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OBBLIGO DELLA SCATOLA NERA, CHI SE NE PUÒ APPROFITTARE

Cari amici, quest’estate la Commissione Industria del Senato ha approvato l’emendamento che obbliga la presenza della scatola nera su tutti i veicoli entro il 2017. Per essere precisi, si hanno 12 mesi Leggi tutto »

TERMOSIFONE CON TERMOSTATO (Silvano Del Puppo, MILANO - 2009-09-15) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

TERMOSIFONI, ATTENTI AGLI OBBLIGHI

Cari amici, ora che è arrivato l’autunno e la bella stagione sembra un ricordo lontano, tornano anche il problema dei riscaldamenti. Problema, si, perché oltre all’innegabile utiltà dei termosifoni, bisogna prestare attenzione Leggi tutto »

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RISPUNTA IL PROGETTO DEL PONTE SULLO STRETTO. SIAMO IMPAZZITI?

Cari amici, non ho mai creduto nella reincarnazione, ma dopo aver sentito parlare (per l’ennesima volta) del Ponte sullo Stretto non ho avuto più dubbi. Già, il nostro caro premier ha pensato Leggi tutto »

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TRUFFE ONLINE, PRESTATECI OCCHIO!

Cari amici, il mondo dei social è una realtà inarrestabile, dalle indiscutibili potenzialità, ma anche irto di insidie. Per questo voglio mettervi in guardia su alcuni pericoli che, se riconosciuti, possono essere Leggi tutto »

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INCENTIVI ALLE FAMIGLIE: DUE MODELLI VIRTUOSI, TRENTINO E VALLE D’AOSTA

Cari amici, dopo giorni di polemiche contro il Fertility day e la disastrosa campagna pubblicitaria promossa dal Ministero della Salute, mi piacerebbe proporvi esempi in positivo: politiche di autentica promozione alla natalità Leggi tutto »

LA TRUFFA DEL BANCOMAT

bancomat

L’allarme-truffa della settimana si riferisce a un grande classico: il furto al bancomat. A quanto pare, infatti, negli ultimi giorni sono diverse le segnalazioni riferite a questo vero e proprio reato “evergreen”: le vittime hanno raccontato ai poliziotti un meccanismo standard, che farebbe pensare a criminali specializzati capaci di utilizzare la stessa tecnica per portare a termine più “colpi”. Occhio, quindi.

LA TRUFFA. La strategia dei criminali è piuttosto particolare: la truffa non riguarda gli sportelli esterni, come accade di solito, ma quelli allestiti all’interno delle banche. Ecco come funziona: tutti noi per aprire la porta automatica dell’area bancomat interna dobbiamo strisciare la carta nell’apposito apparecchio, mentre per uscire basta premere un bottone. I malviventi invece alterano questa nostra abitudine, facendo trovare un secondo apparecchio per introdurre la tessera anche in uscita.

Ovviamente i criminali scommettono sulla nostra distrazione: per sventare il loro piano basta ricordare che, per uscire, c’è un pulsante dedicato. Ma quei pochi che introducono la carta anche per uscire dall’area bancomat sono fregati: l’apparecchio non restituisce infatti la carta originale, ma un’altra carta scaduta. Per essere sicuri che il malcapitato non se ne accorga, alcuni complici dei criminali si fanno trovare all’esterno e cominciano a mettere fretta alla vittima.

Nel tentativo di liberare lo sportello il prima possibile, ecco che si finisce per scambiare la carta fasulla per quella autentica, e il gioco è fatto. Il prezioso bancomat è finito nelle mani sbagliate.

L’ALLARME. Un dubbio rimane: come fanno i malviventi a rubare anche il codice PIN? La polizia sta indagando su questo punto, che rimane oscuro: in ogni caso l’invito è quello di allertare immediatamente il 113 quando si nota che per uscire dall’istituto di credito bisogna inserire la tessera in un apparecchio dedicato. Stiamo attenti, e tuteliamo i nostri risparmi.

CR

L’ETICHETTA A SEMAFORO NON CI PIACE PER NIENTE

Etichette-Semaforo

Il sospetto dovrebbe venire anche ai consumatori meno attenti. Improvvisamente, le sei sorelle del Big Food (Coca-Cola, Mars, Mondelez, Nestlé, Pepsi e Unilever) hanno deciso di adottare il modello dell’etichetta a semaforo.

