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OBBLIGO DELLA SCATOLA NERA, CHI SE NE PUÒ APPROFITTARE

Cari amici, quest’estate la Commissione Industria del Senato ha approvato l’emendamento che obbliga la presenza della scatola nera su tutti i veicoli entro il 2017. Per essere precisi, si hanno 12 mesi Leggi tutto »

TERMOSIFONE CON TERMOSTATO (Silvano Del Puppo, MILANO - 2009-09-15) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

TERMOSIFONI, ATTENTI AGLI OBBLIGHI

Cari amici, ora che è arrivato l’autunno e la bella stagione sembra un ricordo lontano, tornano anche il problema dei riscaldamenti. Problema, si, perché oltre all’innegabile utiltà dei termosifoni, bisogna prestare attenzione Leggi tutto »

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RISPUNTA IL PROGETTO DEL PONTE SULLO STRETTO. SIAMO IMPAZZITI?

Cari amici, non ho mai creduto nella reincarnazione, ma dopo aver sentito parlare (per l’ennesima volta) del Ponte sullo Stretto non ho avuto più dubbi. Già, il nostro caro premier ha pensato Leggi tutto »

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TRUFFE ONLINE, PRESTATECI OCCHIO!

Cari amici, il mondo dei social è una realtà inarrestabile, dalle indiscutibili potenzialità, ma anche irto di insidie. Per questo voglio mettervi in guardia su alcuni pericoli che, se riconosciuti, possono essere Leggi tutto »

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INCENTIVI ALLE FAMIGLIE: DUE MODELLI VIRTUOSI, TRENTINO E VALLE D’AOSTA

Cari amici, dopo giorni di polemiche contro il Fertility day e la disastrosa campagna pubblicitaria promossa dal Ministero della Salute, mi piacerebbe proporvi esempi in positivo: politiche di autentica promozione alla natalità Leggi tutto »

#ORANOITALICUM

referendum

Era inevitabile che andasse così. E non è servita neanche chissà quale attenta analisi sociologica per scoprire perché. Ce lo ha spiegato direttamente l’Istat, solo qualche ora dopo il voto che ha sancito il NO al referendum costituzionale che avrebbe dovuto approvare la Renzi-Boschi. Oltre una persona su quattro a rischio povertà o esclusione, percentuale da incubo che raddoppia al Sud: è questo il macigno che affossa un esecutivo che comunque ha commesso molti errori di suo, anche nella gestione di questa prova elettorale.

Il referendum, per fortuna, è andato. Noi, d’altra parte, avevamo scelto la trasparenza: invece di nascondere la posizione del Codacons abbiamo deciso di presentarla pubblicamente. In assenza di una riforma elettorale capace di garantire le minoranze, ci siamo schierati per il NO: anche se, ovviamente, non lo abbiamo fatto per una posizione politica o antigovernativa.

Ci siamo limitati ad analizzare i fatti e le novità apportate dalle modifiche alla Costituzione, e alcuni aspetti ci sono apparsi decisamente critici, in presenza dell’attuale legge elettorale: la possibilità (per il Presidente del Consiglio e il suo partito) di nominare i componenti degli organi di garanzia, quelli che devono tutelare anche le minoranze, ci sono sembrati un rischio troppo grave. In particolare le nomine di organi quali Presidente della Repubblica, ma anche autorità indipendenti come Agcom, Antitrust, Consob e Autorità per l’energia elettrica ed il gas, non possono essere espressione esclusiva del partito che vince le elezioni. Questo fatto, di sicuro, non può non avere ripercussioni sui compiti propri di tali organismi, che come noto devono garantire imparzialità ai cittadini e totale indipendenza dai partiti.
Solo una modifica della legge elettorale prima del voto del 4 dicembre ci avrebbe convinto a votare “SI” al referendum. Ma, come è noto, questo non è accaduto.

Adesso, quindi, si entra in una nuova fase. Come previsto, anche Beppe Grillo (che fino a ieri faceva fuoco e fiamme) sembra attratto dalla deriva autoritaria insita nell’Italicum e spinge per andare subito al voto. Io ritengo invece che la legge elettorale debba essere urgentemente modificata attraverso l’abolizione (o la sostanziale riduzione) del premio di maggioranza, che configura una lesione dei diritti dei cittadini e non gli garantisce una corretta rappresentanza.

