizioni” – criticato persino dal Garante della Privacy – che consente al cittadino, il cui numero sia presente negli elenchi pubblici telefonici, di non ricevere più telefonate per scopi commerciali o ricerche di mercato.

L’iniziativa si è rivelata però un vero e proprio fallimento.

Tralasciando i casi di abuso da parte di società che gestiscono call center, il vero problema è che in Italia non esiste un registro per la negazione totale del consenso, come accade in altri Paesi. Così basta attivare una tessera sconto o compilare i moduli per la raccolta punti del supermercato per perdere definitivamente il controllo sul proprio numero telefonico.

Se a questo, al momento, è impossibile porre rimedio, Assocontact – l’Associazione che rappresenta i call center in Italia – ha deciso di intervenire per cercare di rendere le telefonate commerciali il meno moleste possibile.

Da ieri è, infatti, entrato in vigore il Codice di etica professionale per l’autodisciplina nelle attività di call center. Con questo Codice Assocontact “intende garantire che l’attività dei call center, quale espressione di una delle modalità di vendita di beni e servizi, venga realizzata, come servizio per il pubblico, nella tutela dei diritti dei consumatori”. In sostanza, le imprese associate si impegnano a mantenere comportamenti etici che garantiscano la correttezza dell’attività commerciale e la sostenibilità economica della vendita diretta.

Insomma, se non possiamo impedire che chiunque entri in possesso del nostro numero di telefono, il Codice in questione ci garantisce – almeno in teoria – un minor numero di telefonate, non moleste e in orari ragionevoli.

Le premesse sono buone e speriamo che l’iniziativa non si riveli l’ennesimo buco nell’acqua!

A presto,

Carlo

Aria pericolosa

Cari amici,

ci risiamo. Non abbiamo fatto neanche in tempo a cantare vittoria per la fine dell’emergenza smog che le polveri sottili sono tornate ad infestare l’aria che respiriamo. Esaurita l’ondata di maltempo che ha colpito l’Italia nell’ultimo mese, il traffico e le varie attività economiche sono tornate alla normalità causando il superamento dei valori consentiti di Pm10.

La situazione va avanti ormai da 10 giorni ed è destinata purtroppo a peggiorare.

Le previsioni del tempo per i prossimi giorni, infatti, non promettono nulla di buono: almeno fino alla prima settimana di febbraio, un’ondata di caldo stazionerà sulla nostra Penisola, garantendoci un clima mite, asciutto e senza vento.

Proprio quello che ci vuole per avvelenare ancora di più l’aria che respiriamo!

Le centraline hanno registrato il superamento dei valori consentiti in quasi tutta Italia: a Prato, Mantova, Brescia, Varese, Pordenone, Modena, Monza, Sondrio, Lucca, Lodi, Foligno, Bergamo, Como, Verona, Genova, Pavia, Bologna, Pescara.

Le grandi città sono quelle messe in condizioni peggiori: martedì a Roma quattro centraline hanno sforato i limiti di legge, cioè 50 microgrammi per metro cubo, con Tiburtina a quota 67 mg/mc seguita da Cinecittà a 58. A Milano valori di 68 mg/mc in via Senato e 65 a Città Studi, ma erano stati quasi doppi il giorno prima.

Il primato spetta però a Napoli, la centralina al Museo segnava 134 microgrammi per metro cubo di aria, quasi il triplo della soglia limite!

Inutile sottolienare tutti i danni che l’aria avvelenata provoca alla nostra salute, come gravi malattie respiratorie o, nel peggiore dei casi, tumori.

Ora che politici e amministrazioni locali non potranno più contare sull’aiuto di vento e pioggia dovranno darsi da fare per adottare le misure strutturali adeguate a risolvere la nuova emergenza. E pensare che forse – non essendo un esperto in materia il forse è d’obbligo – sarebbe bastato dare retta alle misure di emergenza decise, tra l’altro col benestare dei sindaci, a fine anno dal ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. Non si trattava di obblighi, ma di semplici raccomandazioni che avrebbero potuto scongiurare l’ennesimo disastro: a parte le limitazioni al traffico, nessun sindaco ha ridotto il riscaldamento di due gradi, imposto i 30 km/h per le auto o vietato di bruciare legna e pellet.