Di cosa si tratta? L’idea viene dalla Gran Bretagna. In pratica, questo sistema si chiama così perché prende spunto dai colori dei semafori stradali: il rosso, il giallo e il verde. Lo scopo sarebbe (sarebbe, appunto) quello di indirizzare i consumatori verso alimenti confezionati più “salutari”.

  • Bollino verde: identifica gli alimenti da preferire perché salutari (ingredienti ricchi di fibre e nutrienti, poveri o privi di grassi saturi, zuccheri e sale aggiunti);

  • Bollino giallo: identifica quei prodotti “intermedi” poiché, pur non presentandoli in dosaggi elevati, contengono grassi, sale e zuccheri che li rendono maggiormente calorici;

  • Bollino rosso: indica tutti quei prodotti (da evitare) con alto apporto calorico, ricchi di grassi saturi, zuccheri e sale aggiunti e poveri di fibre.

CHI E’ PRO. I favorevoli a questa misura non sono pochi: tra loro, in primo luogo, troviamo una lobby particolarmente potente: le multinazionali. Per i grandi gruppi del food, infatti, la questione dell’etichetta è cruciale: si stanno giocando un business mondiale da 570 miliardi di dollari, e un mercato da 700 milioni di consumatori (come quello europeo) è un boccone davvero ghiotto.

A favore del Traffic Light Labelling System troviamo anche alcuni addetti ai lavori: sostengono che l’etichetta a semaforo faccia paura “perché funziona”. I consumatori riuscirebbero a capire tramite questo strumento “cosa significa l’indicazione nutrizionale relativa alle quantità di zucchero, sale e grassi”, in modo da “orientare il proprio comportamento alimentare”. E tra le altre cose, il sistema avrebbe il pregio di essere semplice e immediato.

CHI E’ CONTRO. I contrari sono tanti, e io mi iscrivo a pieno titolo in questo schieramento. Personalmente, infatti, non ho alcun dubbio.

Non è solo per il fatto (già di per sé grave) che molte eccellenze italiane finirebbero nella lista degli alimenti dannosi, con conseguenze sulle vendite: tanto che il prosciutto di Parma, bollato con il rosso in Inghilterra, ha registrato una flessione clamorosa (a tutto vantaggio indovinate di chi? Ma certo, delle multinazionali dell’alimentare!). Non è solo per l’assurdo risultato di promuovere prodotti come la Coca-Cola Light (solo perché presenta poche calorie) senza portare il consumatore a riflettere sulle ragioni del minor apporto calorico (basta sostituire gli zuccheri con edulcoranti, aspartame e acesulfame K, e il gioco è fatto!). C’è dell’altro, e riguarda il principio della libertà di scelta dei cittadini.

LIBERTÀ DI SCELTA? I consumatori, infatti, sarebbero sviati e condizionati nelle loro scelte economiche dalle indicazioni fuorvianti contenute nelle etichette: i colori rosso, giallo e verde delle etichette apposte sulle confezioni sono assolutamente inadatti a fornire informazioni esaustive circa le caratteristiche nutrizionali del bene in vendita, e semplificano le cose in modo addirittura grottesco, distorcendo le “normali” scelte dei cittadini. In questo modo, tutta la possibilità di decidere autonomamente cosa comprare (almeno, quella che ci rimane tra gli scaffali dei supermercati, dominati dal marketing) verrebbe influenzata – premiando alcuni prodotti, invece di altri.

Si tratterebbe di “un’informazione visiva che finisce per escludere dalla dieta alimenti sani come i prodotti a denominazione di origine Dop e Igp, per promuovere, al contrario, il cibo spazzatura come le bevande gassate senza zucchero, ingannando i consumatori rispetto al reale valore nutrizionale”, come denunciato da Coldiretti.

COSA FACCIAMO. Se 6 grandi multinazionali stanno pressando l’Europa per l’adozione del sistema in etichetta, una ragione c’è. È proprio per questo che non esiteremo a presentare una miriade di esposti in procura per truffa se le aziende immetteranno in commercio prodotti alimentari con il semaforo in etichetta. Non solo: contro i marchi alimentari che applicheranno il semaforo lanceremo una campagna di boicottaggio, per convincere i consumatori italiani a non acquistare i loro prodotti.

Con la nostra salute non si scherza. E neanche con la nostra intelligenza.

IL FANALINO DI CODA D’EUROPA

bandierine

Udite, udite. L’economia italiana nel 2016 è cresciuta dello 0,9%. Ormai è ufficiale.