Per questo motivo il Codacons interverrà nel giudizio dinanzi la Consulta chiedendo alla Corte di dare indicazioni perché la futura norma sia approvata con legge costituzionale, così che non possa essere modificata da una maggioranza politica di governo. Forse, in questo modo, eviteremo di ritrovarci fra un paio d’anni a dire di nuovo la stessa cosa: non sarà il caso di cambiare la legge elettorale?

CR

IN ITALIA DI LAVORO SI MUORE

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È con un certo fastidio che le testate giornalistiche e il circo dell’informazione al gran completo si sono dovuti occupare del gravissimo incidente che è costato la vita a 3 operai del porto di Messina. Il “tema” del momento è il referendum, e questa tragedia gli ha scombinato i piani. A ogni modo, l’hanno fatto con la consueta superficialità: gli slogan sono sempre gli stessi (“dramma dimenticato”, “tragedia silenziosa”), e così le ricette (“fare di più”). Insomma, lo scenario è maturo per tornare allegramente a fregarci del fatto che in Italia, nell’anno 2016, si continua a morire per il pane (più che negli altri Paesi europei, peraltro).

I marittimi impegnati all’interno di una cisterna della nave “Sansovino” della Siremar, infatti, squarciano un muro di gomma: in genere, le vittime sul lavoro non fanno notizia, a meno che non succeda qualcosa di talmente atroce (come il rogo che tolse la vita a 7 operai della Thyssen-Krupp) da richiamare una certa copertura mediatica.

In generale, però, la verità – a volerla vedere – è sotto gli occhi di tutti: le “morti bianche” (espressione tremenda, ma che almeno rappresenta la natura “invisibile” di queste tragedie) non interessano. I notiziari si affannano a non parlarne, e l’irrilevanza del fenomeno sul piano televisivo riflette il generale atteggiamento della classe dirigente nei confronti di una mattanza inaccettabile, persino offensiva per un Paese civile e minimamente sviluppato. A dimostrazione di quanto detto, qualche anno fa si conteggiò il minutaggio riservato a queste notizie nei TG di prima serata. Risultato: di incidenti e morti sul lavoro si parla per lo 0,1% (zero-virgola-uno!) del totale. Zero, o giù di lì.

E pensare che quelli citati sono solo i dati ufficiali. Il fatto che i morti sul lavoro, in Italia, siano molti di più di quelli denunciati rappresenta il classico segreto di pulcinella: lo sanno tutti, ma non lo dice nessuno. Anzi, quasi nessuno: per l’Osservatorio Indipendente di Bologna, i morti sarebbero più del doppio di quelli segnalati.

Per tutti questi motivi la tragedia di Messina merita un’attenzione diversa. Abbiamo già chiesto di verificare in particolare l’attività di Comune ed enti locali, dell’Inail e dell’Ispettorato del Lavoro relativamente a controlli, verifiche e rispetto delle norme di sicurezza sui luoghi di lavoro.

È ora di fare luce su questa strage; senza voltarci dall’altra parte per paura di vedere.

A presto,

CR

AL SUD, IL FUTURO ERA IERI

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Cari Amici,

ormai tutto si dimentica in fretta. I ricordi intollerabili sono i primi di cui ci liberiamo, mentre giornali e TV voltano subito pagina.

Tornare su fatti tragici di mesi o anni precedenti costa spesso una certa fatica. Ma conviene farlo, almeno stavolta.

I fatti, in questo caso, sono noti a tutti. Parliamo dello scontro frontale tra due convogli della Ferrotramviaria che il 12 luglio scorso, sulla tratta ferroviaria Corato-Andria. Una vicenda di portata nazionale, ma che è stata rapidamente relegata nelle cronache locali, come i furti di galline e le liti di condominio.

Peccato, però, che quell’incidente abbia provocato 23 morti e 50 feriti. Studenti, pendolari, anziani. Persone comuni che molto probabilmente un’automobile non potevano proprio permettersela, e che quindi erano “costretti” ad affidarsi alle linee ferroviarie meridionali.

