Fitch ha promosso l’Italia: e chissenefrega!

Fitch

La notizia ha fatto il giro delle prime pagine: Fitch ha promosso il rating dell’Italia da BBB a BBB+. Giubilo tra i banchi del governo, che ha celebrato questo nuovo “successo” con una spedizione da quello chef turco che va tanto di moda a Milano, e che ha presentato la cosa alla stregua di un giudizio divino, di un successo eterno per l’Italia e gli italiani. Forza della propaganda: un mezzo voto in più presentato come un trionfo nazionale. Ma la realtà è molto meno entusiasmante: il nostro debito resta comunque classificato come “a rischio”. E poi, anche le pietre hanno capito che questi non sono riconoscimenti che cambiano la vita dei cittadini. A essere valutata, infatti, non è la qualità della vita di noialtri, o i redditi, o i salari: ma la capacità dello Stato di garantirne il pagamento del proprio debito.

E qui sta il punto. Nessuno – o quasi – ne parla, ma chi decide questi giudizi non è un arbitro imparziale (ma quando mai..). I nostri giornali se ne dimenticano quasi ogni giorno, ma Fitch è di proprietà del gruppo americano Hearst. E nel capitale, oltre ai membri della storica famiglia editrice, figurano – attraverso fondi fiduciari – i tre “cavalieri dell’apocalisse”, i tre maggiori gestori del risparmio mondiale: BlackRock, Vanguard e State Street. In pratica, a valutare l’affidabilità del nostro Paese sono gli stessi soggetti che investono (e spesso speculano) sui nostri titoli di Stato. Un intreccio evidente di interessi che mette in discussione – e neanche poco – la neutralità di questi celebratissimi rating.

Non è un caso: il “premio” arriva proprio quando i governi dimostrano di tenere la barra dritta sulle politiche care ai mercati. Basta vedere chi c’è ai primi posti in classifica: campioni dell’austerity e paradisi fiscali. Non c’è alternativa insomma, per piacere a questi signori, a mettere mano a una bella dose di tagli alla spesa pubblica, contenimento dei salari, riduzione dello Stato sociale. Sono questi i segnali che tranquillizzano gli investitori, non certo il benessere della popolazione – di cui non interessa un accidente a nessuno.

Qui che la retorica si scontra con la realtà quotidiana: gli italiani hanno stipendi fermi da vent’anni, servizi pubblici sempre più carenti, tasse elevate. La sanità è sottofinanziata, i trasporti arrancano, l’istruzione fatica a reggere. Ma nonostante questo, Fitch promuove, ed è festa grande. Anche se promuove per motivi suoi: non perché la vita dei cittadini sia migliorata, ma perché i conti dello Stato sono gestiti in modo conforme alle aspettative dei grandi investitori internazionali.

In tutta questa commedia, i cittadini restano spettatori paganti, che finanziano con le loro tasse un sistema che non restituisce servizi adeguati. Non li consola certo l’applauso delle agenzie di rating, quasi una campana a morto sulle nostre prospettive future.

Conclusione: giornali e media la smettano di applaudire. La promozione di Fitch non cambia nulla nella vita di chi lavora, paga le tasse e sopporta ogni giorno disservizi crescenti. È solo l’ennesimo segnale che i governi sanno obbedire ai mercati.

Insomma, fatecelo dire. Fitch ha promosso l’Italia: e chissenefrega!

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