Inflazione che sale, fiducia che scende

Iran

C’è poco da girarci intorno: quello che sta succedendo in Medio Oriente non è qualcosa di lontano – come qualcuno vorrebbe farci sembrare. Anzi, tutto il contrario. Lo vediamo ogni giorno, nello scontrino della spesa, nella benzina, nelle bollette. I numeri dell’Istat lo confermano nero su bianco: ad aprile l’inflazione è salita al +2,8%. Ma più che una percentuale, è una sensazione concreta. È quello che succede quando arrivi in cassa e spendi 20 euro in più senza capire bene come.

Se poi proviamo a tradurre quei numeri nella vita reale, la botta è ancora più chiara: parliamo di circa 926 euro in più l’anno per una famiglia media. E se ci sono due figli si arriva tranquillamente oltre i 1.200 euro. Non bruscolini, ma soldi veri – praticamente uno stipendio – che escono mese dopo mese senza che cambi nulla nei consumi.

Il problema è che gli aumenti non sono distribuiti a caso. Colpiscono proprio quello che non puoi evitare. Il cibo, per esempio: +3,1%, con punte anche più alte sui prodotti freschi. E lì non puoi tagliare più di tanto, perché mangiare devi mangiare. Quindi si stringe altrove, oppure si rinuncia a qualcosa. Ed è esattamente così che inizia il meccanismo.

Poi c’è l’energia, ed è lì che la situazione si fa ancora più pesante. Nel giro di un mese si è passati da prezzi in calo a rincari pesantissimi, con aumenti vicini al +10% per alcune voci. E quando sale l’energia, lo sappiamo, sale tutto. Trasporti, produzione, servizi. È una catena che non si ferma.

E infatti non si ferma nemmeno l’effetto psicologico. Perché mentre i prezzi salgono, la fiducia – inevitabilmente – scende. E questo è forse il dato più preoccupante. Le famiglie iniziano a pensarci due volte prima di spendere, rimandano, tagliano, aspettano. Non perché vogliano, ma perché devono. E le imprese lo sentono subito.

Il turismo, per esempio, sta già pagando il conto. Tra caro carburante per gli aerei e incertezze sui voli, il settore è uno di quelli che rischia di più. Ma in generale è tutto il sistema che rallenta quando si diffonde questa sensazione di instabilità.

Il punto è semplice, siamo in un vicolo cieco: meno fiducia significa meno consumi. E meno consumi significa un’economia che si spegne piano piano. Non serve essere economisti per capirlo, basta guardarsi intorno.

E allora la domanda è sempre la stessa: che si fa? Perché finora le misure messe in campo non bastano. Se non si interviene davvero in modo massiccio, il rischio è che questa spirale continui.

E nel frattempo, mentre si discute, il conto continua a salire. Non c’è bisogno che vi dica chi lo sta pagando, vero?

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