Un Festival confusionario e scadente


Io, che notoriamente non mi curo dell’opinione comune (specie se dettata, a reti unificate, dai media o dai social media) lo dico senza incertezze: ho trovato questa edizione del Festival confusionaria e scadente.

Un circo caotico, votato all’esagerazione compulsiva e al contrasto seriale: dai novantenni che fanno tanto nostalgia per l’Italia delle comari e delle cascine ai pischelli vuoti, che non hanno mai letto un libro in vita loro e se ne fanno vanto; dalla messa in mostra costante di carne femminile (più scoperta possibile) ai monologhi insulsi, da terza elementare, sulla condizione della donna. Un Festival fondato – anziché sulla buona musica – sulle componenti della società più privilegiate, benestanti ed egoriferite, con le loro morali colpevolizzanti (facile dire che il “corpo della donna non si vende”, quando si incamerano ricchezze esagerate e lontane da ogni sostenibilità sociale!) e la costante pedagogia edonistica e diseducativa – fondata esclusivamente sulla libertà sessuale – che ormai disseminano in ogni dove. No, non posso amare un Sanremo pieno di spot occulti ed egemonizzato dalla Royal Family del nostro Paese, dove un rapper piglia una foto di un politico risalente a vent’anni prima, lo aggredisce in diretta nazionale e fa credere all’intero gregge di follower che lo esalta a semi-dio che in questo modo si faccia politica; dove finalmente una foto mostra il figlio per quello che è, ossia un oggetto inanimato (come i prodotti in commercio) e dorato (per i soldi che produce). Uno scenario che ricorda molto un film recente, e bellissimo, sul narcisismo patologico di chi cerca il successo a ogni costo.

Insomma: il Festival 2023 è stato il trionfo del nulla assoluto; ma un nulla assoluto con lo share alle stelle. Un buco nero di cultura e significati, messo in atto con l’appoggio colpevole di un pubblico ormai amorfo, silenziato, moralmente atonico: rimbambito, per dirla semplice semplice, da un bombardamento costante di assurdità e stupidaggini, da una stampa asservita alle logiche dello spettacolo più che a quelle dell’informazione.

Di fronte a uno spettacolo del genere, e a quel plauso del pubblico da casa che fa male se solo ci si sofferma a pensare a tanta pochezza, non resta molto altro da aggiungere: le parole sono (stavolta sì) diventate quasi inutili. E davvero, chi l’avrebbe mai detto anni fa che ci saremmo ritrovati in una situazione del genere, avvolti da apostoli della ricchezza che dispensano lezioni di vita a chi la vita se la guadagna col sudore, circondati da messaggi finto-anticonvenzionali spacciati per ribelli, rassegnati all’euforia psicotica delle masse festanti: come se il pubblico a un concerto assistesse a un errore dopo l’altro, a una stonatura dopo l’altra, e alla fine battesse le mani dieci minuti all’orchestra – entusiasta dell’esecuzione.

Auguri, Italia: e a questo punto speriamo di ritrovarci presto Fedez Presidente del Consiglio, Ferragni Ministro della Famiglia. Ce li saremmo proprio meritati.

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