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La crisi della casa

Cari amici,

è proprio vero: in Italia la povertà sta vincendo. L’ennesima conferma di quanto già denunciato in passato, anche da noi del Codacons, viene dall’ultima indagine Istat sulla condizione delle persone che vivono in povertà estrema. In Italia esiste un vero e proprio esercito silenzioso di senza tetto. Secondo l’Istat sono oltre 50.770 le persone senza fissa dimora che, nei mesi di novembre e dicembre 2014, hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna nei 158 Comuni in cui è stata condotta l’indagine. Il dato è, purtroppo, in aumento rispetto al 2011: all’epoca i senza tetto erano “solo” 47.648. Parliamo del 2,43 per mille della popolazione regolarmente iscritta presso i Comuni considerati dall’indagine, valore in aumento rispetto a tre anni prima, quando era il 2,31 per mille.

Nell’indagine Istat si legge che “si tratta per lo più di uomini (85,7%), stranieri (58,2%), con meno di 54 anni (75,8%), anche se, a seguito della diminuzione degli under 34 stranieri, l’età media è leggermente aumentata (da 42,1 a 44,0), o con basso titolo di studio: solo un terzo raggiunge almeno il diploma di scuola media superiore”. Anche la durata del periodo in cui si rimane nella condizione di “senza dimora” è aumentata rispetto al 2011: diminuiscono, dal 28,5% al 17,4%, quanti sono senza dimora da meno di tre mesi, mentre aumentano le quote di chi lo è da più di due anni (dal 27,4% al 41,1%) e di chi lo è da oltre 4 anni (dal 16% sale al 21,4%).

E quando si fanno statistiche – specie sulla povertà – il divario tra nord e sud non manca mai: tra le persone senza dimora la quota che si registra nelle regioni del Nord-ovest (38%) è del tutto simile a quella stimata nel 2011, così come quella del Centro (23,7%) e delle Isole (9,2%); nel Nord-est si osserva invece una diminuzione (dal 19,7% al 18%) che si contrappone all’aumento nel Sud (dall’8,7% all’11,1%).

Ma le cattive notizie, come si suol dire, non vengono mai da sole: la Coldiretti, proprio in occasione della diffusione dei dati Istat, ha ricordato – forse c’era proprio bisogno di farlo – che sono oltre 6 milioni le persone in Italia che non hanno denaro a sufficienza neanche per alimentarsi adeguatamente ed hanno quindi bisogno di aiuto per mangiare. E anche in questo caso il Sud registra il primato più triste: il 17,3% delle famiglie monoreddito non riesce a permettersi un pasto adeguato ogni due giorni.

Assurdo se pensiamo che ogni italiano ha buttato nel bidone della spazzatura durante l’anno ben 76 chili di prodotti alimentari, più che sufficienti a garantire cibo adeguato per tutti i cittadini.

Beh, io non riesco neanche ad immaginare cosa significa non poter mangiare per due giorni o non avere un tetto sopra la testa per quattro anni! E non riesco a capacitarmi di come si possa fare a vivere così, sempre che questa possa chiamarsi vita. L’unica cosa che so è che in Italia la povertà non può e non deve vincere e i mezzi per impedirlo ci sono, basta solo saperli utilizzare!

A presto,

Carlo

Oro nero

Cari amici,

in questi giorni – lo avrete sicuramente sentito – il prezzo del petrolio è sceso vertiginosamente, trascinando a fondo anche le principali borse europee. E sapete perché? Venerdì scorso i vertici dell’Opec – Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio – hanno deciso di non tagliare la produzione di greggio, come invece hanno fatto più volte in passato. Così il barile è scivolato sui mercati, scendendo ai minimi da sei anni a questa parte: il Brent del Mare del Nord a 40 dollari al barile e il Wti americano sotto i 38.

Insomma, attualmente si produce più carburante di quanto ne chieda il mercato, nonostante la crisi e la diffusione degli idrocarburi non convenzionali. Ed ecco spiegato il calo dei prezzi.

Un crollo così non si vedeva davvero dal 2009, ma per noi consumatori italiani non è cambiato nulla. Il costo della benzina è, infatti, sempre lo stesso. Anzi, l’Italia è addirittura ai vertici della classifica dell’Unione europea per i prezzi di benzina e gasolio. Con una media di 1,340 euro per un litro di gasolio, l’Italia si piazza al secondo posto della classifica Ue dove il diesel costa di più. Peggio di noi c’è solo il Regno Unito con 1,543 euro al litro.

