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SCUOLA, QUALI SICUREZZE?

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Cari amici,

tra pochi giorni riaprono le aule scolastiche per dar il benvenuto a vecchi e nuovi studenti. All’inizio del nuovo anno scolastico, le discussioni più in auge sono l’aumento o la diminuzione degli iscritti, l’assunzone di nuovi insegnanti, le aspettative di un buon rendimento per i ragazzi. Io, invece, mi interrogo sull’andamento delle strutture scolastiche, spesso fatiscenti e abbandonate all’incuria.
Il drammatico caso della scuola di Amatrice, crollata a  causa del terremoto dello scorso 24 agosto, ha riaperto la discussione sull’effettiva sicurezza degli edifici scolastici.
A chi si preoccupa dell’incolumità degli studenti di tutta Italia solo dopo l’ennesimo prevedibilissimo incidente certo non si aggiudica il premio per tempismo e lungimiranza!
Ma come accade ogni volta, al compianto seguono i sondaggi e le ricerche per accertarsi che le nostre scuole godano di buona salute. Ricerche che puntualmente, come sa chiunque abbia occhi per vedere, dimostrano il contrario. Nel rapporto Ecosistema Scuola – per restare in argomento sismico – Legambiente afferma che di 6.310 scuole censite, pari a un settimo del totale degli istituti presenti sul territorio nazionale, il 65% è stato costruito prima del 1974, anno di entrata in vigore della normativa antisismica. Appena l’8,7% degli edifici presi in considerazione, il dato è aggiornato al 2014, è stato costruito secondo criteri antisismici, mentre solo per un immobile su quattro è stata eseguita la verifica di vulnerabilità sismica.
E la vulnerabilità che non è l’unico problema. A San Giuliano milanese da poco si è completata la ristrutturazione del tetto del liceo ‘Primo Levi’, un complesso che ospita 4oo studenti. bello, bravi, bis. Peccato che non sia questa la sorte toccata ad altri istituti di Padova, Gorizia, Livorno, Siracusa, La Spezia, Viareggio, Lipari, Gioia Tauro e Guidonia, dove crolli di solai, tetti, controsoffitti, distacchi di intonaco, caduta di cancelli, ventilatori si verificano quotidianamente.
Il Governo avrà pure fatto un piccolo passo, stanziando 40 milioni di euro per i primi interventi per soffitti e solai, ma sono una piccola goccia nel mare, appena sufficienti a finanziare 7 mila opere, quando gli enti locali hanno chiesto 14 mila interventi. La coperta, come al solito, è corta: anche per i nostri figli. Identico discorso per i 505 milioni che Renzi ha deciso di riservare alla piccola manutenzione. Il punto è che non ha senso impuntarsi sui dettagli, se prima non si risolvono i grandi problemi!
Speranzoso il sottosegretario all’Istruzione, Davide Faraone ha dichiarato che entro il 2017 il Ministero investirà ancora un miliardo e 700 milioni in edilizia scolastica. Fondi che si aggiungono alla cifra totale di oltre 7 miliardi promessi per garantire scuole sicure, decorose e funzionali.
Ma i numeri, si sa, possono snocciolarli a piacimento. I fatti, invece, parlano. Tanto che – per placare un po’ gli animi dei più apprensivi – il Miur ha pubblicato l’Anagrafe dell’edilizia scolastica, dove si trovano i dati anagrafici, l’origine, l’età e la conservazione di ogni edificio. Possiamo quindi tirare un sospiro di sollievo, visto che almeno sappiamo dove mandiamo i nostri figli? Niente affatto, perché il portale risulta ancora non aggiornato ed incompleto. Se questa era la mossa per rassicurarci, c’è poco da stare tranquilli.

