prova

Un bel primato!

Cari amici, anche quest’anno l’Italia si guadagna un bel primato. Quale? E’ uno dei Paesi più corrotti al mondo! Niente di nuovo sotto il sole, come si suol dire. A comunicarci questa Leggi tutto »

Commissario sì, commissario no: il nuovo gioco a premi della Capitale!

Cari Amici, conosco un proverbio che recita: “l’uomo accorto impara dai propri errori, il saggio impara da quelli altrui”. Potrei aggiungere che l’uomo stolto è invece chi nella consapevolezza dell’errore persiste nell’errare. Leggi tutto »

SOS MALASANITÀ IL CODACONS LANCIA IL NUOVO NUMERO VERDE GRATUITO PER LE VITTIME DELLA MALASANITA

Cari Amici, vi informo che il CODACONS ha lanciato un nuovo numero verde gratuito per le vittime della “malasanità” – 800 582493 per richiedere una consulenza – e girato lo spot che potete Leggi tutto »

CERNOBBIO: SU TUTELA DEI PRODOTTI ALIMENTARI ATTIVITA’ MAGISTRATURA INSUFFICIENTE

CODACONS CHIEDE MAGGIORI SFORZI CONTRO CONTRAFFAZIONI ALIMENTARI E FRODI PRESENTATI OGGI GLI INCREDIBILI DATI SULL’INEFFICIENZA DELLA GIUSTIZIA ITALIANA SUL FRONTE ALIMENTARE Nell’ambito del Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione in corso a Cernobbio Leggi tutto »

Scuola: al via test Tfa, Codacons vigila su irregolarità

Già presentato esposto per anomalie emerse a Milano (ANSA) – ROMA, 17 LUG – Il Codacons vigilerà sullo svolgimento dei test preliminari per l’accesso al secondo ciclo del Tfa (Tirocinio formativo attivo) Leggi tutto »

Metro C: nessuno sa quando finirà!

Cari amici,

a Roma, la città che amo e dove ho scelto di vivere, i cittadini (compreso il sottoscritto) sono costretti giornalmente ad affrontare non poche difficoltà. Tra sporcizia, traffico e mezzi inefficienti la capitale rischia di collassare. Troppi i problemi che non trovano neanche lontanamente una soluzione, come la metro C, ancora incompleta dopo anni di lavori e attese.
Sapevate che la terza linea metropolitana, oltre ad essere l’incompiuta più costosa d’Europa, è diventata anche l’infrastruttura pubblica più lenta d’Italia dopo la Salerno-Reggio Calabria?2_001
Nell’aprile del 2006 sono partiti i lavori per la sua realizzazione e nonostante siano stati spesi ben 3 miliardi e 760 milioni di euro (un miliardo in più rispetto alle spese previste) l’opera ha accumulato un ritardo di sei anni rispetto ai tempi previsti. Manca ancora l’ultima tratta, la T3, che collega San Giovanni a via Amba Aradam con capolinea a Piazza Venezia.
Non si sa quando verrà inaugurata la stazione di San Giovanni (nel 2017 o addirittura nel 2018), né tantomeno quando verrano smantellati i cantieri del Colosseo, che oltre ad essere un pugno nell’occhio per i turisti, rappresentano un intralcio per conducenti e passanti.
Sul sito di Roma Metropolitane leggiamo che la consegna della tratta avverrà presumibilmente nel 2021, ma anche il più ingenuo sa che con ogni probabilità ci saranno ulteriori slittamenti.
Intanto il Comune assieme alla sua società, Roma Metropolitane, da una parte e il Consorzio Metro C (la cordata di imprese e cooperative vincitrice della gara di appalto), dall’altra, si rimpallano colpe e responsabilità. Probabilmente la verità sta nel mezzo, visto che ad essere indagati sono nomi di spicco appartenenti ad entrambe le fazioni. Il motivo? L’aumento di spese impreviste che ha insospettito l’Anac di Raffaele Cantone, spingendolo a intervenire.
E così, tra sperpero di fondi pubblici e indagini ancora in corso, a farne le spese sono ovviamente i cittadini che alla domanda: “quando finirà la metro C” non ricevono alcuna risposta.
Nulla di nuovo sotto il sole: tra le linea A e B che necessiterebbero di qualche “ritocco” e la linea C realizzata solo in parte, a Roma manca – come sempre – l’ABC!