Negli ultimi giorni la Procura di Trani ha rilevato l’ovvio: ovvero, che è talmente obsoleto da non essere più riconosciuto neanche come sistema di sicurezza il ‘blocco telefonico’ a cui era affidata la sicurezza sulla tratta ferroviaria Corato-Andria. A pensarci, è roba da Far West: i due capistazione che dialogano con i colleghi delle stazioni più vicine – tramite fonogrammi – per avvisarli della presenza di un treno in marcia verso di loro. E richiamare epoche dimenticate non è una esagerazione: sulla tratta a binario semplice in questione, il sistema di consenso telefonico era in uso da oltre sessant’anni (!), senza alcuna modifica e nessun aggiornamento.

Altro che slogan e promesse: giù al Sud, il futuro era ieri.

Non c’è nulla di cui stupirsi, se 8 euro su 10 per l’ammodernamento ferroviario vengono spesi da Roma in su, gli investimenti ferroviari al Sud sono scesi del 20% in più rispetto alla media nazionale, addirittura un capoluogo (Matera, peraltro capitale europea della cultura) rimane tagliata fuori dalla linea ferroviaria perché mancano 20 km di binari che dovevano essere pronti nel 1986.

È tutto perfettamente logico, da questo punto di vista. Anche il fatto che in Puglia i treni debbano procedere a 50 all’ora su 11 linee a rischio sicurezza; mentre al Nord, l’alta velocità permette ai treni di sfrecciare verso Lione e il Centro Europa.

Non è un caso, ma una scelta. Conviene farsene una ragione, o raddoppiare gli sforzi per contrastarla.

A presto,

CR

 

LO SCIOPERO DEL VENERDÌ

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Cari Amici,

 

è accaduto di nuovo. I cittadini, ormai, non ne tengono neanche conto. L’ennesimo sciopero dei trasporti è piovuto su una Città Eterna ingolfata, abituata, come rassegnata a un rituale che subisce e non capisce da troppo tempo.

Già, perché se chiedete ai romani per quale motivo si sciopera, nessuno saprà rispondere.

I disagi, come sempre, sono stati immensi. In una città che ha difficoltà a gestire l’ordinario (giunta Raggi, se ci sei batti un colpo), basta poco per scatenare l’emergenza. Se poi sommiamo il maltempo, che – come nel Medioevo – è tornato a essere un flagello per persone e cose, il risultato è scontato: traffico in tilt, cittadini infuriati, città bloccata.

Facciamo due conti. Nel 2016 i trasporti hanno fermato i convogli 10 volte, 11 dopodomani. In pratica si protesta una volta al mese, per le più varie cause. Nessuno contesta – ovviamente – il diritto dei lavoratori a esprimere un dissenso anche radicale, rispetto alle scelte delle aziende per cui ogni mattina devono svolgere un servizio (“Qui c’è gente che da due mesi non prende lo stipendio”, ha spiegato Micaela Quintavalle). Ma le modalità, quelle sì, possiamo discuterle: le rivendicazioni delle sigle sindacali possono anche essere legittime, ma non si rendono conto che così facendo i cittadini diventano nemici, mentre potrebbero essere preziosi alleati. Il livello di frustrazione è altissimo, e la collocazione puntuale al venerdì (nonostante le spiegazioni siano diverse) alimenta infatti molti cattivi pensieri.

E’ il momento di pensare a forme diverse di protesta: lo sciopero «di cittadinanza» prevede ad esempio la possibilità di viaggiare gratis sui mezzi durante la protesta. Limitando l’attuazione degli scioperi nei trasporti esclusivamente alle biglietterie e ai controllori dei titoli di viaggio, e disattivando anche i nuovi tornelli anti-evasione, si consentirebbe al cittadino di utilizzare gratis i servizi, così da arrecare un danno economico solo al datore di lavoro (ciò che parrebbe essere l’obiettivo principale degli scioperi) evitando al tempo stesso di utilizzare i cittadini come “ostaggio” al fine di ottenere miglioramenti contrattuali o di altro tipo.

Una proposta nuova? Neanche per idea. Ne parlavo già nel 2008. Sarà ora, di prenderla in considerazione?

A presto,

CR

 

ILLUSIONI STATISTICHE

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Cari Amici,

ai numeri – si sa – ci si può attaccare come gli ubriachi ai pali. Ma ai numeri che riguardano la nostra economia bisognerebbe restituire un minimo di obiettività. Ognuno li piega a seconda della sua battaglia politica, senza alcun riguardo per i cittadini; e questo non va bene.

