L’arte di entrare in carcere e uscirne in fretta

Sarkozy

Non è mai bello dire “l’avevo detto”. Ma quando è così, è così.

Il chiacchieratissimo arresto dell’ex presidente francese si è chiuso come da copione: una comparsata giudiziaria, due giorni di prime pagine, e via di nuovo verso casa. Il tempo di una foto in manette, giusto per rassicurare il pubblico che la legge, ogni tanto, tocca anche i potenti.

Ne avevo parlato qui, scrivendo:

Tra un po’, calmate le acque, ce li ritroveremo tutti in libera uscita. L’esperienza insegna: nel giro di poco, spesso, le accuse nei confronti di questi personaggi si attenuano, si stemperano, si sgonfiano. […] Chi dispone di risorse, avvocati, conoscenze e canali di potere non subisce la legge: la gestisce, la interpreta, la ritarda. Entra da una porta e, quando l’attenzione cala, esce dall’altra

E infatti così è andata: sono stato facile profeta. Neanche il tempo di sigillare la cella, e già – con un clamore mediatico decisamente minore! – tocca riaprirla. Eppure Sarkozy era stato condannato a cinque anni di reclusione per il caso dei finanziamenti dalla Libia e ne era stata stabilita l’incarcerazione per evitare la manomissione delle prove; niente da fare, ora la Corte ha disposto invece la “sorveglianza giudiziaria” per l’ex presidente. Tradotto: una firma in tribunale, un paio di dichiarazioni fotocopia alla stampa, e l’ex delfino di Francia è già restituito alla sua dolce compagnia, pronto a rituffarsi nella vita di ieri – presumibilmente danarosa e gradevolissima. Giusto il tempo per far credere al mondo che la giustizia francese non guarda in faccia nessuno – salvo poi accorgersi che, in realtà, come anche altrove, guarda eccome. Anzi, ci vede benissimo!

Perché il punto è sempre quello: nella stragrande maggioranza dei casi i ricchi non scontano le pene, le amministrano. Se vanno in galera, ci vanno come a tempo determinato, come una parentesi breve. Chi ha risorse, legali stipendiati e conoscenze negli uffici giudiziari sa come muoversi tra faldoni e cavilli, sa come tirare il freno, rinviare, ricorrere, fino a far scadere i tempi o cambiare le carte in tavola. È un gioco vecchio, collaudato, che si ripete uguale uguale da una vita.

Nel frattempo, chi non ha nulla di tutto questo – i poveri, le persone normali – resta inchiodato alla trafila infinita: mesi, anni, decenni. Processi che non finiscono mai, carceri che scoppiano, giudici che non hanno fretta di firmare. La giustizia a due velocità è la vera emergenza del nostro tempo: rapidissima quando serve ai forti, lentissima quando tocca ai deboli. E l’inverso, se necessario..

La legge è uguale per tutti? Da questo punto di vista no, non lo è mai stata. Per qualcuno è più uguale, anche se quando lo dici ti accusano di populismo, di qualunquismo, di voler semplificare.
Ma poi arriva puntuale il nuovo caso, l’ennesimo arresto-lampo, l’ennesima riabilitazione a telecamere spente.

E allora, piaccia o no, tocca ripeterlo: l’avevo detto.

 

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