CYBERBULLISMO, CYBERMANIA


Cari amici, cari ragazzi,

vi chiedo giusto un attimo della vostra attenzione per trattare una problematica seria e purtroppo sempre più diffusa: il cyberbullismo.
Come molti sanno, si inizia per gioco, spinti dalla curiosità si accede ad alcuni siti, e clic dopo clic (o touch dopo touch) si fanno nuove conoscenze su chat. Parte la prima provocazione, alla quale segue una seconda e poi una terza, finché lo scambio in un primo momento intrigante si trasforma in minacce e vessazioni, con foto particolari che finiscono su fb.
Questa è la storia di molti ragazzi e ragazze vittime di cyberbullismo – in base all’ultimo rapporto Istat del 2014 la percentuale si aggira attorno al 20%. C’è, inoltre, chi ha subito almeno una volta nella vita azioni offensive e violente: in questo caso la percentuale sale oltre il 50% e riguarda una fascia d’età compresa tra gli 11 e i 17 anni.
Un fenomeno che oltre agli scompensi psicologici disintrega l’autostima, altera la percezione che si ha della sessualità, specie se si tratta dei primi approcci e – cosa ancor più grave, se non la più terribile – lede la propria immagine. Si, perché l’immagine dei preadolescenti e degli adolescenti in questione è stata scalfita irreparabilmente in “mondovisione”.
Come venir fuori da una situazione apparentemente senza scampo? Le vie di fuga ci sono, e la parola d’ordine è “rete collaborativa”, come sottolinea l’ultimo disegno di legge in merito, approvato in Senato nel maggio del 2015.
La famiglia per prima non deve delegare agli oggetti (gli apparecchi telematici) funzioni che vanno svolte da uno o più soggetti. Cosa voglio dire? Che uno smartphone, un pc o un tablet non può diventare una baby sitter o un parcheggio, specie per i più piccoli. Errore dal quale non è esente lo stesso mondo degli aduti: quanti 40enni o 50enni di oggi dimostrano chiari segnali di dipendenza dal mondo del touchscreen? Torniamo, invece, al mondo reale, altrimenti neanche lontamente potremo avvertire il disagio dei nostri ragazzi!
L’atto risolutivo resta la denuncia alla Polizia, che – in caso di video o foto diffuse su internet – può intervenire per farle rimuovere o oscurare in breve tempo.
Sul piano della prevenzione uno strumento molto utile è il “Glossario dei comportamenti devianti” del Ministero della Giustizia, consultabile on line (iGloss@). Un portale di consultazione per i giovani, i genitori, gli insegnanti e gli operatori (sociali, sanitari, giudiziari), che aiuta a distinguere tra comportamento deviante e reato grazie alle precisazioni “questo è reato!” o “questo è comportamento a rischio!”. In fondo a ognuna di queste voci, inoltre, c’è la possibilità di inviare un’e-mail – anonimato e privacy garantiti – per raccontare un’esperienza, chiedere informazioni o segnalare nuovi termini.
Infine, le “Linee di orientamento per azioni di prevenzione e contrasto al bullismo e al cyberbullismo”, presentate dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, prevedono un coinvolgimento a tutto campo delle scuole – con un investimento di 2 milioni di euro – per forme di monitoraggio, percorsi di formazione per studenti e famiglie, apertura di sportelli di ascolto, oltre a indicazioni su come tutelarsi.
Resta solo un ultimo punto interrogativo: quando il ddl (menzionato sopra) si trasformerà in legge effettiva? La sosta un po’ troppo prolungata alla Camera non ci sorprende, il problema è che il disegno di legge punta più sulla difesa (la rimozione dei contenuti offensivi dalla rete, l’intervento del Garante della privacy) che non sulle sanzioni (un aspetto sul quale ritornare quanto prima!).
Riepilogando, abbiamo in mano i modi per contrastare il fenomeno, spetta però al Governo l’ultima parola.

A presto,
CR

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