Un litro di benzina, invece, costa il 20% in più rispetto alla media Ue: con 1,475 euro al litro, infatti, la Penisola si trova in quarta posizione dietro a Paesi Bassi (1,545 euro/litro), Regno Unito (1,502 euro/litro) e Danimarca (1,499 euro litro), dove tuttavia il reddito medio è assai più alto.

Vi starete chiedendo perché. Beh, la risposta purtroppo è semplice: troppe tasse! Chi l’avrebbe detto? In Italia le cause di un prezzo così alto sono le accise e soprattutto l’IVA. Le prime gravano sul prezzo finale per 0,728 euro, più dell’intero prezzo industriale, mentre l’IVA al 22% per 0,293 euro.

Per chi non lo sapesse, ogni volta che fate il pieno alla vostra auto lo scontrino è lievitato da tasse “misteriose” che ci trasciniamo da oltre 70 anni e che lo Stato continua a farci pagare, come il finanziamento della guerra di Etiopia del 1935, la ricostruzione del post disastro del Vajont del 1963 o del terremoto dell’Irpinia del 1980.

A far lievitare i prezzi ci sono, però, anche i costi della distribuzione: da noi incidono per 0,142 euro su ogni litro di benzina e per 0,143 euro su ogni litro di diesel, molto più che in Germania (0,129 euro per la benzina e 0,127 per il diesel) e in Francia (0,109 euro per la benzina e 0,088 euro per il diesel).

Persino l’Austria, che dal punto di vista geografico non è certo favorita nell’approvvigionamento di idrocarburi, può vantare valori più bassi di quelli italiani: rispettivamente 0,117 euro per la benzina e 0,131 euro per il diesel.

Insomma, il prezzo del petrolio cala ma fare benzina è sempre e comunque un salasso.

Giusto per fare un esempio, in coincidenza del ponte dell’Immacolata si è registrata una vera e propria stangata da 30 milioni di euro solo per i rifornimenti di carburante.

Va bene che, di questi tempi, l’auto può essere considerata un “bene di lusso” ma perché dobbiamo essere costretti a spese folli per poterci concedere qualche giorno di vacanza?

A presto,

Carlo

Atac: un eterno disastro

Cari amici,

di cosa parliamo oggi? Di un argomento “caro” – in tutti i sensi – ai romani: la questione Atac. Avrete sicuramente letto che, dopo l’esposto presentato dall’ex Assessore ai Trasporti della giunta Marino, Stefano Esposito, la Procura di Roma ha deciso di fare luce sulle modalità di gestione e assegnazione degli appalti in Atac. I pm hanno così aperto un fascicolo, al momento senza ipotesi di reato e senza indagati, focalizzando le indagini sugli ultimi cinque anni perché, secondo quanto riportato dall’Autorità Nazionale Anticorruzione, il 90 per cento degli appalti dell’azienda del trasporto pubblico capitolino sono stati assegnati senza bando, seguendo una procedura negoziata, cioè con una modalità che deve essere applicata in casi di emergenza. Quella che doveva essere quindi una procedura adottata in extremis era, in realtà, la norma. E sempre secondo l’Anac il giochetto degli appalti assegnati agli amici degli amici ha toccato, solo nel periodo 2011-2015, la cifra record di un miliardo di euro!

Chi se lo sarebbe mai aspettato? Sarebbe forse la prima volta che a Roma si sente parlare di appalti truccati, no?

Ma il lavoro dei pm non si ferma qui: sotto la lente di ingrandimento di Piazzale Clodio sono finite anche tutte le criticità della mobilità Capitolina. Chi vive a Roma lo sa, prendere i mezzi pubblici è diventata – specie negli ultimi mesi – una vera e propria mission impossible.

