La cultura cinematografica italiana va sempre più a fondo…


Sembra che nel nostro Paese, ormai, non esista altro che un solo regista. Il suo nome è Sorrentino. Ma qualcuno deve pur dirlo: che tristezza!
Dopo discreti prodotti, come Il Divo e Youth – La giovinezza, il nostro unico e solo rappresentante della cultura cinematografica è caduto di nuovo nel peggiore dei tentativi di imitazione della grandezza felliniana.

Dopo La grande bellezza – raccolta mal composta di cartoline illiustrate della città di Roma, senza senso e costrutto – il nostro è ri-caduto in basso con l’ultimo prodotto “È stata la mano di dio”. Un’opera noiosa, lenta e personale che ha ben poche possibilità di lascare il segno nei non meritati spettatori. I quali, se non fosse stato per Netflix, probabilmente nemmeno l’avrebbero vista al cinema.

Un’accozzaglia di figurine Panini della vita sociale di inizio secolo, confusa e poco comprensibile. Un rincorrere sensazioni personali di vita vissuta in un’autobiografia priva di valori fruibili dal grande pubblico. Il dolore per la morte dei due genitori, afflitti da scontate vicende di gelosia e tradimenti tollerati per il bene della “famiglia” , il battesimo del sesso con la improbabile signora (attempata e lubrica) del piano di sopra, generosa complice dell’incapacità delle famiglie di allora di fornire una qualsiasi educazione sessuale ai ragazzi…

E poi una sequela di troppo scure immagini di vita vissuta, di cui “non può fregà di meno” allo spettatore comune, oggi immerso in tutt’altri problemi e riflessioni. Unica notazione forse veramente valida – ma non approfondita dal regista, che la tralascia senza riflettere – la zia Patrizia, simbolo della cultura maschilista dell’epoca (che considerava la donna incline a fare sesso liberamente come una “puttana” pazza da rinchiudere in manicomio).

Mi chiedo infine: ma come possiamo pensare di vincere un Oscar con un film personale e privo di messaggi generali o comunque stimolanti, e per di più lento, noioso e confusionario? Amen!

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