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SCHISCETTA-GATE

bambini cibo

Tutto è cominciato (si fa per dire) ormai un anno fa. Così titolavano i giornali, intorno alla fine di giugno del 2016:

leggo titolo

L’elenco delle segnalazioni sulla qualità dei cibi distribuiti all’interno delle mense scolastiche italiane si era ingrossato a dismisura. A leggerlo, è impossibile reprimere il disgusto: riso “che sa di colla”, improbabili frittate “dal fondo verde”, yogurt dal sapore “strano”, pane “di marmo” o con la muffa, animaletti (?) nell’insalata.

I FURBETTI DELLE MENSE.

I furbetti delle mense, democraticamente distribuiti da un capo all’altro della penisola, adottavano trucchi più o meno ricorrenti: cibi scaduti o congelati spacciati per freschi, alimenti normalissimi presentati come biologici, pietanze comunitarie rietichettate alla bell’e meglio come “made in Italy” e Dop. Tanto, chi se ne accorge?

L’alimentazione nelle scuole nascondeva quindi una vera e propria galleria degli orrori. Un caso su tutti: in una mensa scolastica del Cuneese, sospeso dal Nas di Alessandria per gravi carenze igienico-sanitarie e strutturali, si contavano muffe alle pareti, esfoliazioni di intonaci nella cucina, piani di lavoro sporchi. Il “potenziale rischio per la salute dei minori”, in un ambiente così, diventa quasi una certezza.

IRREGOLARE UNA MENSA SU 4.

Di fronte a questo sfacelo, il Ministero della Salute era intervenuto, disponendo verifiche a campione dei Nas. Esito, ovviamente, disastroso: su 2.678 controlli eseguiti, 670 strutture risultavano non conformi. Una su quattro. Numeri clamorosi, e ovviamente inaccettabili per un Paese civile (ma lo siamo ancora?).

E OGGI?

La questione è scottante, perché riguarda la salute dei più piccoli. Anche per questo ci saremmo aspettati provvedimenti immediati, e invece niente: le linee guida nazionali erano “in arrivo” nell’ottobre 2016, prima – come al solito – della caduta del Governo con relativo stop. Ora la ministra Fedeli ci assicura che ci sta lavorando, e noi lo speriamo: ma a oggi, siamo ancora bloccati.

Anche per questo l’iniziativa è passata ai genitori, che – di fronte alla giungla di prezzi delle mense italiane, e alla qualità altalenante (quando va bene) dei servizi – hanno deciso di fare da sé. Sono serviti i tribunali, ma alla fine la battaglia avviata dal “Comitato Caro Mensa” di Torino è stata premiata: peccato che, in cambio, ai bambini che portano la “schiscetta” sia stata negata l’acqua in caraffa.

PANINO LIBERO.

Per me, c’è poco da discutere: i bambini devono potersi portare da casa il pranzo, senza dover necessariamente mangiare il cibo propinato dalle mense scolastiche. A maggior ragione se, come emerso, è di qualità clamorosamente bassa.

Adesso, però, è necessario che il Ministero dell’istruzione dia disposizioni precise a tutte le scuole italiane affinché sia possibile esercitare liberamente questa possibilità. Chiediamo che venga messo a disposizione una spazio apposito dove i bambini possano consumare il cibo portato da casa, o che non vengano esclusi dalla mensa comune solo perché hanno il “loro” cibo (il che ricorda molto una misura punitiva..).

Questo, infatti, è quello che è accaduto a Milano.

«Una mamma, Marilù Santoiemma, anche portavoce dei genitori delle commissioni mensa, comunica la rinuncia al servizio di refezione della società comunale Milano Ristorazione e manda la figlia a scuola con la schiscetta nello zaino: “Tonno di Sicilia, pomodoro bio del mio orto e pane integrale”, dice soddisfatta. E racconta che cosa succede a scuola: “Il primo giorno la bimba entra in mensa, il secondo la mandano in un’aula con la bidella, il terzo la preside la porta in mensa ma in un tavolo separato. Poi interviene il Comune e niente più refettorio”.