Tralasciando i continui scioperi, che si susseguono con cadenza quasi settimanale, le metro e la ormai famosa ferrovia “Roma-Lido”, che collega la Capitale con Ostia, letteralmente non funzionano: i mezzi in circolazione sono pochi – anche se, a quanto pare, ci sarebbero cinque nuovi treni fiammanti, pronti a partire dal febbraio scorso, ma inspiegabilmente inutilizzati – e quando circolano fanno ritardo, sono guasti oppure sono stracolmi di persone. Per chi non vuole o non può spostarsi in auto, ricorrere ai mezzi pubblici è una garanzia: garanzia di fare ritardo ovunque si voglia andare o di spendere non pochi soldi per farsi venire un bell’esaurimento nervoso in quei 10 minuti – per essere ottimisti – di attesa in cui si cerca di prendere il treno meno pieno che c’è.

Insomma, i danni ai passeggeri sono davvero inenarrabili. Sembra quasi che chi prende la metro o il treno debba essere umiliato per la scelta fatta!

Ma i romani sono talmente tanto abituati a tutto questo che non si meravigliano più di niente.

A meravigliarsi, però, potrebbero essere tutti i turisti attesi per il Giubileo che provengono sicuramente da paesi in cui il trasporto pubblico funziona davvero! Così come stanno le cose, Roma farà davvero una pessima – l’ennesima – figura!

La mia speranza è che le indagini della magistratura vadano a buon fine, svelando l’insoluto mistero di questi continui disagi e disservizi!

A presto,

Carlo

Olimpiadi 2024? Nein!

Cari amici,

dopo Toronto e Boston, anche Amburgo si ritira dalla candidatura a organizzare e ospitare i Giochi Olimpici e Paralimpici del 2024. A prendere questa decisione sono stati proprio i cittadini, tramite un referendum popolare: ben il 51,7% ha votato no. Il sindaco, Olaf Scholz, sostenitore della candidatura, ha dichiarato: “Non avremmo voluto questa decisione, ma è una decisione chiara”. E per la Germania non è nemmeno la prima volta: nel 2013, infatti, un referendum analogo bocciò la corsa ai Giochi invernali del 2022. Proprio in quell’occasione molte altre città rinunciarono alla competizione per ospitare le Olimpiadi invernali: prima Cracovia, poi Stoccolma, St Moritz, Davos e infine Monaco.

Il perché è presto detto: queste manifestazioni costano troppo.

Tutti i vantaggi che possono derivare sul fronte degli investimenti, del lavoro e del turismo, non compensano tutti i soldi spesi per l’organizzazione dell’evento.

Insomma, il gioco non vale la candela, come si suol dire, e la storia ce lo insegna. Senza andare troppo indietro negli anni, basta pensare al disastro di Atene 2004: 9 miliardi spesi per finanziare la costruzione di impianti sportivi oggi completamente in rovina. Spyros Capralos, presidente del Comitato Olimpico greco, ha raccontato che all’epoca delle Olimpiadi di Atene, nel 2004, “non c’erano piani. Nessuno aveva pensato a cosa farsene delle strutture dopo i giochi. E questo, insieme al fatto che mancavano le infrastrutture temporanee, è stato uno dei problemi principali per la città”. A tenere compagnia ad Atene c’è Pechino con le Olimpiadi 2008, costate quasi 40 miliardi di euro.

Ma l’Italia non è certo da meno. Di sprechi, negli anni, ne abbiamo accumulati tanti ed ogni “grande opera” è finita oggetto di inchieste per corruzione e accuse di scarsa trasparenza sugli appalti. Un esempio per tutti è quello della Vela di Calatrava, la celebre città dello sport di Tor Vergata, che avrebbe dovuto ospitare gli atleti giunti nella Capitale per i Mondiali di Nuoto del 2009: 256 milioni di euro per una costruzione mastodontica e mai ultimata.

La cosa peggiore e che più mi fa rabbia è pensare di aver deciso di candidarsi ad ospitare varie competizioni che, da subito, promettevano di trasformarsi in una macchina mangia-soldi, quando l’Italia paga ancora i mutui accesi per costruire gli stadi dei Mondiali del 1990! Pura follia!

Non c’è da stupirsi allora se Toronto, Boston e Amburgo abbiano deciso di ritirare la propria corsa alle Olimpiadi 2024, scongiurando così una catastrofe economica annunciata. Del resto, si dice che il saggio impara dai propri errori.

Eppure Roma, che avrebbe dovuto imparare tanto da quegli scheletri di cemento che, ormai, la caratterizzano, non cede: a settembre è stata, infatti, ufficializzata la candidatura senza nemmeno porsi il problema di chiedere il parere dei cittadini. Che il governo abbia paura di “no” da parte dei cittadini?

