DIRITTO ALL’OBLIO. COME TUTELARE LA PROPRIA PRIVACY?


Cari amici,

l’era di internet ha rivoluzionato completamente le nostre abitudini, permettendoci di accedere a contenuti che prima neanche sognavamo di conoscere. Finché la navigazione rimane un modo per spalancare i nostri orizzonti culturali, per accedere a una varietà di informazioni a seconda delle nostre esigenze, magari per interagire con persone fisicamente lontane, va tutto bene; i problemi sorgono quando si diventa vittime di cyberbullismo o la nostra vita privata viene irrimediabilmente compromessa.
La vicenda di Tiziana Cantone, giovane donna suicidatasi dopo esser diventata sui social un tiro al bersaglio a causa di un video erotico che la ritraeva, mi spinge a rivendicare con forza quello che è un diritto e un valore putroppo oggi smarrito: il rispetto della privacy.
Quando un contenuto che ci riguarda balza in rete contro la nostra volontà la Legge ci tutela? Proprio l’anno scorso la Corte Costituzionale Europea ha sancito il diritto all’oblio per cui ogni gestore di un motore di ricerca (Google, Yahoo) è responsabile del trattamento dei dati personali che compaiono su pagine web indicizzate nella ricerca, anche se sono pubblicate da terzi. Pertanto è tenuto a rispondere a tutte le richieste di “deindicizzazione”, che tuttavia non implica l’eliminazione di tutti i contenuti sul web in questione, ma rende praticamente impossibili trovarli, essendo state rimosse dalle pagine di ricerca.
Nel caso specifico, Google valuta la possibilità di eliminare su richiesta contenuti riguardanti informazioni personali (numeri di conti bancari, di carta di credito, immagini di firme) o immagini offensive (immagini di nudo o sesso esplicito) caricate o condivise contro il proprio consenso.
Paradossalmente però tende a non rimuovere altre informazioni comunque personali, quali la data di nascita, gli indirizzi e i numeri di telefono: un rifiuto che può essere fatale per le vittime di cyberbullismo. E gli ultimi casi di cronaca ce lo confermano!
Il motore di ricerca più cliccato a livello mondiale si difende appellandosi alla logica del “caso per caso”.
“È un numero di identificazione emesso dalla pubblica amministrazione? Si tratta di informazioni riservate o disponibili pubblicamente? Possono essere utilizzate per normali transazioni finanziarie? Possono essere utilizzate per acquisire ulteriori informazioni su un soggetto che potrebbero dare origine a danni finanziari o furti di identità? Si tratta di una foto/un video di nudo o di sesso esplicito condivisi senza consenso che consentono di identificare i soggetti?”. Se chi richiede la rimozione dei contenuti rientra nelle casistiche menzionate può dormire – si fa per dire – sonni tranquilli, Google provvederà a far sparire ogni dato compromettente.
C’è da dire che il principio di democrazia e libertà di espressione e di navigazione su internet ha raggiunto livelli talmente parossistici, che non sempre è facile districarsi tra le complesse maglie della rete. C’è chi, come aveva fatto Tiziana, decide di spinersi oltre, arivando in aula.
A malincuore ammetto che al di là dell’operato del singolo magistrato, è la stessa giurisprudenza europea a presentare ancora troppe falle. Questa infatti decreta che deve decorrere ”un notevole lasso di tempo che fa venir meno l’interesse della collettività alla conoscenza della vicenda”. Un’affermazione che più che mettere un punto apre un oceano di dubbi. Cosa significa? Che se viene pubblicato un contenuto intimo devo aspettare che tutto il globo abbia messo un “like” o commentato qualche frasetta scurrile e infangante prima di essere rimosso?
Il principio, semmai, può essere applicato a quei casi in cui la vicenda è di reale interesse pubblico. Ad esempio, il sequestro di un’azienda dai traffici illeciti non può essere oscurata come notizia, anche se inevitabilmente intacca la reputazione della famiglia che magari la gestiva. Se poi passa del tempo e alcuni membri di quella famiglia sono riusciti a “ripulirla”, garantendo onestà e trasparenza, le cose cambiano.
Ma se si tratta di un video amatoriale, sbandierato online contro la volontà della persona ripresa, quello stesso principio decade. Eppure, non è stato di questo avviso il magistrato che ha seguito il caso di Tiziana, il quale ha ripreso testualmente quanto decretato dalla Corte Costituzionale europea. Un’applicazione rigorosa della legge – molti diranno. Rigorosa solo in apparenza e, nei fatti, per nulla scrupolosa, perché le norme devono essere contestualizzate tenendo conto dei fondamentali diritti umani, quali il rispetto della vita privata. Altrimenti più che giudici o avvocati diventiamo solo freddi burocrati.

A presto,

CR

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