Ormai ogni bollettino Istat viene accolto con entusiasmo a destra e a manca. Governo, sindacati, partiti e partitini, chiunque passi il convento annuncia a reti unificate di aver azzeccato le previsioni, di essere soddisfatto della rilevazione, e così via.

Il risultato finale è che nessuno capisce più, esattamente, come stanno le cose. I cittadini comuni, di sicuro – imprigionati in una gabbia di illusioni statistiche – fanno molta più fatica a trovare fonti d’informazione attendibili. Mentre gli addetti ai lavori arrivano a dibattere su uno 0,1 (zerovirgolauno) per cento in più di crescita, aumenta l’impressione di un teatrino inutile, autoreferenziale, ormai del tutto scollegato dalle esigenze di ogni giorno.

Peccato che siano gli stessi che sostengono di aver capito in pieno i motivi dell’elezione di Trump (dopo l’elezione, visto che prima nessuno aveva capito niente): altrimenti, si potrebbe ricordare al gruppo dirigente di questo Paese che è proprio così, a furia di parlare di temi lontani dalla percezione comune delle persone, che si perde il contatto con la realtà.

L’ultima tappa di questa lunga storia riguarda Matteo Renzi.

Il premier afferma che i consumi delle famiglie sono saliti del 3% grazie al bonus da 80 euro, ma questo dato non risulta né a noi del Codacons, né all’Istat. In pratica, non risulta a nessuno: lo dice lui, e tanto basta.

Per tutti gli altri, invece, questi numeri sono incomprensibili. Nel 2015 l’incremento dei consumi registrato dall’Istat è stato infatti appena del +0,4%; un timido segnale di ripresa che tuttavia non ha trovato conferma nel 2016. Ad esempio l’ultimo dato dell’istituto di statistica relativo alle vendite al dettaglio registra un calo del -0,2% su base annua, mentre nell’ultima nota mensile sull’andamento dell’economia sempre l’Istat parla di consumi in calo nel corso del 2016.

Da dove “sbuca” questo 3%? Chi lo sa. La verità, però, resta. E la verità è che gli 80 euro in busta paga non solo non hanno prodotto la crescita dei consumi del 3% citata da Renzi, ma hanno avuto effetti addirittura deludenti e ben al di sotto delle aspettative.

E allora? “Se i dati e la teoria non concordano, cambia i dati”, diceva Einstein. In tanti, oggi, gli danno ragione.

A presto,

CR

SCANDALO VACCINI, COME LUCRARE SULLA SALUTE PUBBLICA

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La vaccinazione è sacrosanta, utile e necessaria. Dico questo subito per fugare ogni dubbio. E lo ripeto: dovete somministrare ai vostri figli i vaccini obbligatori per legge. Ma lucrare sulla salute della gente non è altrettanto sacrosanto. Il decreto ministeriale del 7 aprile 1999, “Nuovo calendario delle vaccinazioni obbligatorie e raccomandate per l’età evolutiva“, dispone chiaramente che sono solo quattro i vaccini obbligatori da somministrare ai bambini e precisamente: antidifterite, antitetanica, antipoliomelite, antiepatite virale B.

Nonostante l’obbligo di legge, non è però disponibile presso le Asl un vaccino tetravalente che comprenda le sole vaccinazioni obbligatorie. Il servizio sanitario nazionale, infatti, rende disponibili solo vaccini esavalenti composti da altre due vaccinazioni facoltative, in aggiunta a quelle obbligatorie, ma che i genitori, dunque, sono costretti a effettuare. Questo costituisce, evidentemente, un trattamento sanitario obbligatorio, contrario all’art. 32 della Costituzione che garantisce, al contrario, libertà di scelta in ordine ai trattamenti sanitari non previsti come obbligatori dalla legge.

Per questi motivi, il Codacons da tempo e a difesa dei diritti dei cittadini, ha lanciato numerose battaglie giudiziarie, sia in sede amministrativa che penale, presentando tra l’altro esposti a ben 104 procure della Repubblica. Infatti, nonostante a favore dalla vaccinazione in generale, noi del Codacons stiamo portando avanti una battaglia su più fronti, sia per chiedere alle amministrazioni competenti la revoca delle autorizzazioni per le vaccinazioni esavalenti, sia per la messa in commercio esclusivamente delle quattro vaccinazioni obbligatorie, e preferibilmente in dosi singole.