A presto,

Carlo

73%

Cari amici,

oggi non si parla d’altro e se siete soliti dare un’occhiata ai social network avrete visto questo numero ovunque: 73%. Cos’è? E’ la percentuale dei fondi che il Ministero dello Sviluppo Economico ha deciso di destinare ai programmi di armamento della Difesa.

La storia si ripete: sono dieci anni, infatti, che la Legge di Stabilità prevede 2,7 miliardi di euro di spesa per la Difesa, vale a dire il 73% di quei 3,7 miliardi che il Mise ha a disposizione. Nello specifico, nella tabella alla nota integrativa al bilancio del Ministero dello Sviluppo Economico allegata alla Legge di Stabilità, si legge che i fondi saranno destinati allo sviluppo e alla costruzione del nuovo velivolo da difesa European Fighter Aircraft (Efa)”, “allo sviluppo e alla realizzazione di innovative fregate della classe FREMM (Fregate Europee Multi Missione) e allo sviluppo del programma VBM (Veicolo blindato medio)”, più “una serie di programmi di particolare valenza industriale per l’impegno in innovazione tecnologica e per lo sviluppo e il consolidamento della competitività dell’industria aerospaziale ed elettronica high tech e nel contempo di elevata priorità ed urgenza per la difesa”.

Per carità, dopo i tragici attentati di Parigi abbiamo tutti paura di un eventuale attacco da parte dell’Isis – specie se quotidianamente siamo bersagliati da falsi allarmi bomba – e forse sapere che il governo investe nella nostra difesa ci rassicura e ci fa fare sonni tranquilli.

Ma è anche vero che non solo sono 10 anni che Fincantieri, Finmeccanica, Iveco-Oto Melara e numerose altre aziende si aggiudicano ben 2,75 miliardi, ma anche che il Mise sarebbe chiamato a sostenere la competitività e lo sviluppo delle imprese. Incredibile ma vero, questo non succede. Alle Pmi, al Made in Italy, alle aziende in crisi e allo sviluppo sostenibile restano solo le briciole: lo 0,3% pari a 7 milioni.

Per i prossimi anni, sempre a favore della produzione di armamenti, sono stati decisi rifinanziamenti per 3,2 miliardi di euro, una cifra enorme e che fa impallidire i 2 miliardi destinati al dissesto idrogeologico e gli 1,7 miliardi all’edilizia sanitaria.

Evidentemente i nostri governanti ritengono che l’industria bellica costituisce un settore strategico. Senza dubbio, la difesa nazionale in questo preciso momento rappresenta una priorità ma è anche vero che la mancanza di una politica di difesa comune a livello europeo ha impedito in questi anni una effettiva revisione del bilancio. E a farne le spese sono proprio quei settori che hanno già pagato a caro prezzo le conseguenze della crisi economica.

Alberto Baban, presidente della Piccola Industria di Confindustria, ha dichiarato che: “Si può fare di più, ma siamo stati abituati da troppo tempo ad avere anche molto meno”. Beh io non sono d’accordo e come Presidente di una Associazione che quotidianamente si batte per i diritti di consumatori e cittadini non sono disposto ad accontentarmi. Abbiamo avuto anni per investire in carri armati, navi e aerei da combattimento e questo 73% è davvero troppo! Fino a prova contraria, non c’è ancora nessuna guerra ad attenderci. L’unica certezza che abbiamo è che siamo un Paese in piena crisi economica che deve rialzarsi e ricominciare a far girare l’economia. Ma senza un intervento concreto da parte del governo non andremo mai da nessuna parte!

A presto,

Carlo

L’Italia che piange sul latte non pagato

Cari amici,

oggi voglio raccontarvi una storia che, girovagando sul web, mi ha colpito particolarmente. La storia di Bartolomeo e Pierantonio Scotta, padre e figlio residenti nella provincia di Cuneo che nel lontano 1972 hanno dato vita ad un’azienda agricola specializzata in allevamento. Prima bovini di razza piemontese, poi il passaggio alla produzione di latte.

