Che noia questo Festival pieno di pubblicità e povero di musica

Festival di Sanremo

Domanda semplice: quante canzoni di questo Festival di Sanremo riesci a canticchiare stamattina? Se la risposta è “nessuna” o quasi, il problema non sei tu.

La verità è evidente, eppure come al solito quasi nessuno la dice: la musica di questo Festival è noiosa, spesso scadente, a tratti incomprensibile (domanda obbligata: “ma questo chi l’ha chiamato?”). Brani tutti uguali, costruiti con lo stampino, pensati per stare sul palco dell’Ariston e non per entrare nella vita della gente. Canzoni che sembrano fatte apposta per non disturbare nessuno, scopiazzate, autoreferenziali (tutti o quasi parlano di sé stessi), particolarmente adatte a un’edizione che – si vede da cento chilometri di distanza – vuole anestetizzare, smussare, rendere tutto innocuo. Come se lo scopo fosse.. rimandare tutto al prossimo Sanremo.

E allora sì, la nostalgia canaglia arriva. Non perché il passato fosse perfetto – per carità! – ma perché almeno ti lasciava qualcosa. Un ritornello, una melodia, una frase. Oggi, il giorno dopo, a me resta poco o nulla. Ore di ascolto non lasciano quasi nessuna impressione capace di durare, quasi nessuna emozione reale e sentita.

Non c’è da girarci attorno: le scelte di Carlo Conti non stanno pagando sul piano della qualità, ma ormai quella a Sanremo non se l’aspetta più nessuno. Puntare su artisti forti sui social, inseguire streaming e interazioni online: è questa la strada scelta. Una soluzione che può sembrare moderna, ma non lo è: anzi, è una soluzione vecchia e già vista. Senza contare che i follower non garantiscono belle canzoni, e l’algoritmo non sostituisce l’ispirazione. Il risultato – con questi addendi – è inevitabile.

Nel frattempo il Festival è diventato un contenitore enorme, dilatato oltre misura. Una pletora di pubblicità infinite, di spot e controspot, ha ridotto la gara a un carosello di terza qualità. La sensazione diffusa è che il tempo delle inserzioni superi quello dedicato alla musica. Per un evento che dovrebbe celebrare le canzoni, è un bel paradosso..

Il risultato è un mostro annuale, sempre più pesante, sempre meno incisivo. Gli ascolti, almeno per ora, sembrano dimostrarlo. Non basta dire, come fanno i dirigenti RAI; che i tempi cambiano: qui non è questione di generazioni, ma di sostanza. Se la musica è debole e la pubblicità è dominante, il Festival perde credibilità.

La Rai non può fare finta di niente. Il servizio pubblico dovrebbe difendere qualità e identità culturale, elevare l’asticella per quanto possibile, non alzare bandiera bianca sul piano culturale e trasformare Sanremo in un grande contenitore commerciale.

La nostalgia canaglia, alla fine, è arrivata: e se arriva per Sanremo, vuol dire che qualcosa si è proprio rotto, perché io le edizioni del passato me le ricordo e non è che fossero chissà cosa. Ma quando esci dalla serata con più marchi che melodie in testa, ti tocca rimpiangere pure le edizioni democristiane di mezzo secolo fa. A questo, ormai, siamo arrivati.

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