A presto,

CR

Quel che non va nella sanità

Cari amici,

so quanto sia seccante e ridondante parlare di malasanità, ma sono costretto a farlo, visti i recenti dati sulla miriade di errori compiuti nelle strutture ospedaliere! In ben sette anni, dal 2005 al 2012, quasi duemila sono state le “disattezioni” o – volendo essere più diretti – gli “orrori” commessi. Il caso del rene scambiato, del farmaco sbagliato o della terapia inadeguata sembrerebbero parti di un intreccio da commedia teatrale; e, invece, è quanto accaduto realmente a non pochi pazienti. malasanità
Il Simes (il Sistema informativo per il monitoraggio degli errori in sanità) ha raccolto 1.918 segnalazioni, che per lo più interessano le Unità di Medicina. Un elenco infinito di eventi avversi, di cui 753 si sono verificati nei reparti di degenza, 359 in sala operatoria e 130 in bagno. E poi, 471 segnalazioni riguardano la morte o il grave danno per la caduta della persona assistita. Ma che dire dei 159 casi di materiale dimenticato all’interno del malacapitato di turno durante le operazioni chirurgiche? Tra le segnalazioni più preoccupanti, infine, quelle relative ai casi di suicidio o tentanto suicidio, dove si contano 295 pazienti. Allarmante, vero? E la lista potrebbe continuare, ma preferisco fermarmi qui.
Mi sembra chiaro che molti errori non siano dovuti alla semplice disattenzione o a imprevisti tecinici: è il modello organizzativo di assistenza che spesso non funziona. Con questo non voglio fare di tutta l’erba un fascio: esistono delle eccellenze nel settore, ma accanto a queste, come un vicino fastidioso, ci sono anche molti sprechi e falle gigantesche che devono far riflettere (e agire) il Ministero della Salute. Non avremmo avuto questi risultati se i precedenti governi (compreso l’attuale) avessero investito nel settore sanitario, anziché dilaniarlo. Ma a quanto pare, pur di non risolvere il problema, si preferisce veder qualcun altro con la vita rovinata o, peggio ancora, nella fossa!

A presto,

CR

E alla fine arriva “Arfio”!

Cari Amici,

era nell’aria, e oggi è stato confermato: Forza Italia vira su Alfio Marchini, l’imprenditore che non ricorda i capolinea della metro. Marchini – cosa mai vista, o quasi – subentra in corsa, come in una partita di calcio, quando mancano pochi minuti al termine e l’allenatore è disperato.

Così si risolve, almeno così assicurano, lo psicodramma che ha agitato le notti del centro-destra italiano a solo poche settimane dal voto. Bertolaso, screditato dal suo stesso partito, si siederà “in panchina”: è lui l’agnello sacrificale sull’altare della “tenuta” del partito di Berlusconi.

Ebbene, qual è il problema? Questo: che proprio “Arfio” – come lo chiamano i romani, abituati a soprannomi e nomignoli – ha puntato tutta la comunicazione della sua campagna elettoraleelezioni-roma-2016-alfio-marchini-manifesto sull’estraneità all’apparato. “Liberi dai partiti“, lo slogan della sua lista, andava bene forse per un outsider: ma di sicuro diventa controproducente, e un po’ imbarazzante, se ci si apparenta con un “partitone” come quello dei forzisti, imbottito di uomini di palazzo, strutturato come una macchina elettorale, da 20 anni e più al centro delle vicende politiche italiane.

Servirà il bianchetto, su quei manifesti: o, meglio, sarebbe il caso di rimuoverli al più presto. Questo è quello che abbiamo chiesto noi del Codacons, perchè gli elettori devono essere correttamente informati sui contenuti di una campagna elettorale cruciale per la città di Roma. Una campagna cui stiamo partecipando anche noi di RienzixRoma, nella convinzione di garantire un’adeguata rappresentanza ai cittadini comuni, a tutti quelli che vogliano fare una scelta – stavolta sì – di rottura con l’immobile panorama politico del nostro Paese.