Oggi gli Scotta possiedono 471 esemplari di frisona Holstein, di cui 210 in lattazione, per una produzione annuale di 33.000 quintali di latte, eppure faticano ad andare avanti. Perchè? Per capirlo, vi riporto le parole di Pierantonio: “C’è stato un periodo in cui siamo arrivati a 800 lire al litro. Bei tempi, quelli. Si lavorava con entusiasmo, voglia di crescere, fiducia nel futuro. L’ultima fattura pagata dalla Lactalis: 32,9 centesimi di euro al litro, cioè 600 lire, contro i 38 dei costi di produzione. E sono ancora fortunato: le mie mucche frisone fanno in media 40 litri di latte al giorno. Ne producessero 25, come buona parte dei medi allevamenti, la spesa salirebbe a 42 centesimi. Spiegatemi come si fa ad andare avanti”. Già, come si fa?

La storia degli Scotta è la stessa di tante famiglie italiane che, negli ultimi giorni, insieme a Coldiretti, sono scese in piazza per protestare contro le condizioni che gravano ingiustamente sugli allevatori. Secondo i dati diffusi proprio da Coldiretti, la multinazionale francese Lactalis negli anni si è comprata i marchi nazionali Parmalat, Locatelli, Invernizzi, Galbani e Cadermartori arrivando a detenere il 33 per cento del mercato italiano del latte a lunga conservazione; la quota sale al 34 per cento nel caso della mozzarella, al 37 per cento nei formaggi freschi e quasi al 50 per cento nella ricotta. Lo squilibrio tra le parti è evidente: Lactalis impone agli allevatori prezzi talmente bassi da non riuscire a coprire neanche i costi di produzione!

Il risultato è che nell’ultimo anno oltre mille stalle da latte sono state chiuse e quasi quattromila posti di lavoro sono andati in fumo per effetto della perdita nei bilanci di circa 550 milioni di euro. E il fallimento delle aziende italiane apre, ovviamente, la strada a quelle straniere con il rischio, concreto, che il latte estero superi quello made in Italy. Ad aggravare la situazione c’è poi il danno ai consumatori: nel passaggio dalla stalla allo scaffale il prezzo del latte fresco cresce più di quattro volte e la differenza tra i prezzi pagati dal consumatore italiano e il prezzo riconosciuto agli allevatori è la più alta d’ Europa.

Insomma, la situazione che si è creata nel nostro Paese rischia di schiacciare migliaia di famiglie che da anni operano nel settore lattiero-caseario. Il danno per il made in Italy sarebbe irreparabile. Per questo, il governo che, sulla scia di Expo, ha dimostrato di tenere tanto alla promozione del nostro marchio nel mondo, dovrebbe intervenire in modo deciso, limitando lo strapotere delle multinazionali e tutelando il latte italiano!

A presto,

Carlo

Il sud che arranca

Cari amici,

le condizioni economiche delle famiglie italiane stanno migliorando, ma non al sud. L’indagine condotta da Confesercenti sulla solidità economica delle famiglie ci restituisce l’immagine, di certo non nuova, di un’Italia divisa in tre: il nord fuori dalla crisi, il centro che prova a ripartire e il sud ancora in alto mare.

A ottobre l’indice SEF Confesercenti SWG – che misura su una scala da 1 a 100 la Solidità Economica “percepita” dalle famiglie italiane – sale a quota 58, due punti in più rispetto a luglio. Questo vuol dire che le famiglie italiane si sentono economicamente più solide, che percepiscono il trend positivo… ad eccezione del Mezzogiorno! E’ soprattutto al centro-nord che si avverte, infatti, la sensazione di vivere senza affanni, pagando tutte le spese ma, sia chiaro, escludendo ulteriori lussi.

Al sud, invece, la crisi è ancora forte. Non voglio annoiarvi con dati, indici e statistiche. Mi basta solo dirvi che il 16% delle famiglie del sud Italia non ce la fa ad arrivare a fine mese: la stessa percentuale registrata nel trimestre precedente ed il doppio esatto della quota rilevata al nord (8%). A questo 16% si aggiunge, poi, un 64% di famiglie che ha una situazione economica giudicata insoddisfacente: due famiglie su tre a fine mese ci arrivano, ma con l’acqua alla gola.

Insomma, c’è un nord che riparte – anche se con il freno a mano tirato – e un sud che arranca, anzi, arretra, e lo fa sotto tutti i punti di vista: redditi, situazione finanziaria, consumi e qualità della vita sul territorio.

