LA CRISI IN TAVOLA


Cari Amici,

c’era una volta un momento della giornata che affratellava gli italiani: il pasto. A tavola – chi ha una certa età, come me, lo ricorda bene – le differenze di status sociale e di portafogli semplicemente si annullavano. Tutti, o quasi, potevano permettersi gli alimenti di base: la dieta mediterranea era una sorta di collante sociale, capace di riunire gli italiani da Palermo ad Aosta.

Adesso, invece, la realtà è completamente diversa. Eccezion fatta per i TG, che strenuamente tendono a non accorgersene, lo hanno capito tutti: per la prima volta si parla infatti di “food gap”, di una forbice in crescita in termini di consumi alimentari.

Gli italiani, purtroppo, sanno bene a cosa mi riferisco. E i dati, da questo punto di vista, sono eloquenti: solo nell’ultimo anno 16,6 milioni di italiani hanno ridotto il consumo di carne, 10,6 milioni quello di pesce, 9,8 milioni la pasta, 3,6 milioni la frutta, 3,5 milioni la verdura. Parallelamente, è crollata la spesa alimentare: negli ultimi 7 anni è diminuita in media del 12,2%, ma nelle famiglie operaie è crollata del 19,4 e tra i disoccupati del 28,4%.

La lotta di classe, insomma, passa per le nostre tavole: le categorie meno abbienti, alle prese con una durissima contrazione dei salari, sono costrette a tagliare anche sull’alimentazione. Un sacrilegio nel Paese del buon cibo, ma anche una strategia – l’unica rimasta – per andare avanti.

Questo scandalo produrrà ovviamente conseguenze negative: se la tavola diventa luogo di iniquità sociale, a rimetterci non è solo il palato. Malattie e obesità, in questo modo, tenderanno sempre più a riguardare le categorie più svantaggiate. Rischiamo di ritrovarci come un paio di secoli fa, quando la miseria rappresentava una condizione immutabile ed ereditaria.

Cerchiamo di pensarci, la prossima volta che qualcuno festeggia uno “zerovirgola” di crescita in più.

A presto,

CR

 

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