I “consigli” di Galletti sono caduti nel vuoto e ora siamo punto e a capo!

I rischi per la nostra salute sono destinati ad aumentare e il governo non sa dove mettere le mani!

Ieri il ministro Delrio in commissione Ambiente ha illustrato la sua strategia per diminuire lo smog: ridurre il numero delle auto in circolazione, incentivando i cittadini ad utilizzare i mezzi pubblici e la bicicletta.

Permettetemi di dirlo, ma sembra proprio che Delrio abbia scoperto l’acqua calda!

Il problema più grande è che per attuare un piano d’azione del genere servono soldi, tanti, che l’Italia non ha o fa finta di non avere, e una vera e propria rivoluzione delle città.

Quale politico si prenderà la responsabilità di attivare misure impopolari, come la chiusura dei centri storici al traffico?

Prendete una metropoli come Roma: sorvolando sul capitolo mezzi pubblici e Atac – su cui ci sarebbe molto da dire – l’uso della biciletta è davvero impossibile per la totale inesistenza di una pista ciclabile che riesca a permettere la circolazione non dico in tutta la città ma almeno nelle zone centrali! Se i cittadini non possono fare affidamento su tram e metro, non possono utilizzare la biciletta – ne va della propria incolumità – l’unica alternativa che resta è proprio la macchina.

Insomma, è il solito cane che si morde la coda!

E intanto, nell’attesa che i sogni di Delrio si avverino, che fare?

A quanto pare, un bel niente!

Un saluto,

Carlo

Un bel primato!

Cari amici,

anche quest’anno l’Italia si guadagna un bel primato. Quale? E’ uno dei Paesi più corrotti al mondo! Niente di nuovo sotto il sole, come si suol dire.

A comunicarci questa bella notizia è la Transparency International, l’organizzazione non governativa che ogni anno stila la classifica mondiale sulla corruzione pubblica percepita.

Secondo il nuovo rapporto, l’Italia si piazza al 61esimo posto tra le 168 nazioni censite e al penultimo posto tra i 28 Paesi dell’Unione Europea.

Meglio di noi stanno persino Grecia e Romania!

Secondo i dati del Corruption Perceptions Index 2015, che riflettono anche l’opinione di potenziali investimenti esteri, nell’ultimo anno l’Italia non è né migliorata né peggiorata, è rimasta stabile, sorpassata persino da quei paesi considerati molto corrotti.

Vi spiego brevemente in cosa consiste la ricerca in questione.

L’indice sostanzialmente misura la corruzione percepita nel settore pubblico, sulla base di dati provenienti da 12 fonti diverse. Ad essere intervistati non siamo noi comuni cittadini, ma esponenti del mondo dell’economia ed esperti internazionali.

A prescindere dalle critiche – legittime, per carità – sulle possibilità di calcolare o meno la corruzione, i risultati dello studio condotto da Transparency International ci raccontano la storia di un Paese in cui la corruzione stessa è dura a morire.

Il che ce la dice lunga sull’impatto che hanno avuto sull’opinione dei soggetti intervistati i vari interventi normativi – come la Legge Severino – o l’impegno di Cantone alla guida dell’Autorità Nazionale Anticorruzione.

Insomma, la nostra cattiva reputazione non solo ci precede ma diventa sempre più solida e duratura grazie agli scandali e agli arresti di cui abbiamo notizia ogni giorno.

E non sono di certo io a dovervi spiegare quanto la reputazione giochi dal punto di vista degli investimenti. Basta pensare alle realtà economico-commerciali nate negli ultimi anni – come Uber, Tripadvisor, Airbnb – realtà che esistono solo grazie alle valutazioni del cliente. Recensioni negative fanno perdere all’azienda in questione clienti e se l’azienda stessa non interviene per migliorare il servizio offerto la strada verso il declino è tutta in discesa!

Avere una buona reputazione, specie in periodi di magra, è quindi una risorsa strategica importantissima.

I dati di quest’anno ci dicono che per l’Italia non sembra essere esattamente così: il nostro Paese continua a non avere neppure la sufficienza nella trasparenza – chi l’avrebbe detto! – e ad essere l’ultima nella classe delle nazioni europee.