La lunga crisi economica ha senza dubbio acuito le distanze ancestrali tra le macro aree del Paese e le famiglie del meridione faticano ad uscire dalle difficoltà ed a recepire segnali di ripresa.

Ma è vero anche che, in questi anni, del sud ci si è “dimenticati”. Forse per questo fa molto discutere il piano straordinario di interventi previsto per il Mezzogiorno nella Legge di Stabilità che sembra ridurre la “questione meridionale” all’Ilva, alla Salerno – Reggio Calabria e alla Terra dei Fuochi.

Questioni giustissime, per carità, ma l’ex Finanziaria dovrebbe intervenire su settori che per il sud sono una priorità: il lavoro, la defiscalizzazione delle imprese, le infrastrutture, il turismo e l’agroalimentare, solo per dirne qualcuna…

Solo predisponendo un piano di interventi che concretamente cambi la vita economica delle famiglie il sud può sperare di ripartire.

A presto,

Carlo

Quando la casa diventa un lusso…

Cari amici,

qualche giorno fa, durante l’audizione in Parlamento sulla Legge di Stabilità, l’Istat ha consegnato una relazione in cui affronta il dolente capitolo sulla “casa”. Il quadro che emerge è a dir poco sconfortante.

Secondo l’Istituto, sono circa 3 milioni le famiglie italiane in difficoltà nel sostenere le spese dell’abitazione e che, almeno una volta nel 2014, non sono riuscite a pagare il mutuo, l’affitto o le bollette. Parliamo del 11,7 % del totale delle famiglie italiane, mica bruscolini!

Andando nel dettaglio, secondo l’Istat il 10,2% delle famiglie si è trovata in ritardo con i pagamenti delle bollette per le utenze domestiche. Mentre tra le famiglie in affitto, il 16,9% si è trovata in arretrato con il pagamento. Infine, il 6,3% delle famiglie con il mutuo da pagare non è riuscito a saldare in tempo la rata.

Come mai questi ritardi? La risposta, purtroppo, è semplice: la crisi economica degli ultimi anni ha impoverito talmente tanto le famiglie italiane che avere una casa, in affitto o di proprietà, costa troppo ed è diventato quasi un lusso.

Il condominio, il riscaldamento, il gas, l’acqua, l’elettricità, la manutenzione ordinaria e l’affitto o la rata del mutuo costituiscono una delle voci principali del bilancio familiare. E, solo nel 2014, l’esborso medio di una famiglia per queste spese è stato di 357 euro mensili, a fronte di un reddito netto di 2.460 euro, con un incidenza del 14,5%. Insomma, in parole povere, un salasso!

Per noi del Codacons i dati diffusi dall’Istat non rappresentano certo un fulmine a ciel sereno, anzi non fanno che confermare l‘allarme morosità che avevamo lanciato nel 2014, proprio in relazione al pagamento delle bollette, dell’affitto o delle rate dei mutui. A pagarne maggiormente le conseguenze sono poi i nuclei a basso reddito e le famiglie numerose che, ancora oggi, versano in condizioni economiche disastrose, che faticano ad arrivare a fine mese, figuriamoci a saldare tutte le fatture!

La Legge di Stabilità rappresenta, da questo punto di vista, un’occasione che il governo non può lasciarsi sfuggire: come confermato dai dati Istat, è necessario introdurre agevolazioni speciali, come forti rateizzazioni, sconti e misure di sostegno in favore di tutte queste famiglie in difficoltà!

A presto,

Carlo

Vittime della strada

Cari amici,

un intero cortile pieno di scarpe, da donna, da uomo, da bambino, ed ogni paio rappresenta una vittima della strada. Con questa immagine, forte ed agghiacciante, è stato presentato il nuovo rapporto Istat-Aci sugli incidenti stradali avvenuti in Italia nel 2014. Il quadro che emerge non è certo confortante, anzi conferma un dato preoccupante: ogni giorno, sulle nostre strade, muoiono 9 persone.

Rispetto al 2013, il numero di morti causato da incidenti stradali è sceso, infatti, soltanto dello 0,6%. Un trend che si era già invertito nei primi 6 mesi del 2015, in cui sono morte venti persone in più che durante lo stesso periodo dello scorso anno.

Migliorano, invece, il numero degli incidenti (-2,5%) e dei feriti (-2,7%).

