In Australia i minori sotto i 16 anni non possono più usare i social media. Punto.
Una scelta netta, drastica, impopolare per qualcuno, ma sacrosanta per chiunque abbia visto anche solo per un istante cosa accade quotidianamente online: dipendenza, violenza, contenuti tossici, pressioni psicologiche. Canberra ha deciso che la tutela dei ragazzi vale più delle proteste dei big tech.
E noi? Noi siamo ancora qui, a sperare che un Tribunale faccia ciò che Meta non ha mai fatto: mettere i minori al primo posto.
Nei prossimi giorni, infatti, il Tribunale civile di Roma si pronuncerà sull’azione inibitoria promossa dal Codacons insieme ad Adusbef e Assourt contro Meta. Un ricorso semplice nel suo obiettivo: impedire che bambini di 10, 11, 12 anni possano aprire e utilizzare un profilo Instagram come se nulla fosse. Perché oggi funziona così: basta scrivere un’età a caso, fare clic su “avanti” e il gioco è fatto. L’autodichiarazione, questa gigantesca foglia di fico digitale, è l’unico “controllo” previsto.
Il risultato? Centinaia di migliaia di account riconducibili a minori, senza alcuna verifica reale, quotidianamente esposti a contenuti inappropriati, contatti pericolosi, modelli distorti e dinamiche sociali che neppure gli adulti riescono a gestire. Meta continua a sostenere che i suoi sistemi sono “avanzati”, “in evoluzione”, “orientati alla sicurezza” e così via. La verità è che sono facilmente aggirabili, come certificato da anni di segnalazioni di genitori, associazioni e perfino autorità pubbliche.
Ecco perché le tre associazioni hanno chiesto al Tribunale di Roma di imporre a Meta/Instagram l’adozione di sistemi di age verification effettivi, non eludibili, da attivare già in fase di registrazione. Un controllo vero, non l’ennesimo click-box che lascia passare chiunque. Si è inoltre chiesto di impedire la creazione di nuovi profili ai minori di 13 anni e di sospendere o rimuovere gli account già esistenti e privi di una verifica idonea.
Il ricorso è stato discusso lo scorso 14 novembre. Ora si attende la decisione. Una decisione che potrebbe cambiare tutto.
Se accolto, il ricorso porterà al blocco di centinaia di migliaia di profili in Italia e, soprattutto, costringerà Meta a implementare finalmente un sistema tecnico che impedisca davvero ai minori di accedere alla piattaforma. Una rivoluzione che non dovrebbe neppure essere rivoluzione: dovrebbe essere normalità.
Mentre nel resto del mondo qualcuno ha il coraggio di dire basta, qui continuiamo a far finta che “non si possa fare”, che “è complicato”, che “i social sono il futuro”. No. Il futuro sono i minori, non i profitti dei colossi digitali.
L’era dei minori prigionieri dei social sta finendo. Ed è ora che lo capiscano tutti.