A presto,
CR

“CARA” SCUOLA. COME RISPARMIARE SULL’ACQUISTO DI MATERIALE SCOLASTICO

Scuola

Cari amici,

per chi ha famiglia ed è ancora in vacanza, consiglio di godersi questi ultimi momenti di riposo prima di tornare ai soliti impegni e prima di affrontare spese tutt’altro che irrisorie!
Chi di voi ha figli che vanno scuola sarà infatti costretto a mettere mano al portafoglio e sganciare almeno 500 euro per acquistare libri, zaini, diari; insomma, tutto l’occorrente per un corredo completo da perfetto studente.
Voglio tuttavia tranquillizzarvi: potreste spendere molto di più! Acquistando altri libri potreste arrivare a pagare anche 1.100 euro (quasi uno stipendio).
So quanto sia difficile in questi casi fare economia, a meno che i vostri figli non abbiano borse di studio o agevolazioni economiche in base al reddito familiare. Oltre al classico “passalibro”, esistono però altri metodi per risparmiare.
Innanzitutto, accantonate le mode. A che serve l’ultimo diario Comix o quello che reca in copertina l’immagine dei cartoni animati più gettonati? Per l’uso che se ne fa basta un’agenda meno costosa, arrivando a risparmiare anche il 40% in meno.
Poi, meglio comprare al supermercato che non in cartolibreria. Al supermercato spesso vengono venduti i cosiddetti “prodotti civetta” per attirare i consumatori. Acquistando quaderni, quadernoni o album a basso costo potrete risparmiare fino al 30%.
Una raccomandazione: è bene fare scorta di materiale scolastico, ma non esagerate! Si tratta dei vostri figli e non della flotta della marina militare. Aspettate che inizi l’anno scolastico e che i professori diano direttive agli studenti su cosa comprare (dal compasso alla calcolatrice).
Ovviamente offerte promozionali e kit superscontati ben vengano! Ma anche qui, fate un rapido “check”, confrontando i prezzi e valutando la qualità del prodotto, in particolare per lo zaino, al quale, tra l’altro, sarebbe preferibile il più comodo trolley.

A presto,
CR

LA NUOVA ODISSEA DEI PRECARI

Foto Vincenzo Livieri - LaPresse 
05-05-2015 - Roma - Italia 
Cronaca
Manifestazione contro la riforma della "Buona scuola" 
Photo Vincenzo Livieri - LaPresse 
05-05-2015 - Rome -  Italy 
News
Demonstration against the reform of the public school

Cari amici,

l’esodo di migliaia di precari italiani, per lo più provenienti dal Sud, costretti a lasciare casa e famiglie per trasferirisi a migliaia di km di distanza ha dell’insensato e del vergognoso.
Da Palermo, a Bari, a Napoli, ad Ascoli Piceno molti docenti appartenenti alla fascia B si sono visti, a parità di punteggio con altri colleghi della fascia C, scaraventati in altri porti, città e paeselli. Non hanno retto il colpo e, giustamente, si sono ribellati, occupando uffici scolastici e sedi istituzionali. C’è anche chi è andato direttamente a protestare lungo Viale Trastevere, dove ha sede il Ministero dell’Istruzione.
Il Miur ha sbagliato più delle altre volte, facendo errori grossolani nell’assegnazione dei posti. Solo a Napoli se ne contano 476 su 1176 trasferimenti!
E anche se il Ministro Giannini ha definito la mobilità interprovinciale una procedura complessa, alla quale si sta cercando di rimettere mano, l’impressione è che la matassa sia così ingarbugliata da non venirne più fuori, a maggior ragione se settembre è dietro l’angolo!
Il punto è che non stiamo parlando di studenti Erasmus, che per “vocazione” decidono di trasferirsi per sei mesi o un anno in un altro Paese! Si tratta di 100.000 persone, desiderose di una cattedra, che ogni estate, ansimanti, attendono il verdetto della nuova assegnazione, sperando di riavvicinarsi ai propri cari, specie se non più giovanissimi e con figli a carico!
Certo, mi si potrà ribattere che non è colpa del Ministero se la popolazione scolastica aumenta al Nord e diminuisce al Sud. Ma ribatto subito ricordando che nella parte bassa del Paese ancora non esiste il tempo pieno: tra le prime dieci province più scoperte solo una (Aosta) è al Nord le altre sono al Sud (Ragusa, Trapani, Teramo, Reggio Calabria, Palermo, Agrigento, Campobasso, Catania, Frosinone).
Per non parlare poi dei bambini al di sotto dei tre anni presi in carico dai servizi socio educativi per la prima infanzia: un’opzione si può dire inesistente al Sud (in Calabria solo il 2,1%, in Campania il 2,6%).
Pochi allarmanti dati chiariscono allora che l’emergenza è da ricercare altrove: i docenti sovrabbondano, ma manca un efficiente sistema istruttivo che punti il binocolo nella zona più svantaggiata d’Italia. Il Ministero dell’Istruzione e il Governo forse dovrebbero chiedersi perché è in aumento l’abbandono scolastico nelle regioni meridionali e ragionare su come invertire una preoccupante tendenza. Re-investire nella scuola – ammesso che lo si voglia fare davvero, finora ho sentito solo tante chiacchiere! – implica l’impiego di risorse umane, che non devono essere costrette a intraprendere traversate transregionali.
E se proprio qualcuno deve partire, sia messo nelle condizioni di veder nel tempo concretizzata la speranza di un riavvicinamento. Avere tanti docenti insoddisfatti e già in partenza affranti nuoce a tutti: dal Ministero agli alunni. A che pro aumentare il popolo crescente di novelli Ulisse, condannati vagare per altri mari senza mai poter tornare nella propria terra?

