L’esperto di mafia della porta accanto


La notizia della cattura di Matteo Messina Denaro, è quasi superfluo doverlo aggiungere, rappresenta un fatto storico: destinato – anche se all’ex latitante mancassero solamente pochi mesi di vita, come dicono alcuni – a rimanere negli annali, un capitolo importante nel grande libro della lotta alla mafia che in questo Paese si continua a scrivere da ormai troppi anni.

Nonostante questa gioia nazionale, festeggiata dai cittadini in strada e sul web, anche in questo caso si è trovato il tempo (e il modo) di avanzare polemiche inutili, sterili, questioni assurde che a forza di condivisioni sono diventate però di largo dominio. Dopo gli immunologi della domenica e i generali da teleschermo, nugoli di esperti di mafia della porta accanto sono sbucati come funghi, pronti a illuminarci con le loro (contorte) argomentazioni.

La prima: l’accusa ai medici prima, e alle persone comuni poi, che sono entrate in contatto con lui, di non aver denunciato Matteo Messina Denaro prima dell’incursione dei carabinieri e delle forze dell’ordine. Una contestazione che dapprima ha serpeggiato su chat, social e gruppi, e poi è esplosa pubblicamente. A queste persone, evidentemente non avvezze alle storie di mafia, sfugge solo un piccolo particolare: avere a che fare con soggetti del genere è estremamente pericoloso, e mette a repentaglio la vita delle persone coinvolte. La lista dei crimini e degli omicidi di Matteo Messina Denaro è virtualmente infinita: posto che la sua identità fittizia non lo rendeva facilmente identificabile (neanche per degli addetti ai lavori), solamente da un divano si può sentenziare sul comportamento altrui con tanta superficialità. Certo, il fatto che per tanti anni nessuno lo abbia denunciato rappresenta – magari – un brutto segnale in termini di fiducia verso carabinieri e forze dell’ordine, e nessuno intende denunciare l’eventuale omessa denuncia. Ma nella vita serve un po’ di equilibrio, e prima di pontificare con il telecomando in mano ognuno in cuor suo dovrebbe avere l’onestà intellettuale di chiedersi “io che avrei fatto nella stessa condizione?”. 

La seconda osservazione degli esperti di antimafia da salotto è ancora più grottesca: possibile che il superboss si nascondesse a due passi da “casa”, nel posto dove tutti se lo sarebbero aspettati? E giù una fitta sequenza di teorie del complotto, si dice e analisi improvvisate, comprese quelle che sottolineano la distanza breve tra agenzie antimafia e nascondiglio del boss: lo Stato forse non voleva trovarlo? Lo sapevano tutti e nessuno ha fatto nulla di proposito?

Anche in questo caso, chi lo pensa si auto-denuncia: evidentemente non si tratta di osservatori che seguono il crimine organizzato in generale, e le organizzazioni mafiose in particolare. Farebbero bene ad approfondire, o a dedicarsi ad altro. Se esperti in materia fossero davvero, infatti, saprebbero che i territori d’origine rappresentano – come già nel cosiddetto “brigantaggio” post-unitario, che al Sud divampò per mezzo secolo – il principale serbatoio di forza e legittimazione di tutti coloro che intendono sfuggire alla Legge. Vedendo le cose in questo modo si capisce facilmente perché Matteo Messina Denaro si sia mosso poco, o pochissimo: altrove non avrebbe potuto contare sulla rete di sostenitori disponibile in terra natìa e sarebbe stato molto più vulnerabile di fronte agli inquirenti, molto più rintracciabile dalle forze dell’ordine (ormai abituate ad agire sul piano internazionale).

Il coinvolgimento democratico nel dibattito, da parte della pubblica opinione, è cruciale. Non smetterò mai di sostenerlo e incoraggiarlo: ma tutti dobbiamo fare il possibile perché si elevi, garantendo ai cittadini italiani informazioni chiare, verificate e corrette. Discutere del nulla, come in questi casi, sarà anche indice di libertà d’espressione; ma di sicuro fa perdere tempo a tutte le persone serie di questo Paese.

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