Il prezzo del petrolio è crollato, quello dei carburanti no. E da oggi, con la fine dello sconto sulle accise, arriva un’ulteriore stangata destinata a pesare non solo sui rifornimenti, ma sull’intera economia.
Scade infatti il taglio di 5 centesimi al litro disposto dal governo per benzina e gasolio. In assenza di una proroga, un pieno costerà circa 3,05 euro in più, considerando anche l’Iva applicata sulle accise. Il prezzo medio del gasolio sale così a 1,94 euro al litro sulla rete ordinaria e a 2,02 euro in autostrada, mentre la benzina raggiunge 1,86 euro al litro e 1,95 euro sulla rete autostradale.
L’aumento appare ancora più difficile da accettare se si guarda all’andamento del petrolio. Dall’inizio di giugno il Brent, riferimento per il mercato europeo, è precipitato da 95 a 70,8 dollari al barile, con un crollo del 25,5%. Eppure gli automobilisti hanno beneficiato solo di una riduzione di circa il 6% dei prezzi alla pompa, un calo minimo e del tutto sproporzionato rispetto alle quotazioni internazionali. Briciole.
Ora, con la fine dello sconto fiscale, il rischio è quello di cancellare anche quel limitato beneficio. Ma la vera preoccupazione riguarda gli effetti a catena: carburanti più cari significano costi di trasporto più elevati e, di conseguenza, possibili rincari sui beni di largo consumo, dagli alimentari ai prodotti di prima necessità.
A pagare il conto saranno soprattutto le famiglie e le fasce economicamente più fragili, già alle prese con un costo della vita sempre più elevato. Ancora una volta, mentre il petrolio costa molto meno, gli italiani rischiano di non vedere alcun vantaggio e di dover affrontare l’ennesimo aumento che finirà per incidere sul bilancio quotidiano. Ma tanto, ormai, a chi importa?