A presto,

CR

SCUOLA? UNA COSA DA RICCHI!

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Cari amici,

di questi tempi avere figli bravi a scuola conviene: non soltanto in prospettiva futura, ma anche e soprattutto per le nostre tasche.

Questo perché chi va male a scuola e deve recuperare le “rimandature” ha spesso bisogno di ripetizioni private che, ahimè, sono un vero salasso!

Ed anche in questo l’Italia è letteralmente spaccata in due.

Vi faccio alcuni esempi: Milano è la città più cara. Un’ora di ripetizioni per una materia scientifica costa all’incirca 23 euro, contro i 12,50 euro per le materie umanistiche. Roma, invecscuolae, si ferma rispettivamente a quota 22 euro e 10.

Tutt’altro discorso per il Sud Italia: a Napoli, ad esempio, un’ora di lezione di matematica o fisica costa 10,50 euro, mentre per una materia letteraria bastano anche 5 euro.

Stando ai risultati di alcuni studi, il giro d’affari delle ripetizioni private si aggira attorno al miliardo di euro, il tutto – chiaramente – in nero.

La Fondazione Einaudi – che proprio sul tema ha condotto una ricerca – ci dice, infatti, che il 90% degli intervistati ha dichiarato, in barba al fisco!, di non aver ottenuto nessuna ricevuta dal prof di ripetizioni.

Il dato forse più sconvolgente è che il 70% dei genitori ha affermato di aver reclutato il docente privato proprio tramite l’istituto scolastico frequentato dal figlio.

Ma, se la memoria non mi inganna, nel lontano 2007 per gli “idei” o corsi di recupero erano stati stanziati 240 milioni di euro.

Poi, come per la sanità pubblica, i finanziamenti si sono incredibilmente ridotti fino a rendere impossibile per le scuole organizzare i corsi di recupero, costringendo genitori e studenti a rivolgersi al “settore privato”, se così possiamo definirlo.

Questo tipo di scelta grava moltissimo sul bilancio familiare, specie se il singolo studente deve recuperare più materie. Ma, ancor più grave è il fatto che spesso va a lezione soltanto chi se lo può permettere con la conseguenza che, ormai, anche la scuola è tornata ad essere “di classe”.

Se per proseguire la propria carriera scolastica, lo studente è costretto a pagare per recuperare i debiti, vien da sé che chi non può pagare non avrà mai la possibilità di andare avanti. Dovrebbe essere la scuola in primis ad occuparsi di colmare le lacune dei propri alunni, garantendo equità e pari diritti e non trasformando la scuola in un business in cui vige soltanto la “legge del più ricco”. Sinceramente, trovo tutto questo mercato nero – che si autoalimenta per le incompetenze della nostra amministrazione – una sconfitta e un fallimento per l’istruzione pubblica.

Se è vero che “la cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande”, non possiamo e non dobbiamo ridurre tutto ad una mera questione di soldi.

A presto,

CR

Addio alle scuole insicure

Cari amici,

non so se ricordate la storia del liceo scientifico “Darwin” di Rivoli, un piccolo comune in provincia di Torino: il 22 novembre del 2008 crollò il controsoffitto dell’aula della 4a D, morì un ragazzo – Vito Scafidi – di soli 17 anni, un altro – Andrea Macrì – rimase paralizzato e costretto sulla sedia a rotelle e i loro 16 compagni di classe riportarono diverse lesioni, più o meno gravi.

Il percorso giudiziario di questa triste storia si è concluso nell’ottobre del 2013, con sei condanne per i reati più disparati: disastro, omicidio e lesioni colpose.

A dover scontare la pena detentiva anche i tre insegnanti responsabili della sicurezza della scuola.

