Diciamolo chiaro e tondo: la tassa sulla Fontana di Trevi è una porcheria. Non una scelta discutibile, non un errore tecnico: una porcheria politica e amministrativa. È la trasformazione di uno dei simboli culturali più famosi del pianeta in una macchinetta mangiasoldi, messa lì per raschiare il fondo del barile.
Chiamiamola per quello che è: una orrenda monetizzazione di un bene storico e culturale, fatta senza vergogna. Due euro per guardare la Fontana. Due euro per stare cinque minuti davanti a un monumento che dovrebbe essere di tutti. Un’idea talmente grezza che sembra partorita non per gestire il turismo, ma per fare cassa in fretta.
E infatti serve solo a questo: coprire l’incapacità dell’amministrazione di trovare i soldi per il proprio bilancio. Niente programmazione, niente recupero di sprechi, niente lotta seria alle inefficienze. Quando non sai dove prendere le risorse, metti un biglietto davanti a un monumento e speri che nessuno se ne accorga.
Peccato che se ne siano accorti tutti. I turisti hanno risposto nel modo più chiaro possibile: non pagando. Dai soliti 30mila visitatori al giorno si è scesi a circa 5mila. Un crollo secco, umiliante. Una bocciatura senza appello.
Il messaggio è chiaro ed è devastante: Roma non viene governata, viene svenduta a pezzi. Oggi due euro per la Fontana, domani il tornello davanti al Colosseo “per guardarlo meglio”, dopodomani il biglietto per respirare l’aria del centro storico.
Questa non è valorizzazione. È l’ammissione, nemmeno troppo velata, di una gestione fallimentare che usa i monumenti come tappabuchi di bilancio. E la Fontana di Trevi, trattata così, non è più un simbolo di bellezza: diventa il simbolo di un’amministrazione allo sbando.