E LE MENSE?

Ciò detto, non si può accettare che i prezzi delle mense scolastiche, e i servizi erogati, siano così variabili da Aosta a Palermo: serve una linea comune. Dagli oltre 128 euro mensili di Livorno e Ferrara ai 45 euro di Roma e ai 32 di Barletta, stando ai costi rilevati da Cittadinanzattiva, la differenza è davvero troppa. Senza contare gabelle, tasse e oboli, che variano da istituto a istituto, da scuola a scuola, magari a distanza di un centinaio di metri.

Qualcuno propone di rendere la mensa un servizio universale, come il cibo negli ospedali: se ne può discutere, se può servire a mettere ordine nel caos attuale.

Un caos che, va ricordato, si ripercuote sulla salute dei più piccoli.

A presto,

CR

Italy? Pizza, mandolino e… corruzione!

Cari amici,

sono davvero amareggiato. Pochi giorni dopo lo scandalo delle mazzette in Lombardia, un’altra brutta notizia travolge il nostro sistema sanitario nazionale.

Si tratta dell’ennesima classifica poco lusinghiera per il Paese, frutto di una ricerca dell’Università di Torino sulla vulnerabilità degli appalti pubblici di 25 paesi membri dell’Unione Europea.

La “Warning on Crime” ci dice che tutti gli appalti pubblici dei paesi considerati hanno avuto a che fare con la criminalità, chi più chi meno. Questa disuguaglianza è dovuta, ovviamente, alla disomogeneità delle norme tra gli Stati e alla scarsa attenzione dei decisori pubblici che, in alcuni casi, può addirittura peggiorare la situazione e creare nuove opportunità per gli affari criminali.

Secondo questo studio, uno dei settori più esposti alla corruzione e al crimine organizzato in generale è proprio la sanità. Il motivo è facile da intuire: salute è sinonimo di finanziamenti, molti finanziamenti che solleticano l’appetito di affaristi affamati. Inoltre, in quest’ambito il rischio maggiore è costituito da quelle opache allenze, a cui ormai siamo abituati, tra settore pubblico e imprese private. Gli appalti per le forniture mediche sono, infatti, destinati ad una cerchia piuttosto ristretta di soggetti privati, cosa che – in assenza di una vera e propria concorrenza – sfocia facilmente in “collusioni, cartelli d’impresa e frodi”.

Contrariamente a quello che si pensa, però, non sempre corruzione e malaffare sono figlie della mancanza di norme adeguate. L’Italia – ad esempio – rispetto agli altri Stati considerati dalla ricerca, rappresenta un vero e proprio unicum nella sua dotazione di strumenti normativi, eppure, secondo la classifica citata, è il secondo Paese più a rischio corruzione/mafia, dopo la Polonia. La ragione sta in tutti quei trucchetti e inganni utilizzati per inquinare le procedure di appalto: dai bandi di gara stilati ad hoc per aziende già scelte in partenza, alla diffusione di informazioni riservate sul bando stesso con lo scopo di favorire alcuni partecipanti, alla totale assenza di controlli in fase di esecuzione dei lavori. Per non parlare poi degli aumenti – ingiustificati – dei costi, dei ritardi nel completamento dei vari progetti e così via.

Non so se l’Italia riuscirà mai a guarire dalla malattia della corruzione, non so se i governi che verranno riusciranno a trovare una soluzione. Forse, in questo, aiuterebbe snellire la burocratizzazione, uniformare le norme comunitarie e una maggior chiarezza e trasparenza su come vengono spesi i fondi pubblici.

Se non si interverrà, gli appalti pubblici continueranno a far gola agli affaristi di turno e a rimetterci saremo sempre e solo noi cittadini!

A presto,

Carlo

Addio green Italy!

Cari amici,

da ieri l’Italia si impegna a diventare più “green”, più rispettosa dell’ambiente e attenta a ridurre tutte le forme di inquinamento.