Bene, bravi, bis. Media e governo, a reti unificate, esultano. “L’Italia si rimette in moto”, è il “dato migliore dal 2010”: Gentiloni, è giusto riconoscerlo, mantiene qualche cautela (parlando infatti di “fase di crescita ma limitata”), ma in generale gli osservatori hanno reagito gridando vittoria.

E però. Chiunque abbia occhi per vedere non può che aggiungere qualcosa, a questo quadro idilliaco. Nessuno vuole fare il guastafeste, per carità, ma le cose vanno dette per come sono.

E allora diciamole: buona parte dell’entusiasmo deriva dal fatto che, solo lo scorso ottobre, l’esecutivo (all’epoca renziano: sic transit gloria mundi!) aveva stimato nel Def una crescita dello 0,8%. In un paio di mesi si sarebbe perciò verificato un (minuscolo) balzo in avanzi, di quelli che – in questo periodo di vacche magre – danno fiato alle trombe della propaganda. Ma questo piccolo miglioramento non basta a cancellare le tante ombre che si addensano intorno ai dati del nostro PIL, se appena mettiamo il naso fuori dai confini nazionali.

Basta dare un occhio ai nostri vicini per raffreddare gli entusiasmi: mentre il PIL della Germania decolla e raggiunge il top degli ultimi 5 anni (+1,9%), quello della Spagna (che sembrava la vittima designata della crisi) supera il 3%, e addirittura l’Irlanda fa segnare il +4,3%, portando il PIL europeo a una crescita media dell’1,9%, l’Italia raccoglie un risultato piuttosto misero: la nostra performance – che qualcuno ha trovato il coraggio di strombazzare – ci porta al penultimo posto in Europa. Appena prima della Grecia, il che (con tutto l’affetto e il rispetto per gli amici ellenici, ci mancherebbe) è tutto dire.

Non solo: con tutta probabilità, nel 2017 nessun altro tra i 28 partner UE vedrà il prodotto salire meno dell’1%. C’è l’ipotesi, seria, che l’Italia finisca in fondo alla classifica della crescita: un fatto per cui non servono altre parole.

La questione, in fondo è tutta qui. Per me è ovvio, ma è meglio ripeterlo: la crescita del Paese è del tutto insoddisfacente, ed è evidente che l’economia italiana non riparte. Il Governo ha sballato le sue previsioni iniziali (che vedevano un Pil nel 2016 in crescita del +1,2% ) e gli ultimi indicatori economici (fiducia dei consumatori in calo/vendite in stallo) dimostrano il fallimento delle politiche avviate dal Governo.

L’Italia è ormai il fanalino di coda d’Europa. Ma a qualcuno va bene così.

CR

FOTO DEL CONTATORE VIA WHATSAPP? NO, GRAZIE

whatsapp danger

Altro giro, altra truffa.

L’attenzione è d’obbligo (circolano di continuo allarmi, veri o presunti, legati a WhatsApp: e per questo vanno presi con le molle) ma in questo caso ci sono conferme autorevoli (qui e qui) e quindi è giusto dare spazio alla notizia.

Il meccanismo, anche stavolta, è semplice: un messaggio su WhatsApp invita l’utente a inviare una foto del proprio contatore del gas per rimediare a una mancanza di lettura dei consumi.

Come di consueto, l’assurdità della richiesta (solo Italgas offre effettivamente un servizio del genere, ma in questo caso l’utente può effettuare da sé la lettura del contatore) dovrebbe metterci in allarme: una grande azienda di distribuzione non chiederebbe certamente la lettura tramite WhatsApp. Il buon senso, insomma, è già una difesa.

Altra incongruenza: il numero da cui partono questi messaggi non corrisponde a quello di nessun operatore energetico. Basta una rapida ricerca sul web per accertarlo. E la ragione è chiara: non sono gli operatori del settore energia a inviare il messaggio!

Il messaggio, infatti, serve ad altro. A cosa, esattamente? Nessuno può dirlo con certezza.

Magari per effettuare una serie di operazioni illecite validate dai dati del contatore del gas (che corrispondono a contratti stipulati con le compagnie vere e proprie). O magari per accaparrarsi una buona quantità di numeri telefonici: la risposta degli utenti fungerebbe da “conferma” che lo stesso numero sia utilizzato, dopo essere stato (probabilmente) generato a caso dai truffatori.

In questo caso, il meccanismo mirerebbe solo a ottenere una risposta, quindi: proprio quella che dobbiamo evitare di inviargli!

CAOS TAXI: MA CHI PENSA AI CITTADINI?