E però, oltre a questo, al simpatico “Arfio” non posso risparmiare un consiglio amichevole: la prossima volta si ricordi di andare piano con le promesse, le assicurazioni, le certezze. Se le cose cambiano – e in politica cambiano – possono trasformarsi in lacci, boomerang, debolezze. Come nella vita, anche in campagna elettorale è meglio evitare di promettere cose che non si possono mantenere.

A presto,

CR

Hanno fatto a pezzi la sanità pubblica

Cari amici,

è ufficiale: hanno fatto a pezzi la sanità pubblica. Gli ultimi dati Istat ci avevano già avvertito della diminuzione della speranza di vita: una notizia assurda, medievale, che mai avremmo sperato di voler sentire, perchè ne pagano le spese – come sempre – in primis le classi sociali più deboli. Ma non basta, perchè l’ultimo Rapporto Osserva Salute 2015 – la più grande raccolta sullo stato di salute degli italiani e sulla qualità dell’assistenza nelle nostre Regioni – non ci dà notizie migliori. L’Italia si piazza agli ultimi posti in Europa per spese alla prevenzione: un misero 4,1 per cento della spesa sanitaria totale! Anche i Lea, i livelli essenziali di assistenza non sono garantiti ovunque. Prestazioni come gli screening oncologici, ad esempio, o non partono, o funzionano a macchia di leopardo, soprattutto per le donne!

Come ha affermato Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni italiane: “Siamo la Cenerentola del mondo!”. E viene davvero da preoccuparsi, pensando quanto poco tempo sia bastato per demolire quello che una volta era un sistema sanitario ai vertici nel mondo..

L’aspetto più inquietante del rapporto resta la disparità territoriale, a svantaggio sopratutto del Sud, che oltre ad avere i finanziamenti pro capite più bassi per la spesa sanitaria, risulta tra i peggiori in termini di mortalità e di speranza di vita.

Non si registrano grandi cambiamenti per quanto riguarda la spesa sanitaria pubblica pro capite (nel 2014 l’Italia ha speso 1817 euro a testa, in linea con l’anno prima), ma si tratta sempre di un livello molto basso se rapportato agli altri Paesi.

Anni di tagli, di rastrellamenti di risorse, di attenzione alle sole ragioni del bilancio e la frittata è fatta. Ne pagheranno le spese, purtroppo, i cittadini. Costretti a rivolgersi al privato, o ad assurde attese per analisi e terapie che – solo qualche tempo fa – gli sarebbero stati riconosciuti senza batter d’occhio.

Ci hanno “scippato” una delle certezze più grandi che avevamo. Chissà quanto tempo ci vorrà, per mettere le cose a posto.

A presto,

CR

Bus a pezzi!

Cari amici,

la scorsa notte a Roma un autobus della linea 23 è finito fuori strada su via Tiburtina, provocando gravi ferite al conducente e due contusi tra i passeggeri. Mentre una settimana fa un autobus della linea 30 aveva perso il portellone in via Cristoforo Colombo.
Dopo episodi così gravi non posso più tacere: la qualità dei trasporti pubblici nella capitale (dalla quale dipende la sicurezza dei passeggeri) è pessima.

Foto LaPresse 01-06-2013 Roma Cronaca Via Tor de`schiavi, incidente mortale, anziana donna travolta da autobus.

Bus che perdono pezzi, portelloni che improvvisamente si staccano, tram che si scontrano, treni che deragliano (ricorderete il recente caso del trenino Termini-Centocelle) sono ormai all’ordine del giorno. La situazione appare così penosa che finiremo per meravigliarci del contrario, se qualcosa di spiacevole non accade!
La stessa Atac ha ammesso di disporre di un parco mezzi di età molto avanzata rispetto ai competitor italiani ed europei. L’età media dei bus supererebbe i 10 anni, quella dei tram andrebbe oltre 32, quella dei treni della metro A di 11 anni per arrivare agli oltre 18 dei treni della linea B. A questo si aggiunge il rapporto complesso con i fornitori, dovuto a sofferenze economico-finanziarie, che costringe l’Atac a tenere fermi in deposito numerosi bus. E non parliamo di cifre da niente: ogni giorno oltre 700 tra bus e tram risultano i mezzi che non partono.
Al di là dei cedimenti strutturali c’è l’eterno problema delle buche stradali!
Troppe buche presenti sulle strade della capitale sottopongono i mezzi a sollecitazioni insopportabili. Per questo ho chiesto più volte all’amministrazione comunale di provvedere a deviazioni di percorso per quelle linee bus Atac che attraversano strade costellate da voragini pericolose. Così come ho chiesto insistentemente di fare accertamenti e indagini sullo stato di “salute” dei mezzi pubblici. Siamo stanchi dei continui disagi. La sicurezza dei cittadini e dei conducenti non può essere una questione – come troppo spesso accade in questa città – da rinviare a data da destinarsi.