L’Aifa e il Ministero della Salute, nelle note di risposta alle diffida del Codacons, hanno sostenuto, tra le altre cose, che il vaccino esavalente Infanrix Hexa non impone spese ulteriori a carico dell’erario, poiché “il diritto degli utenti di optare per una copertura vaccinale limitata alle sole patologie per cui essa è obbligatoria è in ogni caso garantito dalla scelta di rendere disponibili singolarmente, previa richiesta alle Asl competenti per territorio, le 4 vaccinazioni obbligatorie”

Ma purtroppo questo non corrisponde alla realtà dei fatti. Al di là che le singole vaccinazioni sono disponibili solo previa richiesta alle Asl competenti, dunque allungando in modo vessatorio i tempi della vaccinazione per i genitori che preferiscano somministrare ai figli i vaccini singoli, uno dei 4 vaccini obbligatori (in particolare quello contro la difterite) non è a oggi disponibile singolarmente.

Dunque a oggi l’unico modo di vaccinare i propri figli con i 4 vaccini obbligatori è quello di… sottoporli a 6 vaccini contemporaneamente! È per questo che il Codacons presenterà anche un nuovo ricorso, all’Autorità Nazionale Anticorruzione, affinché indaghi in modo trasparente su tutto questo.

Lo scorso 17 ottobre abbiamo promosso la proiezione in prima europea del film Vaxxed, diretto da Andrew Wakefield, dopo che tale documentario era stato “censurato”: sia al Tribeca Festival di Robert De Niro, sia al Senato italiano.

Tale proiezione è stata organizzata non tanto per promuovere la tesi del film del legame tra la vaccinazione trivalente americana e autismo, tesi che non sosteniamo né abbiamo mai appoggiato, ma allo scopo di tutelare la libera espressione del pensiero e sensibilizzare cittadini e operatori sanitari sul tema dei gravissimi danni erariali (circa 114 milioni di euro annui) e del trattamento sanitario obbligatorio a cui i genitori sono costretti a sottoporre i propri figli. Come già detto costretti a iniettargli 6 diversi vaccini, tutti insieme, al contrario dei soli 4 obbligatori, possibilmente singolarmente.

E abbiamo anche lanciato un appello pubblico, che potete leggere sul nostro sito del Codacons, affinché le famiglie e gli operatori sanitari denuncino tutti i casi di presunti danni derivanti da vaccinazione, e stiamo lavorando ad una nuova azione collettiva sul tema. Perché noi continuiamo a essere favorevoli ai vacini, ai 4 vaccini obbligatori per legge, ma non alla speculazione di chi lucra sulla salute dei cittadini, e soprattutto dei nostri figli.

PERCHÈ UNA BATTAGLIA SUI VACCINI

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Cari Amici,

di sicuro lo sapete già, ma per i più “distratti” riassumo brevemente la vicenda.

Il 17/10/2016 il Codacons, in collaborazione con la società di distribuzione Wanted Cinema, ha promosso la proiezione in prima europea del film Vaxxed-from cover up to catastrophe, diretto da Andrew Wakefield, dopo che la prevista proiezione in Senato era stata improvvisamente annullata.

La ragione del nostro intervento è presto detta: si può non essere d’accordo con una tesi ma non è tollerabile, in un Paese democratico, impedire la proiezione di un film di cui non si condividono i contenuti; un serio e costruttivo dibattito sul tema avrebbe aiutato, anzi, a chiarire il quadro della situazione. Peccato che alcuni, evidentemente, non la pensino come noi: il dibattito e la conferenza stampa organizzate al termine del film sono stati purtroppo disertati da medici ed esponenti delle istituzioni, sebbene invitati. Si tratta di una vera e propria occasione persa, per fare luce su una questione così complessa.

Per trattarla brevemente vorrei fugare ogni dubbio, e chiarire un punto cruciale una volta per tutte: la vaccinazione è sacrosanta, utile e necessaria. Nessuno mette in discussione gli innegabili meriti storici di questa pratica medica, e nessuno intende proporre la tesi del film sui rapporti tra vaccino e autismo. Niente anti-vaccinisti, insomma, o seguaci di pseudo-scienziati.