Taxi

Riassunto di una settimana di ordinaria follia romana: un emendamento della senatrice Linda Lanzillotta (Pd) approvato nel decreto «Milleproroghe» all’esame della Commissione Affari costituzionali del Senato sospende(va?) il ritorno in garage dopo aver portato il cliente a destinazione per i noleggiatori con conducente (NCC).

Fino a questo momento, infatti, la legge imponeva un ritorno obbligatorio nelle rimesse al termine del servizio: un principio assurdo, macchinoso ed evidentemente anacronistico, frutto di una serie di regole introdotte nel corso degli anni (il famoso «articolo 29 comma 1-quater») e cariche di obblighi che rappresentano vere e proprie “distorsioni concorrenziali” a danno dei noleggiatori.


1. Il servizio di noleggio con conducente si rivolge all’utenza specifica che avanza, presso la rimessa, apposita richiesta per una determinata prestazione a tempo e/o viaggio.

2. Lo stazionamento dei mezzi deve avvenire all’interno delle rimesse o presso i pontili di attracco.

3. La sede del vettore e la rimessa devono essere situate, esclusivamente, nel territorio del comune che ha rilasciato l’autorizzazione”.


L’emendamento della senatrice sospendeva appunto questi assurdi obblighi, rimandando la questione fino al 31 dicembre per dare tempo al Governo di intervenire e riordinare (finalmente) una normativa ferma a una vita fa.

Fin qui i fatti. Quello che è successo dopo è cronaca pura: uno sciopero selvaggio e illegale, città bloccate, minacce verbali (e non solo), tirapugni, la presenza inquietante di figuri appartenenti a Forza Nuova, disagi e problemi di ogni tipo per la cittadinanza.

Al termine di questo spettacolo triste, di cui avremmo fatto volentieri a meno, ecco il dietrofront del Governo – che puntualmente si è impegnato a mettere mano alla questione, placando così gli animi dei tassisti (almeno per ora).

Tutto bene, quindi? No, niente affatto. Ecco perché.

LE DISTORSIONI DELLA CONCORRENZA. I tassisti parlano di “concorrenza sleale” da parte degli NCC, il “Noleggio con conducente”. Sui problei di concorrenza hanno ragione, ma non nel senso che credono. In passato, infatti, Antitrust e Autorità di regolazione dei Trasporti avevano contestato le norme che i tassisti vorrebbero fossero applicate, rilevando “distorsioni concorrenziali”.. A danno degli NCC!

Le Autorità, quindi, invitavano l’esecutivo a prevedere la cancellazione delle distorsioni concorrenziali introdotte nel 2008 (criticate anche dallo stesso ministero dei Trasporti). Proprio quelle che ancora una volta, oggi, i tassisti vogliono difendere.


Al fine di rimuovere tale distorsione è necessario abolire gli elementi di discriminazione competitiva tra taxi e Ncc in una prospettiva di piena sostituibilità dei due servizi… Anche in considerazione delle nuove possibilità offerte dall’innovazione tecnologica che ha determinato l’affermarsi di nuove piattaforme online che, agevolando la comunicazione tra offerta e domanda di mobilità, consentono un miglioramento delle modalità di offerta del servizio di trasporto di passeggeri non di linea, in termini sia di qualità che di prezzi”.


LA LEGGE, QUESTA SCONOSCIUTA. Quando un’Autorità parla di “distorsioni concorrenziali” il discorso dovrebbe essere già abbastanza chiaro. Ma lo è ancora di più alla luce del fatto che lo sciopero è stato portato avanti nella piena illegalità, come riconosciuto dal Garante degli Scioperi.


L’authority “ha scritto alle organizzazioni sindacali di categoria maggiormente rappresentative eccependo la violazione della legge sull’esercizio del diritto di sciopero, con riferimento al mancato rispetto dell’obbligo del preavviso di 10 giorni, della mancata predeterminazione della durata dell’astensione e del mancato rispetto della garanzia delle prestazioni indispensabili”.


Non c’è altro da aggiungere, se non che le leggi che regolano lo sciopero sono state scritte per tutelare i diritti dei cittadini. Come i tassisti chiedono garanzie e regole a sostegno della legalità del settore, allo stesso modo devono garantire legalità anche quando manifestano, al pari di tutte le altre categorie professionali.

Per non ledere, come accaduto nel corso di queste lunghe giornate, i diritti dei cittadini.

