Pelé batte Ratzinger due a zero!


Lo so, è una battuta da black humour, ma i fatti sono questi e imbellettarli non ha senso: nella partita per la copertura mediatica, nella battaglia che ormai infuria tutti i giorni per la prima pagina, Pelé ha battuto Ratzinger.. due a zero.

Per il primo coccodrilli, speciali, approfondimenti, droni e chi più ne ha, più ne metta: un evento mediatico come ce ne ricordiamo pochi. Una circostanza tragica finita al centro delle cronache, come certifica l’immagine di Infantino in posa di fronte alla salma del campione brasiliano: una scelta di (enorme) cattivo gusto che però evidenzia la centralità mediatica della scomparsa di Pelé, nuovo fondale della scena pubblica, non a caso mandata in onda a reti unificate.

Tutt’altro discorso, invece, per Ratzinger: liquidato il ricordo da parte dei grandi media internazionali con i soliti approfondimenti-fiume che nessuno legge, se ne sta parlando – e se n’è parlato – molto poco. Eppure, l’importanza della sua figura nella storia recente della Chiesa non è in dubbio, la scelta di rinunciare al soglio pontificio fu oggettivamente innovativa e dolorosa, la sofferenza finale – sopportata con compostezza e riserbo – struggente e coraggiosa. Insomma: gli ingredienti c’erano tutti per farne un’icona di pari grandezza rispetto al pur divino «’O Rey».

Così però non è stato, e ormai sappiamo il perché. Per media e popolo (che ai media corre sempre dietro) non c’è confronto: tra i due vince Pelé. La morale è una sola: il calcio è la religione più forte del mondo e questo un po’ – ammettiamolo pure, senza problemi – ci avvilisce. È il pallone, oggi, il vero oppio dei popoli: gli assurdi mondiali in Qatar, “uno spot pubblicitario” a cielo apertotra container e deserti – servivano soprattutto a farcelo capire.

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