Si può essere critici verso l’estremismo senza offendere il sentimento religioso altrui


 

Partiamo da un presupposto: l’aggressione nei confronti di Salman Rushdie è inaccettabile, indecente, vile. Così è ogni volta che si usa la violenza per silenziare una voce: non c’è dubbio che tenga, atti del genere sono intollerabili. La speranza è che lo scrittore si rimetta al più presto, anche se ovviamente una vicenda del genere lascerà il segno nella sua anima.

Ora, dopo questa premessa doverosa, permettetemi di dire la mia. Condannata l’aggressione, è possibile provare a ragionare insieme. L’articolo di Roberto Saviano, come tanti altri articoli di queste ore, hanno eletto Rushdie al ruolo di faro della libertà d’espressione, a esempio – senza macchia – di coscienza senza vincoli e senza confini: ma le cose stanno veramente così?

In queste ore sembra che la vicenda abbia riguardato solo Rushdie e le gerarchie iraniane, ma le cose non stanno così. Spiace che nessuno ora ricordi, o voglia ricordare, che al momento dell’uscita del suo libro quasi tutti i paesi a maggioranza musulmana del mondo, insieme a Sudafrica e Thailandia, ne vietarono la vendita. O che l’editore del libro, la Viking Penguin, ricevette decine di migliaia di lettere di protesta: non a opera di fanatici fondamentalisti, ma persone comuni, credenti di tutto il mondo. O ancora che Christopher Hitchens, lo scrittore e giornalista morto nel 2011 e amico di Rushdie, scrisse nella sua biografia che Rushdie aveva inviato una copia del manoscritto ad un amico con un biglietto che diceva più o meno: «Vorrei che ci dessi un’occhiata perché potrebbe turbare qualche credente».

Non solo fondamentalisti, dunque: anche tanti fedeli si sentirono turbati. E lo stesso Rushdie aveva dubbi.

Non era un radicale Manazir Ashan, direttore della britannica Islamic Foundation, che all’indomani dell’uscita del libro dichiarò:

«Il libro è un vero sacrilegio, una profanazione che non ha precedenti nella storia recente. Stravolge in modo volgare la storia dell’islam e ritrae a tinte fosche personaggi autentici come i profeti Abramo e Maometto. Persino le sante mogli del profeta sono trattate da puttane, mentre riti e credenze della nostra fede sono messi in ridicolo e descritti con parole false».

E ci sarà una ragione, minacce a parte, se lo stesso Rushdie scelse di scusarsi in questo modo:

Riconosco che i musulmani in molte parti del mondo sono sinceramente angosciati dalla pubblicazione del mio romanzo. Deploro profondamente l’angoscia che la pubblicazione ha causato ai sinceri seguaci dell’Islam. Vivendo come viviamo in un mondo di molte fedi, questa esperienza è servita a ricordarci che dobbiamo essere tutti consapevoli della sensibilità degli altri”.

L’aggressione avvenuta è inaccettabile, come detto, ma la retorica vuota è un esercizio sterile: la verità è che le piazze islamiche si riempirono contro Rushdie già prima dell’intervento delle autorità iraniane (che cercarono anzi di “catturare” questo malcontento), e che le scene e i personaggi richiamati dal libro sono in molti casi veramente controversi per molti seguaci dell’Islam.

Riassumendo: posta la condanna per quanto accaduto, io penso che si possa essere critici nei confronti dell’estremismo islamico senza offendere il sentimento religioso altrui. Questo vale per Rushdie come per tutti gli altri. In ogni luogo e in ogni tempo. Per l’Islam e le altre fedi.

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