L’ACCORDO. L‘accordo siglato tra il Ministro dei Trasporti Graziano Delrio e le sigle sindacali dei tassisti rischia peraltro di essere annullato. Il Codacons ha deciso infatti di impugnare l’intesa, presentando una denuncia all’Autorità Anticorruzione e alla Procura della Repubblica di Roma.

Scrive l’Associazione:

L’intesa raggiunta ieri non si è basata infatti sulla libera volontà delle singole parti, ma è stata determinata dalla violenza e dalle devastazioni messe in atto dai tassisti, che di fatto hanno messo il Governo sotto ricatto. Per tale motivo l’accordo firmato dal Ministero potrebbe essere annullato, soprattutto se la magistratura, come nostra richiesta, aprirà indagini per il reato di violenza e minaccia a corpo politico e amministrativo”.

IL RIORDINO DELLA NORMATIVA. Ciò detto, è evidente che il legislatore deve intervenire. La riorganizzazione del settore, attesa invano da più di 8 anni (ma in realtà, ritocchini a parte, dal lontano 1992) è ormai necessaria. Il mondo è cambiato, ma per la legge sui trasporti siamo ancora fermi a mezzo secolo fa.

Ce la faranno i nostri eroi? Ho i miei dubbi.

C’è il rischio, serio, che neanche i cambiamenti in atto in tutto il resto del mondo convincano i nostri governanti a intervenire, per timore di scatenare un altro caos o per totale incapacità.

I costi, come al solito, ricadranno sugli utenti, sui consumatori, sui cittadini: le consuete vittime sacrificali di ogni tentativo di mantenere lo status quo.

A presto,

CR

 

SCHISCETTA-GATE

bambini cibo

Tutto è cominciato (si fa per dire) ormai un anno fa. Così titolavano i giornali, intorno alla fine di giugno del 2016:

leggo titolo

L’elenco delle segnalazioni sulla qualità dei cibi distribuiti all’interno delle mense scolastiche italiane si era ingrossato a dismisura. A leggerlo, è impossibile reprimere il disgusto: riso “che sa di colla”, improbabili frittate “dal fondo verde”, yogurt dal sapore “strano”, pane “di marmo” o con la muffa, animaletti (?) nell’insalata.

I FURBETTI DELLE MENSE.

I furbetti delle mense, democraticamente distribuiti da un capo all’altro della penisola, adottavano trucchi più o meno ricorrenti: cibi scaduti o congelati spacciati per freschi, alimenti normalissimi presentati come biologici, pietanze comunitarie rietichettate alla bell’e meglio come “made in Italy” e Dop. Tanto, chi se ne accorge?

L’alimentazione nelle scuole nascondeva quindi una vera e propria galleria degli orrori. Un caso su tutti: in una mensa scolastica del Cuneese, sospeso dal Nas di Alessandria per gravi carenze igienico-sanitarie e strutturali, si contavano muffe alle pareti, esfoliazioni di intonaci nella cucina, piani di lavoro sporchi. Il “potenziale rischio per la salute dei minori”, in un ambiente così, diventa quasi una certezza.

IRREGOLARE UNA MENSA SU 4.

Di fronte a questo sfacelo, il Ministero della Salute era intervenuto, disponendo verifiche a campione dei Nas. Esito, ovviamente, disastroso: su 2.678 controlli eseguiti, 670 strutture risultavano non conformi. Una su quattro. Numeri clamorosi, e ovviamente inaccettabili per un Paese civile (ma lo siamo ancora?).

E OGGI?

La questione è scottante, perché riguarda la salute dei più piccoli. Anche per questo ci saremmo aspettati provvedimenti immediati, e invece niente: le linee guida nazionali erano “in arrivo” nell’ottobre 2016, prima – come al solito – della caduta del Governo con relativo stop. Ora la ministra Fedeli ci assicura che ci sta lavorando, e noi lo speriamo: ma a oggi, siamo ancora bloccati.

Anche per questo l’iniziativa è passata ai genitori, che – di fronte alla giungla di prezzi delle mense italiane, e alla qualità altalenante (quando va bene) dei servizi – hanno deciso di fare da sé. Sono serviti i tribunali, ma alla fine la battaglia avviata dal “Comitato Caro Mensa” di Torino è stata premiata: peccato che, in cambio, ai bambini che portano la “schiscetta” sia stata negata l’acqua in caraffa.

PANINO LIBERO.

Per me, c’è poco da discutere: i bambini devono potersi portare da casa il pranzo, senza dover necessariamente mangiare il cibo propinato dalle mense scolastiche. A maggior ragione se, come emerso, è di qualità clamorosamente bassa.