Ciò non toglie che “in base ai costi generali medi per incidente stradale calcolati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti”, dice l’Istat, “si può stimare un costo totale per gli incidenti stradali con lesioni a persone pari a quasi 18 miliardi di euro, circa 4 miliardi in meno rispetto al 2010”.

Il rapporto Istat-Aci smentisce, poi, il luogo comune che la maggior parte degli incidenti stradali si verifichi sulle autostrade. In realtà, le strade più pericolose sono quelle extraurbane con il più alto tasso di mortalità: 4,63 decessi ogni 100 incidenti.

In città, invece, per via dello stress e delle code interminabili, avvengono i tre quarti del totale degli incidenti, anche se con conseguenze meno gravi.

La provincia dove si sono verificati più morti è quella di Roma che con le sue 245 vittime è molto vicina, pensate, al numero di morti di tutta la Toscana! Nella maggior parte dei casi le vittime sono giovani, anzi giovanissimi: hanno tra i 20 e i 24 anni e muoiono il venerdì sera, in preda al divertimento e alla distrazione che spesso si rivela fatale.

A rischiare di più sulle nostre strade sono i pedoni: nelle grandi città una vittima su tre era a piedi, mentre in totale nel 2014 sono state investite e uccise 578 persone +4,9% rispetto al 2013. Una vera carneficina! E, nella maggior parte dei casi, si è trattato di incidenti frontali, dovuti, quindi, alla mancata osservanza delle regole basilari del codice della strada: del semaforo rosso, dello scarso rispetto della precedenza o dello stop.

Noi del Codacons abbiamo più volte denunciato la pericolosità delle “cattive abitudini” in auto, anche realizzando una apposita campagna di socializzazione in collaborazione con Autostrade per l’Italia visibile sul canale Youtube dell’Associazione. Per questo invito tutti voi che mi leggete ad usare il buon senso e, come dicono in modo provocatorio i nostri spot, a “darvi una regolata” quando guidate!

A presto,

Carlo

La Calabria in ginocchio

Cari amici,

il maltempo continua a mettere in ginocchio l’Italia.

Dopo la Sicilia, con Messina rimasta per una settimana senza acqua, ora tocca alla Calabria. La pioggia si è abbattuta incessantemente per 48 ore sulla regione provocando frane, allagamenti, danni ingenti e addirittura una vittima: un uomo di 43 anni, trascinato dalla piena di un torrente mentre attraversava un piccolo ponte in auto insieme alla figlia di 17 anni, miracolosamente illesa.

La zona maggiormente colpita è quella della provincia di Reggio Calabria: il torrente Ferruzzano è esondato ed ha spazzato via la statale 106 ionica e la ferrovia che in un tratto è rimasta sospesa nel vuoto. I collegamenti sono quindi, quasi impossibili: la statale è stata chiusa in più punti e la linea ferroviaria è completamente interrotta. Una situazione disastrosa: pensate che la pioggia caduta da sabato è pari a quella di un anno intero!

E come al solito, piove sempre sul bagnato.

Anche per oggi, infatti, è prevista l’allerta meteo con codice rosso e altri due torrenti sono a rischio esondazione: il torrente Budello, a Gioia Tauro che già in passato ha provocato numerosi danni, e l’Ancinale, nel soveratese, dove in 24 ore sono caduti 311 millimetri di pioggia.

Gli interventi sono stati tempestivi, ma non si può sempre piangere sul latte versato. Bisogna risolvere il problema alla radice, non cercare di correre ai ripari dopo i fatti, quando ormai è troppo tardi! E questo problema è sempre lo stesso: il dissesto idrogeologico di cui lo Stato sembra essersi completamente dimenticato.

La Calabria rientra in quelle zone in cui il rischio idrogeologico è altissimo e la storia ce lo conferma: l’alluvione di Crotone nel 1996, quella di Soverato nel 2000, Sinopoli nel 2003, Cerzeto e Scilla nel 2005, Vibo Valentia nel 2006 e nel 2010 e, infine, Rossano quest’estate. E proprio in occasione dell’alluvione di agosto, il ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti, aveva assicurato un intervento diretto sul territorio regionale, con ingenti investimenti nella manutenzione: oltre 200 milioni per l’apertura di 220 cantieri. Basteranno?

A presto,

Carlo