Niente più cicche di sigarette per terra – a meno che non si voglia incorrere in multe salate – i semafori saranno dotati di lampade a basso consumo, la pubblica amministrazione dovrà gestire gli appalti rispettando i “criteri minimi ambientali” e imprese e piccole isole avranno incentivi per la raccolta, lo smaltimento e la riduzione della produzione dei rifiuti.

Tutto bello e tutto giusto, ma vanificato dalla possibilità che i vecchi cementifici vengano convertiti in inceneritori.

Una decisione presa durante il governo Monti e concretizzata poi dall’esecutivo Letta con il cosiddetto decreto Clini – sì, proprio l’ex ministro dell’ambiente accusato di corruzione – che consente ai cementifici di svolgere lo stesso, sporco compito degli inceneritori: bruciare i rifiuti, grazie all’uso di un combustibile ritenuto meno inquinante.

Ma a mettere la ciliegina sulla torta è Matteo Renzi.

Il sogno del premier è: “un’Italia che se cambia diventa smart, vogliamo liberare interventi fermi da 40 anni”, e così via allo Sblocca Italia, a 13 provvedimenti governativi per far ripartire edilizia e grandi opere con lo scopo di spingere la ripresa economica.

Tra gli interventi previsti – in piena sintonia con la filosofia del rottamatore – c’è una soluzione low cost e veloce al problema dei rifiuti: evitari di costruire impianti nuovi e convertire, appunto, i cementifici.

Quindi, se da un lato l’Europa si impegna a smantellare e potenziare la raccolta differenziata, l’Italia ha deciso di fregarsene, mettendo a rischio la salute di tutti noi.

L’Arpa – Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente del Piemonte – ha infatti pubblicato uno studio sugli effetti che lo storico inceneritore di Vercelli ha sugli abitanti che risiedono nelle vicinanze.

Lo studio ha evidenziato un aumento della mortalità generale del 20 per cento nei residenti e un aumento di patologie invalidanti come il tumore del colon retto del 400 per cento, il tumore del polmone del 180 cento, l’infarto più del 90 per cento, enfisema e bronchite cronica più del 50 per cento.

Nel caso di Vercelli si tratta di un inceneritore concepito allo scopo di bruciare rifiuti, quindi dotato di tutti gli accorgimenti sistemici atti all’abbattimento degli agenti inquinanti. Ma cosa sarebbe successo se non si fosse trattato di un semplice inceneritore, ma di un cementificio costruito con un altro scopo e poi trasformato in un forno per lo smaltimento dell’immondizia? Non è difficile immaginare gli effetti devastanti che avrebbero sull’ambiente e sulla nostra salute le emissioni di diossina e metalli provenienti da impianti costruiti più di 50 anni fa con tutt’altra mission.

Caro Renzi, va bene risparmiare e rottamare ma non a discapito di noi cittadini!

A presto,

Carlo

2016, l’anno della green economy

Cari amici,

da domani entrano in vigore le “Disposizioni in materia di ambiente per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali” previste dalla legge 28 dicembre 2015.

Approvate dopo un lento e lungo percorso parlamentare, le norme del Collegato ambientale mirano a rendere l’Italia più attenta all’ambiente e alla salute dei cittadini, puntando sulla cosiddetta green economy e sull’economia circolare. Insomma, il nostro Paese si impegna – almeno sulla carta – a seguire le direttive tracciate dalla Cop21.

Ermete Realacci, Presidente dell Commissione Ambiente della Camera, ci dice che, ad esempio: “gettare cicche di sigarette per terra e altri piccoli rifiuti sarà sanzionato con pesanti multe sino a 300 euro, uno stimolo per il nostro senso civico; non si possono più pignorare gli animali da compagnia, a partire da cani e gatti, una pratica priva di senso a cui si mette fine grazie a un impegno condiviso con Tessa Gelisio e la Lega Nazionale per la difesa del cane; sarà finalmente riconosciuto l’incidente in itinere anche a chi va al lavoro con la bicicletta, una norma attesa da tempo dalle numerose associazioni di ciclisti, Fiab e Salvaiciclisti in primis”.