Beh, pochi giorni fa la Cassazione, con una sentenza che azzarderei a definire storica, oltre a confermare le condanne già stabilite, ha affermato che: “Le scuole che non offrono un adeguato livello di sicurezza per l’incolumità degli allievi e del personale che ci lavora devono essere chiuse su iniziativa degli insegnanti che hanno accettato di ricoprire il ruolo di responsabili della sicurezza e prevenzione e che agiscono su delega del preside e non possono rimanere inerti di fronte a criticità foriere di pericoli”. La scuola ed i responsabili alla sicurezza, dunque, sono considerati tra i principali responsabili per quanto riguarda la sicurezza edilizia.

La scuola stessa, sostengono i giudici, deve obbligatoriamente dotarsi di tutte le misure necessarie a garantire l’incolumità dei propri studenti. E, intervenendo a tal proposito sul caso del liceo Darwin, la Cassazione scrive che: “Tale obbligo è stato palesemente violato a causa della mancata liceo_darwinvalutazione della inadeguatezza dell’edificio sotto il profilo della sicurezza a causa della presenza del vano tecnico sovrastante il controsoffitto“.

E agli insegnanti del Darwin che avevano accettato di ricoprire il ruolo di responsabili della sicurezza, privi delle competenze necessarie, i giudici hanno risposto per le rime, replicando che chi non è in grado di svolgere tale compito ha ben tre possibilità: darsi da fare per acquisire le suddette competenze, utilizzare le conoscenze di chi ne dispone oppure segnalare al Preside la propria incapacità.

Insomma, cari professori l’ignoranza non può e non deve essere una scusa. I “non sono in grado” e i “ma io non lo sapevo” non valgono più. E’ ora di assumersi le proprie responsabilità e pagare le proprie colpe, proprio come i tre insegnanti condannati che hanno fatto finta o non hanno capito che quel controsoffitto era una vera e propria bomba ad orologeria, destinata ad esplodere sulla testa dei propri studenti!

A presto,

CR

A lezione di “homeschooling”

Cari amici,

Homeschoolingquante volte ci siamo sentiti ripetere che la scuola è importante? E quante volte noi stessi lo abbiamo ripetuto ai nostri figli? Beh, mi duole dirlo ma ho scoperto che c’è chi non la pensa così.

Anzi. In Italia esiste un ricco gruppo di genitori che ha deciso di non iscrivere i propri figli a scuola e di farsi carico in prima persona della loro educazione facendo “homeschooling”, ovvero “educazione e istruzione parentale”.

L’iniziativa fa capo a un portale – www.educazioneparentale.org – ideato da Erika Di Martino, un ex-maestra che, delusa sia dalla propria esperienza professionale che dall’impatto che i figli hanno avuto a scuola, ha deciso di dedicarsi all’homeschooling.

Le motivazioni che inducono i genitori ad optare per l’educazione parentale sono varie e nascono tutte da una posizione critica verso il sistema scolastico: i bambini sono nervosi, tesi, troppo competitivi, ghettizzati per problemi fisici o comportamentali, oppure – nel peggiore dei casi – vittime di bullismo.

E il tutto è assurdamente legale: l’articolo 34 della Costituzione italiana dice che “l’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”, ma non si specifica l’obbligo di iscrizione a una scuola. Chi vuole educare a casa i propri figli deve semplicemente comunicarlo ogni anno alla direzione didattica territoriale. Su richiesta delle famiglie, i bambini possono poi sostenere un esame a fine anno per testare il grado di istruzione, oppure nel caso vogliano ottenere un diploma o rientrare a scuola. In Italia l’homeschooling è drammaticamente in crescita: basti pensare che al raduno annuale di homeschoolers che si tiene a giugno a Rimini, nel giro di quattro anni i partecipanti sono passati da 40 a 700.

La cosa che più mi lascia perplesso sono i metodi di educazione e istruzioni scelti dai genitori: a detta della Di Martino la matematica non si impara sui banchi di scuola ma andando a fare la spesa, la geografia viaggiando e i libri possono essere tranquillamente sostituiti dai video su Youtube. Divertente senza dubbio, interessante e stimolante, ma poco professionale. Potrò risultare obsoleto, ma la scuola è importante. A scuola bisogna andare e non solo per imparare a leggere e a scrivere, ma perché – come si suol dire – la scuola è maestra di vita. Nessun esperienza fatta con i genitori potrà mai sostituire la preparazione professionale di un insegnante e soprattutto le esperienze interpersonali che si possono avere con i coetanei. Anche quelle negative.

