Mentre il mondo si raccoglieva per dare l’ultimo saluto a Papa Francesco, la scena che si è consumata in piazza San Pietro è apparsa come l’ennesima, triste manifestazione della colossale faccia di bronzo di cui è capace l’establishment globale.
Francesco, di sicuro il Papa più vicino agli ultimi, ai cittadini comuni, ai problemi quotidiani ignorati dai potenti, è stato infatti celebrato da quegli stessi leader che ogni giorno ignorano e sminuiscono il disastro sociale che lui denunciava ai quattro venti. E non solo: calpestano pure il suo richiamo più profondo, quello al valore della pace.
Papa Bergoglio ha dedicato la sua intera esistenza al valore incondizionato della pace, ammonendo senza mezzi termini contro guerre, conflitti, violenze e ingiustizie. Questo richiamo accorato — alla fine delle armi, al dialogo, al rispetto della dignità umana — è risuonato in ogni suo gesto e parola. Eppure, osservando i volti compunti dei pezzi grossi accorsi in abito nero al suo funerale, la domanda sorge spontanea: quanti di loro sono pronti a trasformare quelle pose doloranti in azioni concrete?
La risposta è amara: pochi. Forse nessuno. Ognuno ha il consenso interno cui badare, ognuno obiettivi geopolitici, economici, militari. A volte anche personali.
Se davvero il mondo avesse voluto onorare la memoria di Papa Francesco, oggi dovremmo assistere a un solo, grande miracolo laico: uno slancio unanime per la fine immediata dei conflitti. E invece, mentre si intonano preghiere, niente di niente. in Palestina e Ucraina, come altrove, si continua a sparare, a bombardare, a distruggere.
Ecco, quindi, cosa è stato il funerale di Papa Francesco: una parata di buone intenzioni a uso e consumo dei riflettori. Una fiera dell’ipocrisia a prezzi da evento esclusivo. Proprio ciò che Bergoglio ha sempre combattuto con forza: no, non è così che doveva andare.