Altri provvedimenti riguardano le cosiddette “carrette del mare” che causano inquinamento marino: i proprietari dovranno rispondere anche in base all’inadeguatezza dell’imbarcazione rispetto al carico trasportato; la raccolta dei dati ambientali, così da avere informazioni sempre più complete ed aggiornate, e l’introduzione delle pratiche della green economy anche nella pubblica amministrazione, con la promozione degli appalti “verdi” e dei “criteri minimi ambientali” negli acquisti.

Persino i semafori saranno più “green”, consumeranno meno energia grazie all’uso delle lampade a basso consumo.

Misure particolari sono previste, poi, per piccole isole che disporranno di maggiori risorse per la raccolta dei rifiuti, la cura del territorio e l’autoproduzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.

Oltre a questi importanti provvedimenti, immediatamente operativi, ve ne sono altri, forse i più importanti, che però necessitano di decreti attuativi come gli incentivi alle imprese per l’economia circolare o per la riduzione della produzione di rifiuti.

Infine, non si può non parlare di fondi: 10 milioni stanziati per l’abbattimento dei manufatti abusivi e 35 milioni ai Comuni per progetti di mobilità sostenibile, con particolare attenzione ai percorsi casa-scuola e casa-lavoro.

Insomma, l’Italia ha a disposizione un bel pacchetto – ambiente per provare a diventare più pulita, efficiente e verde.

Le premesse sono senz’altro buone, i provvedimenti – almeno sulla carta – sembrano ragionevoli ma fa sorridere che entrino in vigore proprio nei giorni in cui la presenza di polveri sottili nell’aria che respiriamo è arrivata alle stelle.

Forse prima di cambiare le lampadine ai semafori, il governo e le amministrazioni locali dovrebbero preoccuparsi di attuare misure anti-smog più efficaci delle semplici targhe alterne!

A presto,

Carlo

Aria pericolosa

Cari amici,

ci risiamo. Non abbiamo fatto neanche in tempo a cantare vittoria per la fine dell’emergenza smog che le polveri sottili sono tornate ad infestare l’aria che respiriamo. Esaurita l’ondata di maltempo che ha colpito l’Italia nell’ultimo mese, il traffico e le varie attività economiche sono tornate alla normalità causando il superamento dei valori consentiti di Pm10.

La situazione va avanti ormai da 10 giorni ed è destinata purtroppo a peggiorare.

Le previsioni del tempo per i prossimi giorni, infatti, non promettono nulla di buono: almeno fino alla prima settimana di febbraio, un’ondata di caldo stazionerà sulla nostra Penisola, garantendoci un clima mite, asciutto e senza vento.

Proprio quello che ci vuole per avvelenare ancora di più l’aria che respiriamo!

Le centraline hanno registrato il superamento dei valori consentiti in quasi tutta Italia: a Prato, Mantova, Brescia, Varese, Pordenone, Modena, Monza, Sondrio, Lucca, Lodi, Foligno, Bergamo, Como, Verona, Genova, Pavia, Bologna, Pescara.

Le grandi città sono quelle messe in condizioni peggiori: martedì a Roma quattro centraline hanno sforato i limiti di legge, cioè 50 microgrammi per metro cubo, con Tiburtina a quota 67 mg/mc seguita da Cinecittà a 58. A Milano valori di 68 mg/mc in via Senato e 65 a Città Studi, ma erano stati quasi doppi il giorno prima.

Il primato spetta però a Napoli, la centralina al Museo segnava 134 microgrammi per metro cubo di aria, quasi il triplo della soglia limite!

Inutile sottolienare tutti i danni che l’aria avvelenata provoca alla nostra salute, come gravi malattie respiratorie o, nel peggiore dei casi, tumori.

