POSTE ITALIANE O POSTE PRIVATE?


Cari Amici,

non sono mai contento di dire “l’avevamo detto”, specialmente quando azzecchiamo le previsioni su qualcosa che si ritorce contro i cittadini. Eppure è proprio così: l’avevamo detto. Checchè ne dica l’a.d. di Poste italiane Francesco Caio, che per rimettere in sesto i conti in vista della privatizzazione del gruppo ha pensato bene di chiudere 455 sportelli (anche se lui la chiama “razionalizzazione”), aumentare le tariffe e ridurre la frequenza dei recapiti sul 25% del territorio nazionale (anche se, in questo modo, 15 milioni di italiani riceverebbero la posta come un paio di secoli fa, a giorni alterni!), il peggioramento del servizio ai danni dei cittadini era scritto.

E infatti, puntualmente, si è concretizzato. Tanto che anche l’Agcom ha dovuto mettere un freno alle bislacche fantasie di Caio sull’adeguamento dei prezzi delle raccomandate: eccessivi, hanno decretato i consiglieri dell’Autorità, gli aumenti di 1 euro a lettera per l’ordinaria e 3 euro per la prioritaria. Per il resto, però, via libera: con la sola eccezione del consigliere Antonio Preto, che ha saggiamente ricordato come “la direttiva europea sui servizi postali prevede l’obbligo di recapito per un minimo di cinque giorni a settimana nell’ambito del servizio universale e ciò anche nelle zone remote e scarsamente popolate. La direttiva stabilisce che la riduzione di frequenza può essere autorizzata dall’Autorità di regolazione solo in circostanze o per condizioni geografiche eccezionali”.

Adesso, però, anche l’Europa si è accorta di quello che sta succedendo: secondo la Commissione Ue, infatti, la decisione di recapitare a giorni alterni la posta senza giustificate ragioni lede il diritto a un servizio universale da parte dei cittadini interessati: un assurdo, visto che Poste riceve ancora 262,4 milioni di euro l’anno dalle casse statali per coprire proprio il “servizio universale”.

Per ora, però, non resta che affidarci ai giudici. Come quelli del Tar Toscana, che ha bocciato il piano di Poste: il Tribunale ha infatti dato ragione al (piccolo) Comune di Cinigiano, in provincia di Grosseto, che aveva impugnato la chiusura dell’ufficio postale di Monticello dell’Amiata, frazione con circa 400 abitanti. Il motivo? Poste si era impegnata a intavolare una serie di incontri conoscitivi con i rappresentanti delle amministrazioni. L’ha detto ma non l’ha fatto: “una promessa da marinaio”, come ha spiegato il presidente del Tribunale toscano.

E mentre aspettiamo di vedere come va a finire, io non posso tacere. Si sta distruggendo, piano piano, uno dei servizi fondamentali di un Paese civile. Si sta trasformando la corrispondenza in un servizio a pagamento, abbandonando – di fatto – tutti quei piccoli paesi che non “rendono” quanto dovrebbero. Per noi, come anche per l’Associazione Nazionale Comuni Italiani, l’idea di condannare una parte dei cittadini a un servizio di serie B è però inaccettabile. Addirittura, rappresenta un controsenso per un’infrastruttura che si definisce pubblica la scelta di privilegiare i servizi assicurativi e finanziari a scapito delle mansioni di pubblica utilità, come il recapito postale. Lo slogan accattivante di Poste Italiane “Il cambiamento siamo noi” rischia allora di suonare come una beffa alle orecchie dei cittadini, se l’azienda è interessata più al business che alla sua – storica, e consolidata – funzione pubblica.

A presto,

CR

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