A presto,

Carlo

Safer Internet Day 2016

Cari amici,

domani si celebra il Safer Internet Day, la giornata mondiale per la sicurezza in Internet. Un giorno davvero importante che ci aiuta a riflettere sulle potenzialità e sulle conseguenze, spesso negative, che la rete ha sulla nostra vita.

Il web e i social network sono ormai entrati a far parte della nostra quotidianità, spesso sostituendo le reali relazioni sociali.

Ma, nella nuova network society quasi nessuno degli utenti Facebook e Twitter comprende la pericolosità del mezzo che utilizza: stare seduti dietro allo schermo di un pc non restituisce, infatti, la misura della potenza di Internet.

Questa “innocente” inconsapevolezza non solo ci espone a tutte le insidie del mondo virtuale, ma – cosa ancor più grave – azzera la nostra privacy: foto, pensieri, stati d’animo, tutto è alla portata di tutti. Tutto è pubblico, senza filtri e senza remore.

Non a caso i “nuovi” reati, di cui si parla sempre più spesso, consistono in una violazione della privacy tramite l’uso del tutto improprio del web: lo stalking, le truffe, il furto di identità e il cyberbullismo.

E ad andarci di mezzo, come dimostrano i recenti casi di cronaca, sono spesso gli adolescenti. I ragazzi di oggi sono sempre più interconnessi, in rete giocano, parlano, studiano, comprano e vendono, ascoltano musica, guardano video. Insomma, in una parola, vivono in rete, spesso senza alcun controllo, completamente ignari sia delle opportunità che dei rischi del web.

Proprio per questo, in occasione del Safer Internet Day, la Polizia Postale e delle Comunicazioni, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, ha deciso di organizzare workshop sul tema del cyberbullismo nelle scuole di 100 capoluoghi di provincia italiani.

I poliziotti del web incontreranno, così, oltre 60mila ragazzi al motto di “Play your part for a better Internet”, ovvero “Gioca la tua parte per un Internet migliore”.

Il nome del progetto – ideato dalla Commissione Europea – è in questo significativo: “una vita da social”. L’obiettivo è semplice: aiutare i ragazzi a navigare in rete in modo sicuro, sfruttando tutte le potenzialità comunicative del web e scongiurando la possibilità di ritrovarsi vittime di cyberbullismo.

I tristi casi di cronaca nera a cui ormai la televisione ci ha abituato partono spesso dai social network: una foto o un video condiviso in modo sbagliato, con il chiaro intento di violare la privacy dell’altro, di deriderlo, o con l’ingenuità propria degli anni dell’adolescenza, e il danno è fatto!

“Una vita da social” vuole evitare tutto questo, vuole insegnare ai ragazzi a coniugare in modo efficace le dinamiche di relazione ed espressione di sé con la tutela della privacy propria e degli altri.

Sono convinto che iniziative come queste siano di fondamentale importanza perché aiutano a portare all’attenzione di un gran numero di utenti la sicurezza nell’uso della rete. Non a caso, in molti Paesi come l’Inghilterra, i ragazzi a scuola hanno la possibilità di inserire nel proprio percorso di studi la “media education”, una materia specifica che educa bambini ed adolescenti ai media e con i media.

In Italia una disciplina del genere non è ancora prevista nel nostro ordinamento scolastico, eppure sono sicuro che la formazione e la prevenzione siano gli unici strumenti che abbiamo per arginare il fenomeno del cyberbullismo.

A presto,

Carlo

Un’epidemia silenziosa

Cari amici,

ha soltanto 12 anni la ragazzina che ieri, a Pordenone, si è gettata dal balcone di casa per farla finita. Non ne poteva più delle angherie e dei continui episodi di bullismo da parte dei suoi compagni di scuola a cui ha lanciato un messaggio forte e chiaro: “Adesso sarete contenti”. Fortunatamente la caduta è stata attutita dalla tapparella aperta di una finestra del primo piano e la bambina, pur in condizioni gravi, non è in pericolo di vita. Ma – da quando ho appreso la notizia – la domanda che continuo a pormi è: si può arrivare a tanto?

