Lo abbiamo temuto tutti. E, inutile nasconderlo, anche noi. Quando sono stati annunciati i dazi dell’amministrazione Trump, il rischio di un contraccolpo serio per le nostre esportazioni era concreto. Non era allarmismo gratuito: in un’economia interconnessa, ogni barriera commerciale può tradursi in costi, perdita di competitività, tensioni sui mercati. E quindi, problemi per i consumatori.
Per questo abbiamo seguito con attenzione l’evolversi della situazione. E oggi, numeri alla mano, possiamo dire una cosa semplice: almeno finora, gli effetti non sono stati devastanti come si temeva.
I dati Istat sul 2025 registrano un +3,3% su base annua in valore per le esportazioni italiane. Un risultato che inverte il segno rispetto al 2024, quando l’export aveva chiuso a -0,5%. Non è un dettaglio. È un cambio di direzione.
Ancora più significativo è il dato relativo agli Stati Uniti. Proprio il Paese che ha imposto i dazi contribuisce in modo importante alla crescita: le vendite italiane verso gli USA aumentano sensibilmente (+7,2% su base annua). Non è un boom euforico, ma è una crescita solida, che smentisce l’idea di un blocco immediato delle nostre merci oltre Atlantico.
Questo non significa che i dazi siano irrilevanti o che non comportino costi. Le imprese hanno dovuto assorbire pressioni, riorganizzare strategie, lavorare sui margini. Il settore energetico, ad esempio, resta in difficoltà. E nessuno può escludere effetti più marcati nel medio periodo.
Ma la fotografia attuale è meno drammatica delle previsioni iniziali. L’economia reale, ancora una volta, si dimostra più resistente di quanto immaginato.
Il punto non è fare sconti a politiche protezionistiche che restano discutibili. Il punto è evitare due estremi: da un lato il trionfalismo, dall’altro il catastrofismo automatico. Noi per primi avevamo espresso preoccupazione. Oggi, con la stessa onestà, registriamo che il sistema produttivo ed economico italiano ha sostanzialmente tenuto. Le imprese hanno reagito, il Made in Italy continua a trovare spazio sui mercati internazionali e gli Stati Uniti restano un partner commerciale di peso. È un segnale incoraggiante, non una garanzia per il futuro.
La prudenza resta necessaria. I dazi sono uno strumento politico prima ancora che economico, e possono cambiare forma o intensità – come sta accadendo proprio in questi giorni, con conseguenze tutte da valutare. Ma allo stato dei fatti, il temuto tracollo non si è verificato. E quando i numeri smentiscono – almeno in parte – le paure, è giusto dirlo con chiarezza.




