Ventiquattro. Sei virgola tre. Cinque. Sono tre numeri che raccontano meglio di qualsiasi slogan cosa sta succedendo ai carburanti in Italia.
Da inizio giugno il petrolio ha perso circa il 24% del suo valore. Nello stesso periodo, però, la benzina è diminuita solo del 6,3% e il diesel di appena il 5%. Un divario troppo evidente per passare inosservato.
Nessuno sostiene che il prezzo del greggio sia l’unico elemento che determina il costo finale alla pompa. Accise, raffinazione, trasporto, distribuzione e fiscalità incidono sui listini. Ma è altrettanto difficile credere che sia normale tradurre un crollo così marcato delle quotazioni in ribassi tanto miserrimi.
Il risultato è quello che milioni di automobilisti sperimentano da settimane, ormai mesi – o forse anni. Quando il petrolio sale, benzina e diesel sembrano adeguarsi con una rapidità sorprendente. Quando invece il greggio scende, i prezzi rallentano improvvisamente, come se il mercato cambiasse improvvisamente ritmo.
In questo contesto, le convocazioni delle compagnie petrolifere da parte del governo servono a poco: producono più titoli di giornale che risultati. I consumatori non hanno bisogno di tavoli di confronto, ma di un mercato trasparente e di controlli efficaci che garantiscano un trasferimento reale e tempestivo dei ribassi fino ai distributori.
Perché ogni centesimo che non viene restituito alla pompa pesa due volte: sul bilancio delle famiglie e sui costi delle imprese. E finché i carburanti manterranno una doppia velocità – una per gli aumenti e una per i ribassi, una per incassare e una per sborsare – continueremo a girare intorno al problema senza risolverlo mai davvero.




