Quando l’audience vale più del buon senso

Carlo Conti

C’è un momento in cui la ricerca dell’audience smette di essere una strategia televisiva e diventa un problema culturale. Quel momento, a Sanremo, arriva ogni volta che lo share viene anteposto a tutto il resto: al contesto, alla responsabilità, al ruolo del servizio pubblico.

La rinuncia di Andrea Pucci – atto, in sé, anche lodevole – a partecipare al Festival va letta esattamente così. Non come un atto di censura, non come una vittoria morale, ma come l’epilogo prevedibile di una scelta sbagliata a monte. Una scelta fatta inseguendo il rumore, la polemica, il titolo facile del giorno dopo.

Il punto non è stabilire cosa si possa o non si possa dire in nome della comicità. Il punto è chiedersi se tutto sia opportuno quando viene amplificato dal palco più seguito d’Italia, in prima serata, davanti a milioni di spettatori, molti dei quali giovanissimi. Sminuire una cosa del genere significa non capire come funziona oggi la comunicazione di massa.

La televisione pubblica, però, sembra aver smarrito questa consapevolezza. Nella rincorsa allo share si scelgono personaggi divisivi, si accetta il rischio della polemica, si gioca sul filo dell’eccesso. Non perché sia culturalmente necessario, ma perché fa parlare. Funziona. È la logica dell’audience a tutti i costi, anche quando il costo è il buon senso.

La decisione di Pucci è personale e come tale va rispettata. Ma l’errore non è suo. L’errore è di chi ha pensato che fosse una buona idea portare sul palco dell’Ariston un personaggio che, al di là delle idee politiche, in passato si è distinto per battute omofobe, sessiste e razziste. Battute che, anche se pronunciate per far ridere, non smettono di essere messaggi.

La Rai e Carlo Conti dovrebbero chiedersi se sia proprio necessario trasformare Sanremo in una rincorsa alla polemica o se si possa intrattenere senza rinunciare al senso di responsabilità. Perché l’audience è importante, certo. Ma quando diventa l’unico parametro, il risultato è uno sfacelo culturale senza precedenti.

Per stavolta comunque ce la siamo cavata, ma resta una domanda aperta: quante altre volte, in nome dell’audience, in Piazza Mazzini saranno disposti a sbagliare?

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