Adesso, però, è necessario che il Ministero dell’istruzione dia disposizioni precise a tutte le scuole italiane affinché sia possibile esercitare liberamente questa possibilità. Chiediamo che venga messo a disposizione una spazio apposito dove i bambini possano consumare il cibo portato da casa, o che non vengano esclusi dalla mensa comune solo perché hanno il “loro” cibo (il che ricorda molto una misura punitiva..).

Questo, infatti, è quello che è accaduto a Milano.

«Una mamma, Marilù Santoiemma, anche portavoce dei genitori delle commissioni mensa, comunica la rinuncia al servizio di refezione della società comunale Milano Ristorazione e manda la figlia a scuola con la schiscetta nello zaino: “Tonno di Sicilia, pomodoro bio del mio orto e pane integrale”, dice soddisfatta. E racconta che cosa succede a scuola: “Il primo giorno la bimba entra in mensa, il secondo la mandano in un’aula con la bidella, il terzo la preside la porta in mensa ma in un tavolo separato. Poi interviene il Comune e niente più refettorio”.

E LE MENSE?

Ciò detto, non si può accettare che i prezzi delle mense scolastiche, e i servizi erogati, siano così variabili da Aosta a Palermo: serve una linea comune. Dagli oltre 128 euro mensili di Livorno e Ferrara ai 45 euro di Roma e ai 32 di Barletta, stando ai costi rilevati da Cittadinanzattiva, la differenza è davvero troppa. Senza contare gabelle, tasse e oboli, che variano da istituto a istituto, da scuola a scuola, magari a distanza di un centinaio di metri.

Qualcuno propone di rendere la mensa un servizio universale, come il cibo negli ospedali: se ne può discutere, se può servire a mettere ordine nel caos attuale.

Un caos che, va ricordato, si ripercuote sulla salute dei più piccoli.

A presto,

CR

NON RISPONDERE A QUESTI NUMERI!

smartphone 2

Le truffe telefoniche ormai sono all’ordine del giorno, e ogni volta bisogna aggiornare l’elenco delle minacce cui far fronte.

L’allarme

Stavolta l’allarme lo ha lanciato Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”. È stato lui a riportare alcuni dei numeri cui non bisogna assolutamente rispondere in caso di chiamata o SMS:

  • +375602605281;

  • +37127913091;

  • +37178565072;

  • +56322553736;

  • +37052529259;

  • +255901130460;

  • Qualsiasi numero che inizi con il: +375, +371, +381, +255 del quale ignorate il mittente.

Le provenienze, come spesso accade in questi casi, sono le più disparate: +375 Bielorussia, +371 Lettonia, +381 Serbia, +563 Valparaiso (Cile), +370 Lituania e +255 Tanzania. In questo senso, l’origine (estera) delle chiamate renderebbe anche difficili le indagini e l’individuazione dei colpevoli, con buona pace del recupero delle somme sottratte.

E se rispondo?

In caso rispondiate, magari senza accorgervi del numero sconosciuto, meglio riagganciare. E subito, anche. Ovviamente, non bisogna assolutamente richiamare i numeri in questione. Altrimenti, le conseguenze potrebbero essere “carissime”..


#90 o #09? Non digitarli!

Non bisogna assolutamente premere le sequenze alfanumeriche #90 o #09 sul cellulare, su richiesta di chi chiama. Si tratterebbe, infatti, di un errore che paghereste molto caro.

 

 

 

#Famolostadio?

stadio roma

Roma, si sa, è una città strana. In tutto e per tutto. Mentre le polemiche sulla Raggi infuriano, il debito raggiunge livelli record, gli scandali si susseguono al ritmo di uno al giorno, improvvisamente la priorità di tutti è diventata il nuovo stadio dell’AS Roma.

Per carità, diceva qualcuno che “il calcio è l’arte di comprimere la storia universale in 90 minuti”, ma stavolta ci siamo superati; mesi di chiacchiericcio sono stati messi da parte in un batter d’occhio, e la questione dello stadio è diventata l’unica davvero importante: dall’allenatore della squadra giallorossa all’ultimo dei tifosi, ognuno ha detto la propria al riguardo, nella completa inconsapevolezza degli aspetti tecnici.