Le azioni dell’Associazione, a partire dal 2011, sono state attivate contro il vaccino esavalente: quello che viene iniettato dalle Asl nonostante il D.M. 7 aprile 1991 riconosca come obbligatori solo quattro (antidifterite, antitetanica, antipoliomelite, antiepatite virale B) dei sei vaccini inclusi nel pacchetto.

Questa situazione paradossale, infatti, rappresenta una incontestabile violazione di legge ed uno spreco di milioni di euro all’anno, ma non solo: si tratta anche di una violenza nei confronti delle famiglie che vorrebbero poter scegliere solo i quattro vaccini obbligatori. Le conseguenze per le casse pubbliche sono ovvie: dati alla mano si verifica che il vaccino esavalente viene venduto ad un prezzo pari al 20% in più rispetto ai singoli, con gravissimi danni erariali (circa 114 milioni di euro annui).

Il problema, poi, non finisce qui: tacendo sul fatto che le singole vaccinazioni sono disponibili solo previa richiesta alle ASL competenti (in questo modo si allungano in modo vessatorio i tempi della vaccinazione per i genitori che preferiscano somministrare ai figli i vaccini singoli), uno dei 4 vaccini obbligatori (in particolare quello contro la difterite) non è a oggi disponibile singolarmente.

Ritorno all’inizio: l’unico punto che abbiamo in comune con il film si esplica nella richiesta, a tutela dei cittadini, della revoca delle autorizzazioni per le vaccinazioni esavalenti disponibili e dell’attivazione di ogni procedura necessaria per la messa in commercio di vaccini singoli.

Per questo abbiamo chiesto alle famiglie di segnalarci se, dove e presso quale ASL abbiano chiesto di poter vaccinare i propri figli solo con i 4 vaccini obbligatori, e di indicarci anche la risposta ricevuta. Per farlo, basta scriverci all’indirizzo mail info@codacons.it.

Aspettiamo il vostro contributo: sono sicuro che avete capito il senso della nostra battaglia.

A presto,

CR

LA CRISI IN TAVOLA

cibo

Cari Amici,

c’era una volta un momento della giornata che affratellava gli italiani: il pasto. A tavola – chi ha una certa età, come me, lo ricorda bene – le differenze di status sociale e di portafogli semplicemente si annullavano. Tutti, o quasi, potevano permettersi gli alimenti di base: la dieta mediterranea era una sorta di collante sociale, capace di riunire gli italiani da Palermo ad Aosta.

Adesso, invece, la realtà è completamente diversa. Eccezion fatta per i TG, che strenuamente tendono a non accorgersene, lo hanno capito tutti: per la prima volta si parla infatti di “food gap”, di una forbice in crescita in termini di consumi alimentari.

Gli italiani, purtroppo, sanno bene a cosa mi riferisco. E i dati, da questo punto di vista, sono eloquenti: solo nell’ultimo anno 16,6 milioni di italiani hanno ridotto il consumo di carne, 10,6 milioni quello di pesce, 9,8 milioni la pasta, 3,6 milioni la frutta, 3,5 milioni la verdura. Parallelamente, è crollata la spesa alimentare: negli ultimi 7 anni è diminuita in media del 12,2%, ma nelle famiglie operaie è crollata del 19,4 e tra i disoccupati del 28,4%.

La lotta di classe, insomma, passa per le nostre tavole: le categorie meno abbienti, alle prese con una durissima contrazione dei salari, sono costrette a tagliare anche sull’alimentazione. Un sacrilegio nel Paese del buon cibo, ma anche una strategia – l’unica rimasta – per andare avanti.

Questo scandalo produrrà ovviamente conseguenze negative: se la tavola diventa luogo di iniquità sociale, a rimetterci non è solo il palato. Malattie e obesità, in questo modo, tenderanno sempre più a riguardare le categorie più svantaggiate. Rischiamo di ritrovarci come un paio di secoli fa, quando la miseria rappresentava una condizione immutabile ed ereditaria.

Cerchiamo di pensarci, la prossima volta che qualcuno festeggia uno “zerovirgola” di crescita in più.

A presto,

CR

 

LA BANDA DEL BUCO

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Cari Amici,

è notizia recente: la sindaca di Roma Virginia Raggi ha adombrato che dietro il caso dei frigoriferi abbandonati in strada si celi una precisa volontà politica.