Ora che politici e amministrazioni locali non potranno più contare sull’aiuto di vento e pioggia dovranno darsi da fare per adottare le misure strutturali adeguate a risolvere la nuova emergenza. E pensare che forse – non essendo un esperto in materia il forse è d’obbligo – sarebbe bastato dare retta alle misure di emergenza decise, tra l’altro col benestare dei sindaci, a fine anno dal ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. Non si trattava di obblighi, ma di semplici raccomandazioni che avrebbero potuto scongiurare l’ennesimo disastro: a parte le limitazioni al traffico, nessun sindaco ha ridotto il riscaldamento di due gradi, imposto i 30 km/h per le auto o vietato di bruciare legna e pellet.

I “consigli” di Galletti sono caduti nel vuoto e ora siamo punto e a capo!

I rischi per la nostra salute sono destinati ad aumentare e il governo non sa dove mettere le mani!

Ieri il ministro Delrio in commissione Ambiente ha illustrato la sua strategia per diminuire lo smog: ridurre il numero delle auto in circolazione, incentivando i cittadini ad utilizzare i mezzi pubblici e la bicicletta.

Permettetemi di dirlo, ma sembra proprio che Delrio abbia scoperto l’acqua calda!

Il problema più grande è che per attuare un piano d’azione del genere servono soldi, tanti, che l’Italia non ha o fa finta di non avere, e una vera e propria rivoluzione delle città.

Quale politico si prenderà la responsabilità di attivare misure impopolari, come la chiusura dei centri storici al traffico?

Prendete una metropoli come Roma: sorvolando sul capitolo mezzi pubblici e Atac – su cui ci sarebbe molto da dire – l’uso della biciletta è davvero impossibile per la totale inesistenza di una pista ciclabile che riesca a permettere la circolazione non dico in tutta la città ma almeno nelle zone centrali! Se i cittadini non possono fare affidamento su tram e metro, non possono utilizzare la biciletta – ne va della propria incolumità – l’unica alternativa che resta è proprio la macchina.

Insomma, è il solito cane che si morde la coda!

E intanto, nell’attesa che i sogni di Delrio si avverino, che fare?

A quanto pare, un bel niente!

Un saluto,

Carlo

Terra dei fuochi, basta morti!

Cari amici,

la Terra dei fuochi torna tristemente a far parlare di sé. Oggi, l’Istituto Superiore di Sanità ha diffuso un aggiornamento del rapporto sulla situazione epidemiologica di quei 55 Comuni definiti – dalla Legge 6/2014 – come Terra dei fuochi.

Il quadro che emerge è davvero sconvolgente ed allarmante perché – scrive l’Istituto“è caratterizzato da una serie di eccessi della mortalità, dell’incidenza tumorale e dell’ospedalizzazione per diverse patologie, che ammettono fra i loro fattori di rischio, accertati o sospetti, l’esposizione a inquinanti emessi o rilasciati da siti di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi e di combustione incontrollata di rifiuti sia pericolosi, sia solidi urbani”. Drammatica è, in particolar modo, la condizione dei bambini, ricoverati sin dal primo anno di età per gravissime forme di tumore e per “eccessi di tumori del sistema nervoso centrale, questi ultimi anche nella fascia 0-14 anni”. L’analisi evidenzia anche una particolare criticità di alcuni Comuni rispetto ad altri per i quali – dice l’Iss – “si sono rilevati specifici segnali che richiedono ulteriori e necessari approfondimenti”.

Ma il dato ancor più allarmante è che in quei 55 Comuni la mortalità è in eccesso rispetto alla media regionale, senza distinzioni di età e di genere. E la causa di tutto ciò risiede nello sviluppo di patologie più gravi e difficili da combattere: tumore maligno dello stomaco, tumore maligno del fegato, tumore maligno del polmone, tumore maligno della vescica, tumore maligno del pancreas, tumore maligno della laringe, tumore maligno del rene, linfoma non Hodgkin e tumore maligno al seno.