“Per compiere un salto di qualità importante occorre un ruolo più forte della società civile” ha dichiarato il presidente di Unioncamere, Ivan Lo Bello. “La battaglia per legalità e trasparenza è resa meno difficile dalla rivoluzione digitale in atto e anche su questo fronte occorre insistere con decisione per fare della macchina pubblica un attore trasparente, imparziale e rispettoso delle regole del mercato”.

Belle parole, non c’è che dire. Ma al momento sembra proprio che l’Italia abbia perso questa battaglia per la legalità.

A presto,

Carlo

Il disastro delle adozioni

Cari amici,

in questi giorni, visto l’avvicinarsi del FamilyDay, si è fatto un gran parlare di adozioni, famiglia, diritti civili e quant’altro.

A prescindere da chi abbia ragione e chi abbia torto – cosa che non spetta a me decidere – nessuno si è preoccupato di spendere una parola per i bambini, i veri protagonisti di tutta questa querelle.

Mentre i partiti si accapigliano per la cosiddetta stepchild adoption, nessuno si è degnato di riflettere anche solo un secondo sul disastroso meccanismo delle adozioni in Italia. Forse perchè i bambini non votano?

Come tutti saprete, i minori, orfani o sottratti per i più svariati motivi ai propri genitori, nell’attesa di essere adottati vivono in quelli che un tempo chiamavamo orfanotrofi: strutture con letti a castello e camerate comuni che dal 2001 conosciamo come “case famiglia”. L’idea che ha guidato questa finta rivoluzione era quella di riproporre la formula familiare, con una coppia che ospita un numero ridotto di minori, coadiuvata da addetti ai lavori. In sostanza, non è cambiato nulla!

In assenza di dati certi, si stima che i bambini parcheggiati in queste strutture siano circa 35mila, a cui si aggiungono i 400 neonati abbandonati ogni anno alla nascita.

Parliamo di bambini che di certo non hanno un vissuto facile alle spalle e che già a 4 anni hanno dovuto combattere con la burocrazia. La loro vita è fatta di cooperative, istituzioni, servizi sociali, tribunali ma soprattutto di incertezza: sanno quando entreranno in casa famiglia ma non sanno quando ne usciranno.

35mila bambini per un numero assolutamente ridicolo di adozioni nazionali: tra le 1000 e le 1300 all’anno.

Perchè? Ve lo spiego subito. Tra lasciando il fatto che l’Italia è l’unico Paese al mondo in cui per adottare un bambino devi subire un processo, il vero motivo è soltanto uno, l’unico che guida tutti i malfunzionamenti italiani: i soldi!

Ebbene sì, anche un tema delicato come le adozioni costituisce per alcuni individui un bieco affare. Un affare da 1 miliardo e mezzo di euro l’anno, o forse più.

Dovete sapere che le case famiglia sono finanziate dai Comuni. Un tariffario nazionale di riferimento non esiste, ognuno fa le cose a modo suo, ma tra vitto, alloggio, cure mediche e psicologiche, un bambino costa allo Stato dai 70 agli oltre 400 euro al giorno. Sì avete capito bene, al giorno!

Moltiplicate questa cifra per il numero di bambini che mediamente ospita una struttura e per tre anni, il periodo medio di permanenza, e il gioco è fatto!

Una casa famiglia riesce ad incassare per un solo bambino ben 150mila euro all’anno! Nel momento in cui il comune non ce la fa più – specie se di piccole dimensioni – la struttura chiude e i minori vengono scarrozzati altrove, dove c’è qualcuno disposto a pagare per mantenerli.

Insomma, per queste realtà i bambini sono una vera miniera d’oro e un’adozione in più rappresenta una retta in meno. Ecco svelato l’arcano!

E anche in questo il nostro Paese ovviamente pecca di trasparenza. Non sappiamo quanti sono i bambini adottati, quanti quelli adottabili, quanti finanziamenti ricevono esattamente le case famiglia.

E il nostro governo non se ne preoccupa affatto. Al nostro governo non interessa la sorte di quei 35mila bambini, interessa portare alla ribalta temi caldi che possano far guadagnare voti e consensi. Il tutto sulle spalle di bambini che aspettano semplicemente una famiglia.

A presto,

Carlo