Sinceramente, questa interpretazione mi ha lasciato basito. Va bene che il clima politico è teso, il referendum si avvicina e la nuova giunta ha fatto finora parlare di sè più per l’inazione di questi primi mesi che per provvedimenti concreti e apprezzati dai cittadini. Ma mentre ci si gingilla tra funivie e annunci vari, l’affaire frigoriferi rappresenta un’altra tappa dell’agonia della città. Io credo che la Raggi, piuttosto che seguire il filone complottista (che non porta alcun beneficio a Roma e ai cittadini) farebbe bene ad attivarsi per migliore le condizioni della città, così come aveva promesso in campagna elettorale. Si risparmierebbe, in questo modo, anche il fiume di ironie diffuse sul web (il #frigogate) e che in questi giorni l’ha sommersa senza pietà. Finora infatti abbiamo visto solo approssimazione e disinformazione, come sul caso della raccolta rifiuti ingombranti, sospesa da giugno, e se si continuerà su questa strada, saremo costretti a chiedere al Ministro Alfano di commissariare il Comune di Roma, per evidente incapacità dell’amministrazione a gestire la città.

Purtroppo, come sempre accade, credo proprio che per il #frigogate la soluzione più semplice sia quella giusta. Il mistero, insomma, non mi sembra affatto misterioso. Altro che “disegno più grande” dietro l’epidemia di elettrodomestici abbandonati per le strade: è troppo complicato pensare che la responsabilità spetti alla completa empasse che caratterizza la raccolta dei rifiuti ingombranti, che da mesi a Roma è stata sospesa senza alcuna motivazione sensata?

L’unica strada possibile, per opporsi a questo sfacelo, è l’ironia. E allora, dopo la congiura dei frigoriferi, temiamo sia in circolazione nella capitale anche la “banda del buco”, composta da ignoti che ogni notte realizzano buche sull’asfalto stradale solo per far danno al sindaco. Le buche d’altra parte ci sono, si moltiplicano, e resistono a tutti i tentativi di eliminarle.

Non è “strano”, che continuino a sabotare il traffico romano?

A presto,

CR

 

 

OTTIMISTI A GIORNI ALTERNI

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Cari Amici,

è bastato un solo dato economico positivo – la crescita della produzione industriale del 4,1% – per scatenare il solito torrente di reazioni entusiastiche, di inni alla gioia e di incredibili polemiche contro i soliti “gufi” che (a quanto pare) proverebbero un piacere sadico quando l’economia va male, e per questo diffonderebbero solo previsioni catastrofiche.

“Gufo” o no, io al mito della “ripresa” non ci credo. In questi anni, governi di tutti i tipi hanno annunciato a TG unificati l’immancabile boom dell’economia. Cifre sparate (più o meno a casaccio), scenari azzardati o peggio del tutto aleatori, fantasiose ricostruzioni di cicli economici avversi o di malvagi complotti internazionali hanno distratto l’attenzione da un’evidenza indiscutibile: l’economia è ferma, ormai da tempo immemore, e nulla cambia se il PIL sale di uno “zero-virgola”. Il Paese può riprendere il suo cammino, certo, ma di sicuro non lo farà se le politiche impiegate rimangono le stesse che in questi anni ci hanno portato alla catastrofe.

Per questo mantengo i miei dubbi. Esce un dato, positivo sì, ma dopo mesi in cui la produzione industriale ha segnato cali costanti rispetto al 2015. Trattandosi del mese di agosto, caratterizzato secondo lo stesso Istat da “livelli di produzione sono molto bassi”, ha il valore che ha, e impone di aspettare l’andamento dei prossimi mesi. Per carità, speriamo continui (per tutti), ma nel frattempo mi sembra il caso di tenere i piedi per terra visto che le famiglie stanno stringendo la cinghia, i consumi sono quasi a zero, di lavoro neanche a parlarne. Eppure, il carosello degli ottimisti a giorni alterni è ripartito: chi pensa di ritoccare il PIL al rialzo, chi immagina già come impiegare le risorse aggiuntive, chi parla di “uscita dalla crisi”. Anche gli slogan sono gli stessi di sempre.

A ogni dato positivo, sempre la stessa storia. Ma non perdono mai la faccia? O sperano che ce ne dimentichiamo?

Un saluto,

CR