E, purtroppo, oltre a tutte le malattie che vi ho elencato, l’Istituto Superiore di Sanità ha sottolineato che un altro aspetto rilevante per la zona della Terra dei fuochi in relazione alla salute infantile è costituito dalla deprivazione socioeconomica. I bambini che vivono in zone povere sembrano essere più vulnerabili rispetto a quelli che risiedono in aree meno deprivate, perché sono vittime di diversi fattori come malattie croniche e diete meno sane, che possono innescare ulteriori sinergie negative per la salute.

Insomma, la situazione della Terra dei fuochi è tragica. I continui roghi tossici appiccati nelle discariche abusive stanno uccidendo città intere! E’ vero, l’approvazione del ddl sugli ecoreati ha rappresentato un grande passo avanti nella lotta alle ecomafie, ma quei 55 Comuni, quei bambini, non possono più aspettare. Il governo non può più fare finta di niente. Serve un piano nazionale di bonifica della Terra dei fuochi, che renda quelle aree vivibili e produttive!

Un saluto,

Carlo

Scuole di sabbia

Cari amici,

oggi Legambiente ha presentato a Milano il XVI Rapporto Ecosistema Scuola: l’indagine annuale sulla qualità dell’edilizia scolastica condotta su strutture e servizi scolastici di ben 96 capoluoghi. Quel che emerge è davvero assurdo: il 39% degli edifici scolastici italiani necessita di manutenzione urgente. Questo significa che quattro scuole su dieci hanno bisogno di interventi tempestivi. Ma non è finita qui, quasi il 30% di questi edifici si trova in aree a rischio sismico.
Legambiente non fa che confermare quello che sapevamo già da parecchio tempo! Da anni si parla di scuole decadenti, mi chiedo se dobbiamo aspettare che qualche altro soffitto crolli sulla testa di un bambino, ragazzo o professore che sia, per intervenire! Già il Ministero della Pubblica Istruzione ha impiegato 20 anni – non un giorno – per la pubblicazione dell’anagrafe scolastica, un resoconto che fornisce dati relativi alla mobilità, alla sostenibilità ambientale e alla qualità delle infrastrutture degli istituti. Abbiamo atteso tanti anni – non un giorno – per conoscere una situazione disastrosa: degli oltre 42.000 edifici censiti, infatti, il 55% risulta essere stato costruito prima del 1976. Considerando che risale solo a due anni prima, al 1974, l’entrata in vigore della normativa antisismica, possiamo facilmente farci due conti su quante scuole siano realmente agibili!
Anche se il governo ha stanziato 4 miliardi per la messa in sicurezza e la manutenzione degli edifici esistenti, il programma di investimenti rimane solo un punto di partenza, ben lontano dalla risoluzione del problema.
E come se non bastasse, ancora una volta ricompare la questione mai risolta della disparità territoriale. Mi riferisco alla differenza tra Nord e Sud (isole comprese) non solo per quanto riguarda il patrimonio edilizio scolastico, ma anche in materia di servizi efficienti e pratiche sostenibili messi in atto.
Chiediamo, allora, allo Stato di elaborare un piano pluriennale serio e continuativo, e non di accontentarsi di una mossa una tantum, magari a tragedia avvenuta. Perché pretendere di sistemare il vestito strappato con una semplice toppa significa deprezzare ulteriormente il vestito, non rammendarlo.

A presto,
CR

Taranto soffoca!

Cari amici,

doveva iniziare oggi il maxi-processo “Ambiente Svenduto”, sul presunto disastro ambientale causato dall’Ilva di Taranto. Il più grande processo in tema ambientale, con 47 imputati e oltre mille parti civili, è, invece, tutto da rifare: un banale errore materiale fa tornare indietro l’intero procedimento all’udienza preliminare. Poco prima del rinvio a giudizio, i magistrati della Procura si sono accorti che nel verbale dell’udienza preliminare, il 23 luglio scorso, non era stato indicato il nome del difensore d’ufficio per 10 imputati i cui legali erano assenti quel giorno. Sembra assurdo, ma è così!

