La crisi interna del Garante per la protezione dei dati personali ha toccato un nuovo, inquietante picco con le dimissioni di Guido Scorza, primo tra i quattro membri del collegio dell’Autorità. Scorza ha annunciato la sua uscita con parole concilianti sulla “dolorosità” e sulla necessità della scelta, ma la verità è ben più sconcertante: questa è la conseguenza di un’indagine della Procura di Roma che coinvolge l’intero vertice dell’Autorità per corruzione e peculato, con perquisizioni della Guardia di Finanza negli uffici dell’ente e sequestri di documenti e dispositivi elettronici ai membri del collegio.
Le accuse non sono marginali: si parla di spese di rappresentanza lievitate senza controllo, possibili conflitti di interesse — ad esempio su decisioni sanzionatorie contro big player come Meta o questioni legate ad ITA Airways — e modalità di gestione che la magistratura sta ora scrutando nei dettagli.
Lavanderia, palestra, macelleria, parrucchiere, viaggi e hotel di lusso: a quanto risulta finora, tutto pagato con soldi pubblici. È questo lo scenario che emerge dall’indagine . Tra rimborsi per spese “estranee al mandato” e costi di rappresentanza esplosi fino a 400 mila euro l’anno, l’Authority nata per tutelare i cittadini appare oggi travolta da uno scandalo senza precedenti.
E qui sta il nodo: un’Autorità indipendente nata per tutelare i diritti fondamentali dei cittadini, dalla privacy online alla protezione dei dati sensibili, si ritrova travolta da indagini penali gravissime ma la prima reazione del collegio è quella di rimanere unito, respingendo qualsiasi passo indietro collettivo. Solo quando la pressione è diventata insostenibile, Scorza si è dimesso: non prima.
Ma la questione non può e non deve fermarsi a un singolo passo indietro. Al momento sembrano infatti venir meno le dovute garanzie a tutela dei soggetti che l’Autorità dovrebbe difendere, e appare assurdo che i componenti dell’organo di vigilanza non sentano il bisogno di dimettersi in blocco, almeno per consentire piena trasparenza e serenità nelle indagini. Cosa che una istituzione che si vuole credibile dovrebbe fare spontaneamente, senza aspettare lo sgretolarsi della propria immagine sotto i colpi di un’inchiesta giudiziaria e mediatica.
Ancor più grave è la reazione del governo, che di fronte alle irregolarità contestate e alle ombre sul funzionamento del Garante non ha ancora disposto un immediato commissariamento dell’ente. In un sistema democratico sano, colpito da una crisi di fiducia così profonda, l’unica risposta possibile sarebbe quella di affidare temporaneamente l’authority a un commissario terzo, per tutelare la collettività e permettere alla macchina della giustizia di svolgere il proprio lavoro senza influenze. Il fatto che ciò non sia avvenuto getta seri dubbi sull’effettivo interesse delle istituzioni al riguardo, nonostante si parli di un ambito così delicato come la protezione dei dati personali.
La privacy non è un optional: è un diritto costituzionale. Un diritto che non può essere salvaguardato da autorità che si trovano invece sotto l’occhio di un’inchiesta penale, con componenti riluttanti a farsi da parte e un’esigua reazione politica. Chi controlla, allora, il controllore? Il Paese ha bisogno di Authority imparziali e al di sopra di ogni sospetto, non di enti in conflitto con sé stessi. Solo così si può restituire fiducia a cittadini e imprese, e garantire che la protezione dei dati non diventi l’ennesima zona grigia in cui il potere si protegge da sé, anziché proteggere chi ne ha diritto.




