Social e minori: qualcosa sta cambiando davvero

social minori

Se per entrare su un social “basta” mentire sull’età, allora – secondo noi – c’è qualcosa che non va.

Però nei fatti è così che funziona, e non da ieri. Le piattaforme – a partire da Meta – prevedono limiti chiari, ma li affidano a un sistema che chiunque può aggirare in pochi secondi. Si inserisce una data di nascita diversa, e il problema è risolto. Almeno sulla carta.

Non si tratta, quindi, di una mera falla tecnica –  ma di una voragine che rischia di travolgere gli utenti più vulnerabili e indifesi. Ed è proprio questo il punto della vicenda in corso a Roma. Davanti al Tribunale civile di Roma è attesa la decisione su un ricorso promosso dal Codacons, insieme a Adusbef e Associazione Utenti dei Servizi Radiotelevisivi. L’obiettivo non è introdurre nuovi divieti, ma verificare se quelli già esistenti siano davvero effettivi. In altre parole: il sistema di controllo dell’età oggi adottato è sufficiente oppure no?

La questione è tutta qui. Perché nella pratica quotidiana i minori accedono senza particolari ostacoli a piattaforme come Instagram, con tutto ciò che ne consegue in termini di esposizione a contenuti e interazioni non sempre adeguate. Non si tratta di criminalizzare lo strumento, ma di prendere atto di un dato: il meccanismo attuale si basa in larga parte sull’autodichiarazione. E l’autodichiarazione, per sua natura, è facilmente eludibile: figuriamoci da parte di ragazzi, intelligentissimi e preparati in fatto di informatica..

Il ricorso chiede quindi al Tribunale di valutare l’adozione di sistemi di verifica più efficaci, già in fase di registrazione, e di intervenire sugli account riconducibili a utenti che non rispettano i requisiti di età. Una richiesta che si inserisce in un dibattito più ampio, che riguarda non solo l’Italia ma molti ordinamenti.

Negli Stati Uniti, ad esempio, il tema ha già trovato spazio nelle aule di giustizia. In alcuni procedimenti recenti, Meta e Google sono state chiamate a rispondere del modo in cui le piattaforme sono progettate e dell’impatto che possono avere sui minori, con pronunce che hanno riconosciuto specifiche responsabilità in relazione alla tutela degli utenti più giovani. In molti Paesi, si sta discutendo di barriere in ingresso e limiti di età per tutelare i minori. Meglio tardi che mai..

Certo, la battaglia è ancora in corso, ma i segnali di cambiamento ci sono: la questione non è più solo sociale o educativa, sta entrando nel dibattito pubblico e, contemporaneamente, nell’ambito giuridico. Ed è probabilmente questo il passaggio più rilevante.

La decisione del Tribunale di Roma si colloca esattamente in questo contesto. Non si tratta di stabilire se i social debbano esistere o meno, ma di capire se le regole che li governano siano effettive. E, soprattutto, se la tutela dei minori possa essere affidata a un sistema che oggi, nei fatti, si basa su una semplice dichiarazione dell’utente. È una questione tecnica, giuridica, ma anche molto concreta. E ci riguarda tutti.

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