Non c’è niente di male, e ci manca solo, a sognare un nuovo impianto: anche perché l’Olimpico è “nato male”, è scomodo e condanna gli spettatori a immaginare azioni, contrasti e tiri che si svolgono al limite del campo visivo. Ma il modo in cui questa città dibatte la realizzazione di nuovi impianti sportivi mi lascia davvero perplesso.

Facciamo un passo indietro: nessuno lo ricorda, ma se #Famolostadio senza preoccuparci del resto, Roma rimane con altri due strutture di cui non si sa cosa fare. Il Flaminio è completamente abbandonato ormai da anni, e per una complicata storia di vincoli architettonici (ma soprattutto di soldi da investire) nessuno (o quasi) vuole sentirne parlare; per l’Olimpico abbiamo speso fiumi di denaro meno di trent’anni fa, e a breve rischia di ospitare solo gli incontri della Lazio (ogni due settimane) oltre a qualche isolata gara di rugby o atletica.


Nessuno lo ricorda, ma se #Famolostadio senza preoccuparci del resto, Roma rimane con altri due strutture di cui non si sa cosa fare. Il Flaminio è completamente abbandonato ormai da anni, e per una complicata storia di vincoli architettonici (ma soprattutto di soldi da investire) nessuno (o quasi) vuole sentirne parlare; per l’Olimpico abbiamo speso fiumi di denaro meno di trent’anni fa.


Anche solo per questo, servirebbe un ragionamento di prospettiva: proprio quello che, da noi, risulta più difficile. Non basta solo dare il “via libera” – o meno – allo stadio della Roma, ma bisogna riflettere sui destini degli altri impianti della Capitale, tutelando i beni pubblici e gli interessi dei cittadini. Pensare al futuro, senza fermarsi ai bisogni di oggi: un compito impossibile per il nostro Paese, che continua a vivere di fiammate, fuochi di paglia e fuochi fatui.

Peccato che non si parli con raziocinio, e che la discussione rimanga bloccata su un piano irrazionale e umorale. Ma d’altra parte c’entra il calcio, e il calcio è fatto di passionalità viscerali che a Roma non riusciamo proprio a limitare. “Famo lo stadio” diventa allora il manifesto di una preghiera diffusa, diventa una crociata collettiva, diventa un tam-tam istadio roma 2nsistito e inarrestabile. Chissenefrega delle regole urbanistiche, dei vincoli ambientali, dell’interesse della collettività, sembrano invocare molti tra gli interessati, che magari pensano più alla lotta scudetto che al resto. E d’altra parte, se anche Totti scende in campo direttamente – “vogliamo il nostro Colosseo moderno” – il movimento d’opinione è assicurato. Tanto che la sindaca Raggi, in crisi di consenso, si è subito affrettata a rispondergli, proponendo al capitano della squadra un incontro (?) ufficiale.

In questo marasma – cui purtroppo siamo abituati – bisogna riportare un minimo di lucidità, un barlume di consapevolezza e misura. Lo stadio può essere fatto solo se il progetto rispetterà rigidamente le regole urbanistiche e se apporterà vantaggi alla collettività, senza danni per l’ambiente. Altrimenti, con tutto il rispetto per Totti, Spalletti, l’AS Roma e i suoi tifosi, no.

Se non siamo d’accordo neanche su questo, non ha più senso chiamarci comunità.

A presto,

CR

CR

DALLA PARTE DEI CITTADINI

rienzi consulta

Oggi siamo intervenuti alla Consulta nel corso della delicata discussione sull’Italicum.

Le motivazioni che ci hanno spinto sono sostanzialmente tre, e per trasparenza mi sembra doveroso condividerle con voi:

  • nello specifico il Codacons ha chiesto alla Consulta l’abolizione del premio di maggioranza: questo, infatti, configura una lesione dei diritti dei cittadini e non garantisce una corretta rappresentanza alla Camera né adeguate garanzie per le minoranze;

  • in secondo luogo, abbiamo chiesto ai giudici della Corte di dare un forte monito al legislatore, affinché le leggi elettorali siano approvate con maggioranze qualificate come per le leggi costituzionali: non si può consentire a chi raggiunge una volta la maggioranza di cambiare la legge elettorale a suo piacimento, rendendo il proprio potere intoccabile ed eterno;

  • infine, abbiamo chiesto alla Consulta di bloccare le manovre politiche in atto da tempo tendenti a far conseguire la pensione agli eletti rinviando il voto e lasciando così in vita un Parlamento eletto con un sistema illegittimo.

