Il boomerang della TV anti-Meloni

TV anti-Meloni

Chi mi conosce lo sa, non ho alcuna simpatia per l’attuale governo. Almeno, non più di quanta ne avessi – poca, nessuna – per quelli precedenti. Però una cosa devo confessarla: assistere, sera dopo sera, alla gincana mediatica che si svolge in certe trasmissioni mi fa quasi venire voglia di votarli per ritorsione. Non per convinzione politica: per autodifesa dal martellamento.

Chi accende la TV e passa da Formigli a Floris, da Lilli Gruber agli editoriali (ormai infiniti) di Corrado Augias, trova lo stesso, identico copione: la caduta imminente del governo Meloni (e, in versione internazionale, quella di Trump). Una profezia continua, martellante. Quando avverrà? Come? Perché? Chi sarà il traditore, il fattore scatenante, il dettaglio nascosto? Pare un reality show della disfatta, solo che dura da anni. E non succede niente..

Il punto non è il dissenso – sacrosanto. Il punto è che non esiste mai un ragionamento sulle ragioni del consenso dell’altra parte. Mai. Quel consenso viene liquidato come una tara culturale, una sorta di arretratezza congenita degli italiani che non capiscono, non studiano, non leggono, non guardano “le fonti giuste”. È un tono che si ripete, episodio dopo episodio: l’ospite prova a portare un punto di vista, e subito arriva la sentenza che chiude il discorso. Fine del dialogo.

Il risultato? Una ossessione quotidiana per il nemico politico, non un’analisi. E, cosa ancora più paradossale, un regalo permanente alla destra.

Perché quando chi si propone come baluardo civile e culturale finisce per parlare solo dell’altro – mai del Paese reale, mai dei problemi concreti, mai del perché le persone scelgono diversamente – quel fronte perde credibilità. Diventa un club, un salotto autoreferenziale, aspro, chiuso, che guarda dall’alto e non vede più niente.

E oggi una parte della sinistra appare esattamente così: astiosa, chiusa nei suoi palazzi, lontana dalle rivendicazioni sociali che dovrebbe rappresentare.

Dall’altra parte, invece, c’è chi questo scollamento lo sfrutta a proprio vantaggio. Anche senza merito, anche senza risultati, anche senza dare risposte. Basta starsene a guardare mentre l’avversario si avvita nella propria antipatia verso il mondo.

E allora sì: a forza di essere trattati come figli di un Dio minore per il solo fatto di non applaudire alle stesse persone, qualcuno potrebbe davvero votare per ritorsione. Non per convinzione politica, ma per liberarsi da un certo modo di fare comunicazione che non informa, non spiega, non ascolta. Predica. Sempre nella stessa direzione.

Il paradosso è tutto qui: nel tentativo di abbattere il governo, una certa televisione sta abbattendo sé stessa.

E rischia di trascinare con sé anche quell’area politica che, un tempo, sapeva parlare al Paese e ai suoi bisogni sociali. Ma adesso parla solo dei propri fantasmi..

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