Quello di Pordenone è solo l’ultimo di una lunga serie di casi, buoni per riempire le pagine della cronaca nazionale, per suscitare condanne a destra e a manca, ma non per accelerare i tempi dell’approvazione di quel disegno di legge sul cyberbullismo, fermo alla Camera da maggio 2015.

Ricordo, a chi non avesse ben chiara la situazione, alcuni episodi: a settembre, nella provincia di Vercelli, un ragazzo di 26 anni si è impiccato, dopo essere stato chiuso in un bidone, costretto a indossare un sacco dell’immondizia, denigrato e insultato a lavoro e in strada. E, cosa ancor più grave, le immagini di quei terribili momenti sono finite sui social network. Lo stesso è accaduto ad una 14enne della provincia di Novara: si è uccisa, buttandosi dal balcone di casa, perchè sul web circolava un video che la ritraeva ubriaca ad una festa. Quel video – diventato virale – aveva raccolto svariati commenti con offese, insulti e minacce anche da persone che non la conoscevano. Prima di morire, Carolina aveva lasciato poche righe: “Le parole fanno più male delle botte. Ma a voi non fanno male? Siete così insensibili?”.

Se questi esempi non dovessero bastare a restituire la tragicità del fenomeno, l’Istat, nel report “Il bullismo in Italia: comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi”, dipinge un quadro ancor più allarmante.

Secondo l’Istituto, infatti, almeno un ragazzino su due è stato vittima di bullismo o di cyberbullismo, in particolar modo le ragazze. Tra le 11-17enni si registra, infatti, una quota più elevata di vittime: il 7,1% delle ragazze che hanno accesso ad Internet o usano il telefono cellulare sono state oggetto di vessazioni continue, contro il 4,6% dei ragazzi.

A rischiare di più sono i ragazzi più giovani rispetto agli adolescenti, e il caso di Pordenone ce lo conferma. Circa il 7% degli 11-13enni dichiara di essere stato vittima una o più volte al mese di prepotenze tramite cellulare o Internet nell’ultimo anno, mentre la quota scende al 5,2% se la vittima ha un’età compresa tra i 14 e i 17 anni.

Per quanto riguarda le offese, l’Istat ci dice che le più comuni sono brutti soprannomi, parolacce o insulti (12,1%), derisione per l’aspetto fisico e/o il modo di parlare (6,3%), diffamazione (5,1%), esclusione per le proprie opinioni (4,7%).

Ma la violenza fatta dal bullo non è solo psicolgica, anzi. Aggressioni con spintoni, botte, calci e pugni sono denunciate dal 3,8% dei ragazzi. Il 16,9% degli 11-17enni è rimasto vittima di atti di bullismo diretto, caratterizzato da una relazione vis a vis tra la vittima e bullo e il 10,8% di azioni indirette, prive di contatto fisico.

Insomma, se non fosse ancora abbastanza chiaro, la situazione è davvero drammatica. Il fenomeno è in aumento e cresce in maniera direttamente proporzionale all’inefficienza del nostro governo. In Italia, infatti, non esiste un reato di cyberbullismo o di bullismo in generale. Esiste però, come vi ho già anticipato, un disegno di legge – approvato, tra l’altro, in Senato con voto unanime – che è però fermo alla Camera da quasi un anno. Quel disegno di legge non prevede sanzioni – punto su cui si potrebbe discutere – ma contribuisce a chiarire una materia ancora troppo nebulosa, rivalutando il valore e l’importanza dell’educazione e della sensibilizzazione nelle scuole.

Abbiamo ancora tanta strada da fare da questo punto di vista, ma perchè bloccare l’unico passo in avanti fatto fino ad ora?

Un saluto,

Carlo

Mamma e papà non pagano? Niente pranzo!

Cari amici,

oggi volevo parlarvi di una notizia che ha davvero dell’assurdo. Sfogliando le pagine virtuali del Corriere.it, un titolo mi è balzato agli occhi: “A scuola chi non paga non mangia”. Vi riassumo brevemente la vicenda: sembra che a Corsico, piccolo comune dell’hinterland milanese, il sindaco Filippo Errante abbia stabilito che se i genitori non pagheranno le rette i bambini resteranno senza pranzo. Il provvedimento sembra sia entrato in vigore ieri e, da quel che si legge nell’articolo, che le mamme, avvisate dalla segreteria, e le maestre abbiano studiato un “piano B” per non lasciare i piccoli senza un piatto caldo. Assurdo, direte voi, ma c’è di più.

