Diciamolo senza girarci intorno: in questi tre anni di governo la maggioranza guidata da Giorgia Meloni ha messo in fila una serie di provvedimenti che, al di là delle opinioni personali sull’efficacia o sulla necessità delle singole misure, hanno avuto un effetto chiaro come il sole. A pagare sono stati soprattutto i più fragili. E se c’è una cosa che nessuno può negare, è che la “nuova” stagione politica ha presentato il conto proprio alle fasce che già faticavano di più.
Una linea chiara dal principio
Il big bang è arrivato con la cancellazione del reddito di cittadinanza. Una scelta spiegata come la fine di un’epoca di sprechi, come una liberazione dal “parassitismo di Stato”, come un passo di rigore e responsabilità. Peccato che – checché se ne pensi della misura in sé – nella realtà si sia tradotta in migliaia di famiglie lasciate senza rete, rimpallate tra centri per l’impiego impreparati e promesse occupazionali che, in molti territori, semplicemente non esistono. Un taglio netto, chirurgico, ma sulla carne viva di chi non aveva alternative.
A questo si è aggiunto un dato che nessuno al governo vuole affrontare: l’impatto della guerra tra Ucraina e Russia. Una guerra che può “piacere” o no, può dividere o meno l’opinione pubblica, ma che di sicuro costa e ha prodotto un effetto incontestabile: conti esplosi, con famiglie e imprese trascinate (tra l’altro) in una tempesta di bollette fuori controllo. Davanti a questo scenario, il governo ha seguito la linea “atlantica” e sul fronte interno preferito fare il minimo indispensabile, lasciando le famiglie sole di fronte a una crisi che non hanno di certo scelto..
E già che ci siamo, parliamo del resto. Prezzi alimentari alle stelle, aumenti costanti e insopportabili su beni primari, senza che da Palazzo Chigi arrivasse un intervento serio, concreto, incisivo. Un’impennata che dura da anni e che non può essere derubricata a “fluttuazioni di mercato”: è un’emergenza sociale, trattata come un fastidio statistico. E poi ci sono le altre spese, come il capitolo RC Auto, con tariffe che continuano a crescere mentre gli incidenti diminuiscono. Un controsenso totale, accettato in silenzio dal governo, come se fosse una legge di natura anziché una scelta politica. Non parliamo delle accise e della benzina: stendiamo un velo pietoso.
Insomma, il quadro è chiaro: tutte le misure adottate hanno avuto lo stesso tratto comune, lo spostamento del peso verso il basso. I fatti raccontano dell’ennesima redistribuzione al contrario.
Un colpo al cerchio..
Per equilibrare l’immagine, il governo ha invece provato a muoversi sul fronte simbolico: la famosa imposta sugli extraprofitti bancari, annunciata come una stangata (quasi leninista) ai giganti del credito. Una mossa utile più alla comunicazione che ai cittadini, visto che la misura è stata limata, riscritta e ammorbidita così tante volte che è diventata irriconoscibile. Ma rimane necessaria, politicamente, per non far sembrare troppo palese ciò che è sotto gli occhi di tutti: la parte “sociale” della Meloni di opposizione è svanita nel momento stesso in cui si è seduta a Palazzo Chigi.
È questo forse il passaggio più evidente di questi tre anni: l’infanzia politica della Meloni, quella che parlava alla “gente comune”, che prometteva rotture, tutele e scelte coraggiose, è stata archiviata senza troppe cerimonie. Al suo posto è arrivata una linea compatibile con i poteri forti interni, con i vincoli esterni, con ciò che viene chiesto di eseguire quando governi in Italia: stabilità, potere in cambio di rinunce. Rinunce che, come sempre, ricadono sui più deboli, perché sono loro a non potersi difendere.
Quanto durerà?
Ora resta una domanda, la più semplice e la più scomoda per il governo: quanto durerà questo schema? La storia politica italiana è piena di leader arrivati al governo promettendo rivoluzioni e ritrovatisi rapidamente schiacciati dagli stessi meccanismi che giuravano di combattere. Non lasciatevi impressionare dal momento: a volte, da noi, si passa dalle stelle alle stalle in pochissimo tempo. Vedremo alle prossime elezioni se anche per Meloni andrà così. E soprattutto se questo inginocchiamento ai poteri fortissimi – accettato in cambio di una poltrona faticosamente conquistata – si rivelerà il prezzo più alto da pagare.
Perché una cosa è certa: chi ha pagato fino a ora aveva creduto davvero alla promessa anti-sistema della Meloni, unica a rifiutare “l’inciucio” del governo tecnico. Non è difficile capire perché queste persone si stiano stufando di saldare i conti per chi prometteva, fino all’altro ieri, tutto il contrario.