A presto,

CR

Dov’è la libertà (di stampa)?

Cari amici,

un diritto fondamentale come quello della libertà di stampa nel nostro Paese è diventata una meta da raggiungere con fatica, non una condizione già esistente. Il rapporto annuale di Reporter senza frontiere parla chiaro: l’Italia si piazza al 77° posto per libertà di espressione, perdendo quattro posizioni rispetto al 2014. libertà di stampa
Ma non è tutto, anche all’interno dei confini europei il nostro Paese occupa i gradini più bassi. Peggio di noi fanno soltanto Cipro, Grecia e Bulgaria. Nessuna consolazione, semmai molta amarezza, considerando che persino Paesi come Moldova, Nicaragua, Armenia e Lesotho sono messi meglio.
Di chi sarà la colpa? Dei leader politici – secondo Reporter – che a causa delle loro paranoie compromettono l’informazione indipendente. Che siano media privati o pubblici poco importa, c’è comunque un controllo dall’alto.
In Italia nell’occhio del ciclone finiscono sopratutto quei giornalisti che conducono inchieste su casi di corruzione e criminalità organizzata. Le recenti vicende del giornalisti Emiliano Fittipaldi, redattore dell’Espresso e Gianluigi Nuzzi, conduttore di La7 lo confermano. Entrambi sono indagati dalla Città del Vaticano per aver scritto libri sulla corruzione e gli intrighi all’interno della Santa Sede. E non rischiano nemmeno poco: 8 anni di prigione!
Purtroppo non si tratta di poche gocce nell’oceano. Come rivela il giornale La Repubblica, nel 2015 risulterebbero sotto protezione un numero oscillante tra 30 e 50 giornalisti, perché minacciati.
In generale, si attesta un livello di violenza in continua crescita, tra attacchi verbali, intimidazioni fisiche e minacce di morte.
Per assaporare un po’ di autonomia, lontana da ingerenze esterne, meglio emigrare! In Finlandia, ad esempio, dove i giornalisti professionisti vengonoo tutelati, o in Norvegia e Olanda, che si aggiudicano rispettivamente il secondo e il terzo posto della classifica come luoghi in cui la libertà di stampa non è un’utopia.

A presto,

CR

C’è chi pagherebbe pur di vendersi

Cari Amici,

sono sicuro che anche voi, come me, siete rimasti stupiti più per il clamore suscitato dalla “scoperta” che in Italia manca la libertà di stampa che dalla notizia in sè. Il solito rapporto, infatti, ci colloca nella consueta, poco onorevole posizione – 77esimi, su 180! Per chiudere il cerchio del già visto, si grida allo scandalo – con un certo razzismo, per di più – per gli abituali, esotici, improbabili Paesi che ci precedono: in questo caso, infatti, arranchiamo alle spalle di Tonga, Burkina Faso e Botswana.

Fin qui la questione, immortalata dall’abituale rapporto di Reporter senza frontiere. E a me, che ormai ne ho visti tanti, viene da dire solo: e allora? Qual è la sorpresa? Come se non sapessimo violenza-donneche razza di giornalismo asservito, genuflesso, obbediente ci ritroviamo! Sarebbe questo, insomma, lo scoop?

Basta vedere un talk show qualsiasi – non serve certo il patentino dell’Ordine, insomma – per notare che il giornalista di turno, quando intervista una qualsiasi personalità di “potere” (politici, imprenditori, dirigenti e simili) si limita sempre a una domandina introduttiva, la prima, e si guarda bene dalla possibilità di incalzare l’interlocutore con la domanda veramente importante (la seconda!) tesa a sbugiardare, smascherare, mettere in discussione. Così l’intervistato ha piena libertà di fare il bello e il cattivo templibertà di stampao, di spaziare, raccontare, pontificare, senza che nessuno mai lo inchiodi ai fatti. Aveva ragione Travaglio a dire che da noi si mettono in scena “piaggerie peggiori di quelle della Russia di Stalin, del Minculpop, della stampa nordcoreana di regime“.

