Tra tentennii e balbettamenti, tra tanto cincischiare, sul caro-carburanti il governo sembra aver scelto di non intervenire, scaricando ancora una volta il peso della crisi su cittadini e imprese. Mentre i prezzi alla pompa continuano a salire e incidono sempre più sui bilanci delle famiglie, l’esecutivo Meloni sta escludendo il taglio delle accise, preferendo misure minori che rischiano di avere effetti limitati e temporanei.
Le dichiarazioni del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, vanno esattamente in questa direzione: l’ipotesi di una riduzione delle accise sui carburanti viene di fatto accantonata. Una scelta che contestiamo con forza, anche perché le motivazioni portate a sostegno di questa decisione non trovano riscontro nell’esperienza recente.
L’esperienza dimostra come stanno le cose. Nel marzo del 2022, con il governo Draghi, il taglio delle accise portò a un effetto immediato sull’inflazione: l’indice nazionale dei prezzi al consumo scese dal 6,5% al 6%, con un calo pari allo 0,5%. Un risultato che, considerando la spesa complessiva delle famiglie italiane in quell’anno, si tradusse in un risparmio stimato di circa 4 miliardi di euro per i consumatori.
So di averlo già detto, ma lo ripeto volentieri: non si tratta solo di ridurre il prezzo alla pompa. Il costo dei carburanti incide direttamente sui trasporti e quindi sui prezzi di molti beni, a partire da quelli alimentari. Senza i benefici diretti e indiretti del taglio delle accise nel 2022, il tasso di inflazione in Italia sarebbe stato ancora più alto.
Oggi, invece, il governo sembra voler imboccare una strada diversa. L’ipotesi è quella di intervenire con bonus o misure limitate alle famiglie meno abbienti, una strategia che a nostro avviso rappresenta solo un palliativo e non affronta il problema alla radice.
I dati sui prezzi confermano la gravità della situazione. Secondo le rilevazioni del ministero aggiornate al 15 marzo, il gasolio ha raggiunto una media di 2,07 euro al litro, ossia 34 centesimi in più rispetto al periodo pre-conflitto. Questo significa che un pieno di diesel costa oggi 17,3 euro in più, pari a circa 415 euro l’anno per un automobilista che effettua mediamente due pieni al mese.
Di fronte a questi numeri, la scelta di non intervenire sulle accise appare incomprensibile. La normativa italiana prevede strumenti che consentono di modulare la tassazione sui carburanti proprio per fronteggiare fasi di forte aumento dei prezzi, ma tali strumenti restano inutilizzati.
Il rischio – meglio: la certezza – è che il caro-carburanti continui a propagarsi lungo tutta la filiera economica, con ripercussioni sui prezzi dei prodotti trasportati e quindi sui listini al dettaglio.
La linea scelta dall’esecutivo equivale, di fatto, a lavarsene le mani, rinunciando a un intervento che potrebbe produrre benefici immediati e diffusi per l’intera collettività. Una scelta in linea con quanto fatto finora, ma che vedremo che effetto avrà in vista delle prossime tornate elettorali – a partire dall’imminente referendum..