La parte principale dell’intervento è stata rappresentata da un accorato appello che abbiamo rivolto alla Corte Costituzionale affinché lasci in vita una legge elettorale che consenta di andare subito al voto. Nell’intervento odierno abbiamo spiegato ai giudici le ragioni dei cittadini, che non si fidano del Parlamento e non vogliono che la questione torni di nuovo nelle mani dello stesso Parlamento che ben poteva elaborare una legge elettorale mesi fa e non l’ha fatto, perché punta a prorogare la legislatura, così da consentire agli eletti di conseguire la pensione.

La Corte non può lasciare l’Italia senza una legge elettorale anche perché interferirebbe pesantemente nei poteri del Presidente della Repubblica: questi infatti non potrebbe sciogliere le Camere in assenza di una legge vigente e applicabile, con uno stravolgimento dei poteri costituzionali dei vari organi e un blocco del Paese del tutto abnorme ed ingiustificato.

Questo è quanto abbiamo sostenuto, oggi, di fronte ai giudici costituzionali. È per questo motivo che ci siamo presentati, e ne è valsa la pena anche considerando la prevedibile esclusione del Codacons (vista la costante giurisprudenza della Corte secondo cui solo chi è stato parte del giudizio può presentarsi al procedimento): il punto di vista dei cittadini è sacrosanto, e va difeso in ogni circostanza. Costi quel che costi.

CANONE RAI, IL 31 GENNAIO SI AVVICINA!

STOP-CANONE

È bene sapere come muoversi quando si parla di Canone TV. Questo non solo per evitare brutte sorprese, ma anche per evitare esborsi non dovuti.

Un Canone di 90 €

Per l’anno 2017, infatti, l’importo del canone di abbonamento alla televisione per uso privato è stato ridotto a euro 90 e la riscossione avverrà da gennaio ad ottobre sempre passando per la bolletta elettrica. Le rate, dunque, dovrebbero variare da 9 euro (per le bollette mensili) a 18 euro (per quelle bimestrali): eppure, non tutti sono tenuti a pagare questa tassa.

I cittadini che non sono in possesso di un apparecchio televisivo hanno infatti tempo fino al 31 gennaio 2017 per comunicarlo all’Agenzia delle Entrate, presentando il modello di dichiarazione sostitutiva disponibile online.

Perché la dichiarazione sostitutiva?

La Legge di Stabilità 2016 ha introdotto, da quest’anno, la presunzione di detenzione dell’apparecchio TV nel caso in cui esista un’utenza elettrica nel luogo in cui una persona abbia la propria residenza anagrafica e ha previsto che, per i titolari di una utenza elettrica di tipo residenziale, il pagamento del canone TV per uso privato avvenga mediante addebito sulla bolletta elettrica, in 10 rate mensili, da gennaio a ottobre di ogni anno.
Per superare questa presunzione ed evitare quindi l’addebito in fattura, i cittadini che non possiedono l’apparecchio televisivo devono presentare una dichiarazione sostitutiva all’Agenzia delle Entrate, con cui dichiarano che in nessuna delle abitazioni per le quali il dichiarante è titolare di un’utenza elettrica è detenuto un apparecchio TV (da parte del dichiarante stesso o di altro componente della famiglia anagrafica).

Dove trovare il modello di dichiarazione sostitutiva?

Il modello di dichiarazione sostitutiva è disponibile sui siti internet dell’Agenzia delle Entrate, www.agenziaentrate.it e della Rai www.canone.rai.it e va presentato direttamente dal contribuente o dall’erede tramite un’applicazione web, disponibile sul sito internet delle Entrate, utilizzando le credenziali Fisconline o Entratel rilasciate dall’Agenzia, oppure tramite gli intermediari abilitati (Caf e professionisti). Nei casi in cui non sia possibile l’invio telematico, è prevista la presentazione del modello, insieme a un valido documento di riconoscimento, tramite servizio postale in plico raccomandato senza busta all’indirizzo:

Agenzia delle Entrate Ufficio di Torino 1, S.A.T. – Sportello abbonamenti tv – Casella Postale 22 – 10121 Torino.

La dichiarazione sostitutiva può essere firmata digitalmente e presentata anche tramite posta elettronica certificata all’indirizzo cp22.sat@postacertificata.rai.it.

Il modello di non detenzione ha validità annuale, e quindi va presentato ogni anno se ne ricorrono i presupposti.

Le truffe

Attenzione ai siti contraffatti che chiedono dati e soldi: la dichiarazione di non detenzione si invia online solo tramite i servizi delle Entrate ed è gratuita!