Se questo accade con l’ultimo dei sottosegretari, con il vice-sindaco di un borgo sperduto, figuriamoci quando parliamo di cose serie. E infatti, lo stesso rapporto rivela che i reporter italiani più a rischio sono quelli che fanno inchieste sul crimine organizzato e sulla corruzione, mentre la cronaca giornalistica ci dice che ciclicamente riemergono voci di chiusura degli unici programmi d’inchiesta rimasti.

La domanda, semmai, sarebbe un’altra: perchè succede? Qui il discorso sarebbe troppo lungo, e per questo mi limito solo a una citazione: il fatto è, diceva Balzac, che “c’è gente che pagherebbe pur di vendersi“. In Italia, purtroppo, sono la maggioranza; sta a noi, però, farli tacere.

A presto,

CR

 

Referendum: una triste disfatta

Cari amici,

come c’era da aspettarsi, per il referendum sulle trivelle il quorum non è stato raggiunto. Nonostante la stravittoria del ‘si’ (l’85,84%) solo il 31,19% degli elettori ha deciso di recarsi alle urne. Morale della favola: l’attività di estrazione di petrolio e gas entro le 12 miglia dalla costa potrà continuare fino all’esaurimento del giacimento.

A polling station for a referendum on the duration of offshore drilling concessions in territorial waters, in Milan, Italy, 17 April 2016. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Al di là di chi fosse a favore o contro le trivelle, il dato più sconfortante resta la partecipazione popolare che, interrogata su una questione di interesse nazionale, è sempre meno avvezza a esprimere il proprio parere.
Ormai raggiungere quel 50% + 1 diventa sempre più un miraggio. Per parlare di affluenza di massa bisogna percorrere a ritroso molti anni e ritornare al lontano 1974, quando per il referendum sul divorzio andò a votare l’87% degli elettori! Mentre dal 1997 (eccezion fatta per il 2011, per il voto sull’acqua pubblica) il quorum non è stato più raggiunto.
Mi sorprende poi che regioni come la Campania e la Calabria, bagnate dal mare e con gli impianti di petrolio a portata di mano, abbiano votato poco (rispettivemente il 25,9% e il 26,4%). Diversamente dalla Basilicata, che con il 50,5%, può vantare la più alta affluenza. Seguono la Puglia con il 40% e il Veneto, dove a votare è stato il 37,9%.
Ma chi ci guadagna da questa disfatta? Oltre al nostro premier, che per giorni ha esortato all’astensionismo fino alla noia, anche l’Unione Europea tira un sospiro di sollievo. Da anni la politica di Bruxelles mira alle diversificazioni delle fonti di approvvigionamento. Anche se i nostri giacimenti restano una risorsa modesta rispetto al gas e al petrolio che importiamo ogni giorno dalla Russia, contribuiscono comunque al bilancio energetico.
Il timore di Bruxelles era che si inaugurasse in Europa una nuova stagione referendaria anti-trivelle, come quelle ben piú importanti nel nord europea, o le prospezioni marine, come quelle nelle acque internazionali del Mediterraneo al largo di Grecia ed Egitto.
Al di là del parere dei singoli votanti, quelli che fisicamente si sono recati alle urne, il Mediterraneo rischia il collasso tra trivelle, nevi cisterna e turismo. Lo rivela il progetto Medtrends del Wwf, elencando le sette “attività conflittuali” che danneggiano i mari italiani. Stando ai dati presentati, il Mediterraneo risulterebbe il bacino con più turisti al mondo e anche quello più inquinato. E noi che stiamo ancora a domandarci se sia il caso di continuare a estrarre petrolio e gas a meno di 12 miglia dalle coste! Certamente, ora non è più un problema: il sistema poco democratico dell’astensionismo ci ha levato ogni dubbio.

A presto,

CR

Più spazio al referendum!