Il 6 gennaio, sempre stando a quello che ho potuto leggere, sembra che il Comune abbia inviato una lettera ai presidi e per trasmettere gli elenchi, per scuola e classe, dei piccoli che devono essere esclusi. Stesso avviso anche al centro che prepara i pasti per le scuole. Immediate sono state, ovviamente, le giustificazioni dello stesso sindaco che, da poco eletto, ha dovuto fare i conti con 500 famiglie morose e con più di un milione e duecento mila euro da incassare che per un comune come quello di Corsico – con poco più di 35.000 anime – non sono certo pochi!

Per questo, Errante, anche sulla scia dei suoi predecessori, ha deciso di adottare la linea dura, il pugno di ferro. Insomma, mamma e papà non pagano? Beh, caro bambino mentre tutti gli altri tuoi compagni saranno seduti a mensa a mangiare, come ogni giorno, tu resterai senza pranzo.

“Tutelo chi paga regolarmente”, ha dichiarato il sindaco, “Chi è in difficoltà può rivolgersi ai servizi sociali ma il problema sono i furbetti che possono pagare e se ne fregano”.

Devo essere sincero, non stento a credere che tra quelle 500 famiglie in difficoltà ci sia chi se ne approfitta per non pagare. Ma credo anche che tutti quei genitori non appartenagno alla categoria dei “furbetti”. E questa mia convinzione è confermata dalla reazione di presidi e insegnanti che non la pensano come Errante, anzi: di fronte alle liste dei bambini “fuori legge” arrivati nelle scuole hanno reagito facendo finta di niente. Del resto, le colpe – se vogliamo definirle tali – dei genitori non possono ricadere sui figli.

Ieri si può dire che l’emergenza sia rientrata: i bambini sono riusciti a mangiare, non solo grazie al sostegno e al buon senso delle maestre ma anche perchè la società che fornisce le cibarie consegna sempre un 10% di prodotti in più.

Ma domani, cosa succederà?

A presto,

Carlo

Scuole di sabbia

Cari amici,

oggi Legambiente ha presentato a Milano il XVI Rapporto Ecosistema Scuola: l’indagine annuale sulla qualità dell’edilizia scolastica condotta su strutture e servizi scolastici di ben 96 capoluoghi. Quel che emerge è davvero assurdo: il 39% degli edifici scolastici italiani necessita di manutenzione urgente. Questo significa che quattro scuole su dieci hanno bisogno di interventi tempestivi. Ma non è finita qui, quasi il 30% di questi edifici si trova in aree a rischio sismico.
Legambiente non fa che confermare quello che sapevamo già da parecchio tempo! Da anni si parla di scuole decadenti, mi chiedo se dobbiamo aspettare che qualche altro soffitto crolli sulla testa di un bambino, ragazzo o professore che sia, per intervenire! Già il Ministero della Pubblica Istruzione ha impiegato 20 anni – non un giorno – per la pubblicazione dell’anagrafe scolastica, un resoconto che fornisce dati relativi alla mobilità, alla sostenibilità ambientale e alla qualità delle infrastrutture degli istituti. Abbiamo atteso tanti anni – non un giorno – per conoscere una situazione disastrosa: degli oltre 42.000 edifici censiti, infatti, il 55% risulta essere stato costruito prima del 1976. Considerando che risale solo a due anni prima, al 1974, l’entrata in vigore della normativa antisismica, possiamo facilmente farci due conti su quante scuole siano realmente agibili!
Anche se il governo ha stanziato 4 miliardi per la messa in sicurezza e la manutenzione degli edifici esistenti, il programma di investimenti rimane solo un punto di partenza, ben lontano dalla risoluzione del problema.
E come se non bastasse, ancora una volta ricompare la questione mai risolta della disparità territoriale. Mi riferisco alla differenza tra Nord e Sud (isole comprese) non solo per quanto riguarda il patrimonio edilizio scolastico, ma anche in materia di servizi efficienti e pratiche sostenibili messi in atto.
Chiediamo, allora, allo Stato di elaborare un piano pluriennale serio e continuativo, e non di accontentarsi di una mossa una tantum, magari a tragedia avvenuta. Perché pretendere di sistemare il vestito strappato con una semplice toppa significa deprezzare ulteriormente il vestito, non rammendarlo.

A presto,
CR