Una svista che costerà però diversi mesi ai tempi del processo, nel contesto di un sistema giudiziario che di certo non brilla per celerità. Una sciocchezza che per il Codice di Procedura penale è una insanabile compromissione del diritto di difesa, un motivo di nullità tale da far crollare un intero processo. Si torna, dunque, all’udienza del gup che ha preceduto quella culminata nel rinvio a giudizio di 44 persone fisiche (tra vertici Ilva, politici, imprenditori e funzionari ministeriali e regionali) e tre società, con accuse che vanno dall’avvelenamento delle acque all’associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, dalla concussione all’omissione di cautele sui luoghi di lavoro, omissione che avrebbe causato, tra le altre cose, ben due morti bianche. La palla passa ora al gup che dovrà, così, fissare una nuova udienza preliminare.

E nell’attesa dei tempi della giustizia Taranto letteralmente soffoca!

La Asl di Taranto ha inviato al sindaco Ippazio Stefano una relazione, sulla base delle rilevazioni Arpa, in cui si legge che: “la popolazione della città di Taranto, e in particolare quella parte che risiede nei quartieri limitrofi alla zona industriale, rappresenta un gruppo ad alto rischio per lo sviluppo di patologie correlate all’inalazione di polveri sottili, perciò necessita di maggior tutela rispetto alla popolazione generale”.

Sebbene negli ultimi anni – almeno così dicono – si sia registrata una riduzione della concentrazione di polveri sottili e benzo(a)pirene, attribuiti all’attività dell’ Ilva, per decenni i cittadini hanno respirato elevate concentrazioni di inquinanti ambientali, che non possono non aver avuto un ruolo in termini di salute pubblica, e i cui effetti potrebbero manifestarsi negli anni a venire! Inoltre, dice la Asl, le emissioni sono “sotto controllo” ma se il vento tira da nord ovest, ovvero dove si trovano le ciminiere dell’Ilva, a Taranto scatta l’allarme per la salute di soggetti già a rischio, come cardiopatici, asmatici, anziani e bambini.

Insomma, la situazione è tragica. Le emissioni saranno anche diminuite, ma da due settimane Taranto è sotto-vento e proprio venerdì è scattata l’allerta 3:

ovvero – per stare alle parole contenute nella relazione ufficiale della Asl – quella per cui è consigliato a «tutta la popolazione di programmare eventuali attività sportive all´aperto nelle ore in cui i livelli di inquinamento sonoinferiori,ovvero fra le ore 12 e le 18». Fascia oraria – questa delle 6 ore – in cui si possono aprire le finestre.

Ma che vita è questa?

A presto,

Carlo

Olio extravergine contraffatto

Cari amici,

in questi giorni non si parla d’altro: sembra che alcune grandi aziende italiane spacciassero per olio extravergine, con tanto di etichetta sulle confezioni, del semplice olio di oliva. Il reato contestato dalla Procura di Torino è di frode in commercio che, secondo il nostro Codice Penale, consiste appunto nel consegnare “all’acquirente una cosa per un’altra (…) per origine, provenienza, qualità o quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita”. In questo caso, si tratterebbe, infatti, di un olio non dannoso per la salute, ma scadente e meno costoso rispetto all’extravergine. Ad aggravare ancor di più la situazione c’è il coinvolgimento di alcune delle più importanti aziende del settore: Carapelli, Bertolli, Sasso, Coricelli, Santa Sabina, Prima Donna e Antica Badia.

Il tutto è partito da una segnalazione della rivista “Il Test”, che si occupa di eseguire prove di vario tipo sui prodotti in commercio per tutelare i consumatori. La rivista aveva chiesto al Laboratorio chimico dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di analizzare 20 bottiglie di olio extravergine tra le più vendute sugli scaffali dei supermercati italiani e nove di queste non avevano superato il test. Il resto lo conoscete già.