Cari amici,

a pochi giorni dal referendum abrogativo sulle trivelle in mare non posso fare a meno di protestare su una questione che è sotto gli occhi di tutti: i pochi spazi televisivi dedicati al quesito.
Volendo ripassare rapidamente le rivelazioni dell’Agcom, dal 4 al 10 aprile la Rai ha riservato al tema 8 ore e 59 minuti (in particolare il Tg1 si è fermato a 13 minuti), diversamente da La7, che con 11 ore, 34 minuti e 45 secondi (due ore in più rispetto alla tv pubblica e cinque rispetto a Mediaset) ha dato più risalto alla notizia. trivelle2
Insomma, la tv di Stato non si è impegnata abbastanza per spiegare le ragioni del ‘si’ e del ‘no’. Infondo, gli italiani sono chiamati a decidere su una cosa da nulla: se confermare le concessioni perenni alle multinazionali rilasciate da governo, o al contrario, se fermare quella decisione, lasciando che le piattaforme entro le 12 miglia scadano secondo il contratto tra lo Stato e le compagnie!
Questo è perlomeno quello che ci ha voluto far credere il nostro caro premier, che ha più volte – senza reticenza alcuna – auspicato il fallimento. Forse dimentica l’esistenza di due leggi (l’art 98 del 1957 con successive modifiche e la legge del 25.5.1970 n. 352), che puniscono la propaganda astensionista se fatta da persone con un incarico pubblico o se ministri di culto. La pena prevede la reclusione da 6 mesi a 3 anni! Ma, a quanto pare, a Renzi è concesso.
In questi giorni poi, ha sentito il dovere di rompere il silenzio anche il nostro ex Presidente, Giorgio Napolitano, che ha rivendicato il diritto all’astensione, definendo la consultazione popolare “un’iniziativa pretestuosa”.
Nessuna meraviglia, quindi, se nelle fasce orarie di maggior ascolto il Tg1 ha parlato del referendum en volant. Se anche i trivellatori più convinti hanno accusato il servizio pubblico di offrire un’informazione a piccole dosi, qualcosa vorrà dire!
In un Paese in cui per anni, durante le varie interrogazioni popolari, si è inneggiato al raggiungimento del quorum, sembra paradossale che quanto allora veniva criticato (la disaffezione e l’astensionismo dei votanti) diventi ora prerogativa virtuosa. Bella ipocrisia, davvero!

A presto,

CR

Medici non obiettori: mosche bianche in Italia

Cari amici,

negli ultimi giorni si è molto discusso sulla pronuncia del Consiglio d’Europa a sfavore dell’Italia in merito alle non poche difficoltà che incontrano tutte quella donne che intendono interrompere la gravidanza.

saluteCome già saprete, tutto ha avuto inizio dal ricorso che la Cgil ha presentato a Strasburgo. Il motivo del ricorso? La mancata applicazione della Legge 194 del 1978, che regola l’accesso ai servizi di interruzione volontaria per le donne. Una denuncia che, oltre all’approvazione del Consiglio d’Europa, ha suscitato un clamore inaspettato. Già, perché fino all’altro ieri sembrava andasse tutto a posto, almeno secondo il Ministero della Salute che nella relazione annuale dello scorso novembre aveva dicharato che in merito all’aborto il sistema funzionasse alla perfezione.
Da qui una domanda sorge spontanea: come mai, allora, è bastata che la Cgil si ribellasse per mettere tutto in dubbio?
Forse qualche dato può spiegarcelo: in Italia i medici obiettori di coscienza sono in continua crescita. Sempre il Ministero della Salute ci dice che siamo arrivati a sfiorare il 70%. Ma la situazione non risulta omogenea. Ci sono zone come la provincia di Bolzano (92,9%), il Molise (93,3%) e la Basilicata (90,2%) dove la percentuale è altissima.
Questo va a svantaggio di quei pochi medici (ormai delle mosche bianche) che per aver rifiutato l’obiezione di coscienza si trovano a praticare sempre e solo aborti per soddisfare la domanda.
In Molise, ad esempio, un non obiettore compie in media 250 interventi l’anno. Ci sono, poi, regioni come il Lazio o la Sicilia con picchi di 9,4 interventi a settimana per medico. Infine, ci sono territori (ancora una volta il Molise) dove le strutture che praticano l’interruzione di gravidanza volontaria sono il 30%.
La situazione appare più problematica di quanto potessimo pensare, se lo Stato non riesce davvero a garantire la libera scelta delle donne, senza discriminazione alcuna.

A presto,

CR