Non serve essere un avvocato per capire che l’intento di introdurre nel nostro Codice Penale il reato di frode in commercio sia stato quello di tutelare la “lealtà e la correttezza negli scambi commerciali”. Se il reato dovesse essere accertato, altro che lealtà e correttezza! Si tratterebbe di una beffa bella e buona a danno del consumatore. Pensate che nel Codice del 1889 questo delitto era inserito tra i reati contro la fede pubblica, perché proprio di questo si tratta: tutte le famiglie che hanno consumato olio di oliva convinte che fosse extravergine non solo hanno speso di più per un prodotto scadente, ma sono state tratte in inganno e la loro buona fede è stata tradita.

Ma non si tratta di un caso isolato. I controlli effettuati nel corso degli anni hanno evidenziato l’esistenza di diverse tecniche utilizzate per contraffare l’olio, un po’ come i trucchetti usati da Volkswagen e compagnia per superare i test sulle emissioni. Il metodo più usato consiste nel miscelare all’extravergine vero e proprio più tipi di olio di oliva di qualità inferiore, spesso proveniente da altri paesi. E il bello è che proprio la legge consente di farlo, entro certi limiti e a patto che l’operazione sia indicata chiaramente sull’etichetta. Altre pratiche prevedono l’aggiunta di olii, che non c’entrano nulla con le olive, per alterare l’aspetto del prodotto, come coloranti o additivi chimici che ne camuffano il sapore.

Insomma, sembra proprio che le aziende se ne inventino di tutti i colori per approfittare della buona fede del consumatore.

E la vicenda di cui vi ho parlato mi ha indotto proprio un’amara riflessione: ormai, come ci ha già insegnato il dieselgate, i grandi marchi non sono più garanzia di qualità. Se emergesse che Carapelli, Bertolli, Sasso e tutte gli altri sono disposti a perdere di credibilità e a frodare il consumatore pur di risparmiare, che ne sarebbe del nostro Made in Italy?

Un saluto,

Carlo

Emissioni auto, la storia continua

Cari amici,

dopo lo scandalo “dieselgate” e il clamore che ne è seguito, tutti ci aspettavamo, o meglio speravamo, che si arrivasse ad un giro di vite sulle emissioni delle auto e sui test per verificarle. A Bruxelles, invece, i governi Ue hanno incredibilmente approvato una decisione tecnica sui motori che autorizza le case automobilistiche ad inquinare a tutto spiano.

Riepilogo brevemente la vicenda per chi non la conoscesse.

Nel lontano 2007 – ben 8 anni fa – la Commissione europea aveva proposto al Comitato tecnico Ue sui veicoli a motore (Tmcv) di rendere la norma Euro 6 effettiva per l’omologazione dei nuovi veicoli a partire dal settembre 2017, effettuando i test su strada in condizioni di guida reali, piuttosto che in laboratorio: come ha dimostrato il caso Volkswagen, questi test sono tutt’altro che affidabili. La proposta prevedeva, inoltre, due anni di tempo alle case automobilistiche per adeguarsi e la possibilità di sforare del 60% il limite di 80mg/Km per le emissioni degli ossidi di azoto. Il rispetto del limite sarebbe diventato tassativo a partire dal settembre 2019.

L’accordo approvato ieri dagli Stati membri prevede, invece, una soglia di tolleranza ben più alta, circa il 110%, e scala tutto di due anni: il limite di 80 mg/Km per i Nox per l’omologazione dei nuovi modelli potrà essere verificato nei test su strada in condizioni reali solo dal settembre 2019 (invece che 2017) e il limite di tolleranza potrà essere superato fino al primo gennaio 2021.

Come a dire: se le aziende sono costrette a barare per rispettare gli obblighi, la flessibilità è la soluzione. Sembra proprio che il Comitato tecnico abbia voluto favorire in tutti i modi le case produttrici. E, dopo lo scandalo Volkswagen che ha avuto il merito di rivelare quei trucchetti usati da tutti e da sempre, sembra incredibile che si vedano aumentati i limiti di tolleranza. Le emissioni di ossido di azoto sono, infatti, estremamente dannose per la nostra salute; possono causare enfisemi, bronchiti, problemi cardiocircolatori, asma. Per questo, la tolleranza accordata dalla Commissione Europea è inaccettabile!

A presto,

Carlo