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COS’È L’OVERBOOKING (E COME TUTELARSI)

aeroporto

Di “overbooking” sentiamo parlare spesso, in relazione a episodi che riguardano i viaggi aerei. Ma di cosa si tratta esattamente?

L’OVERBOOKING. Il termine si potrebbe tradurre con “sovraprenotazione”. Significa che la compagnia aerea mette in vendita biglietti oltre il numero di posti realmente a disposizione sul volo in partenza: questa scommessa (sulla pelle dei passeggeri!) si basa sulla probabilità che al momento dell’imbarco alcuni passeggeri non si presentino al gate (ovvero, non confermino la prenotazione). In sostanza, lo scopo è quello di riempire tutti i voli; in questo modo il vettore si assicura dal rischio di perdere una parte del profitto, massimizzando i guadagni, specialmente nei periodi in cui la richiesta è maggiore.

NOVITÀ? MACCHÈ. Chi pensa che l’overbooking sia una novità recente deve ricredersi: si tratta di una strategia da tempo utilizzata dalle compagnie aeree. Addirittura, per anni (o decenni) le compagnie aeree hanno utilizzato senza alcun limite questa tecnica di vendita: confidavano infatti nella totale inconsapevolezza della clientela, che – ignara dell’accaduto – spesso veniva liquidata con pretesti generici e scuse di ogni sorta.

SI TRATTA DI UNA PRATICA VIETATA? Assolutamente no. Tanto che la legge (europea) regola proprio questa possibilità. Noi europei non siamo quindi al riparo da inconvenienti o disagi di questo genere. Anche se in molti pensano il contrario.

COSA SUCCEDE IN CASO DI OVERBOOKING. La legislazione europea prevede un meccanismo specifico per casi del genere.

Il vettore deve infatti cercare di convincere qualcuno (un “volontario”) a scendere, a condizioni che le parti devono concordare. Se nessuno dovesse accettare la compagnia può vietare l’utilizzo del biglietto, facendo scattare i meccanismi di risarcimenti e rimborsi previsti dalla legislazione comunitaria:

  • Un risarcimento da 250 euro a fino 600 euro a seconda della lunghezza della tratta ed a prescindere dal prezzo pagato per il biglietto;

  • Un posto sul primo volo disponibile per la destinazione finale;

  • Pasti e bevande in congrua relazione alla durata dell’attesa;

  • Telefonate, messaggi fax o e-mail;

  • Sistemazione in albergo nel caso in cui si renda necessario un soggiorno di una o più notti;

  • Lo spostamento tra l’aeroporto e il luogo di sistemazione.

Meglio essere informati, per sapere come tutelare i propri diritti in questi casi.

CR

L’ETICHETTA A SEMAFORO NON CI PIACE PER NIENTE

Etichette-Semaforo

Il sospetto dovrebbe venire anche ai consumatori meno attenti. Improvvisamente, le sei sorelle del Big Food (Coca-Cola, Mars, Mondelez, Nestlé, Pepsi e Unilever) hanno deciso di adottare il modello dell’etichetta a semaforo.

Di cosa si tratta? L’idea viene dalla Gran Bretagna. In pratica, questo sistema si chiama così perché prende spunto dai colori dei semafori stradali: il rosso, il giallo e il verde. Lo scopo sarebbe (sarebbe, appunto) quello di indirizzare i consumatori verso alimenti confezionati più “salutari”.

  • Bollino verde: identifica gli alimenti da preferire perché salutari (ingredienti ricchi di fibre e nutrienti, poveri o privi di grassi saturi, zuccheri e sale aggiunti);

  • Bollino giallo: identifica quei prodotti “intermedi” poiché, pur non presentandoli in dosaggi elevati, contengono grassi, sale e zuccheri che li rendono maggiormente calorici;

  • Bollino rosso: indica tutti quei prodotti (da evitare) con alto apporto calorico, ricchi di grassi saturi, zuccheri e sale aggiunti e poveri di fibre.

CHI E’ PRO. I favorevoli a questa misura non sono pochi: tra loro, in primo luogo, troviamo una lobby particolarmente potente: le multinazionali. Per i grandi gruppi del food, infatti, la questione dell’etichetta è cruciale: si stanno giocando un business mondiale da 570 miliardi di dollari, e un mercato da 700 milioni di consumatori (come quello europeo) è un boccone davvero ghiotto.

A favore del Traffic Light Labelling System troviamo anche alcuni addetti ai lavori: sostengono che l’etichetta a semaforo faccia paura “perché funziona”. I consumatori riuscirebbero a capire tramite questo strumento “cosa significa l’indicazione nutrizionale relativa alle quantità di zucchero, sale e grassi”, in modo da “orientare il proprio comportamento alimentare”. E tra le altre cose, il sistema avrebbe il pregio di essere semplice e immediato.

CHI E’ CONTRO. I contrari sono tanti, e io mi iscrivo a pieno titolo in questo schieramento. Personalmente, infatti, non ho alcun dubbio.

Non è solo per il fatto (già di per sé grave) che molte eccellenze italiane finirebbero nella lista degli alimenti dannosi, con conseguenze sulle vendite: tanto che il prosciutto di Parma, bollato con il rosso in Inghilterra, ha registrato una flessione clamorosa (a tutto vantaggio indovinate di chi? Ma certo, delle multinazionali dell’alimentare!). Non è solo per l’assurdo risultato di promuovere prodotti come la Coca-Cola Light (solo perché presenta poche calorie) senza portare il consumatore a riflettere sulle ragioni del minor apporto calorico (basta sostituire gli zuccheri con edulcoranti, aspartame e acesulfame K, e il gioco è fatto!). C’è dell’altro, e riguarda il principio della libertà di scelta dei cittadini.

LIBERTÀ DI SCELTA? I consumatori, infatti, sarebbero sviati e condizionati nelle loro scelte economiche dalle indicazioni fuorvianti contenute nelle etichette: i colori rosso, giallo e verde delle etichette apposte sulle confezioni sono assolutamente inadatti a fornire informazioni esaustive circa le caratteristiche nutrizionali del bene in vendita, e semplificano le cose in modo addirittura grottesco, distorcendo le “normali” scelte dei cittadini. In questo modo, tutta la possibilità di decidere autonomamente cosa comprare (almeno, quella che ci rimane tra gli scaffali dei supermercati, dominati dal marketing) verrebbe influenzata – premiando alcuni prodotti, invece di altri.

Si tratterebbe di “un’informazione visiva che finisce per escludere dalla dieta alimenti sani come i prodotti a denominazione di origine Dop e Igp, per promuovere, al contrario, il cibo spazzatura come le bevande gassate senza zucchero, ingannando i consumatori rispetto al reale valore nutrizionale”, come denunciato da Coldiretti.

COSA FACCIAMO. Se 6 grandi multinazionali stanno pressando l’Europa per l’adozione del sistema in etichetta, una ragione c’è. È proprio per questo che non esiteremo a presentare una miriade di esposti in procura per truffa se le aziende immetteranno in commercio prodotti alimentari con il semaforo in etichetta. Non solo: contro i marchi alimentari che applicheranno il semaforo lanceremo una campagna di boicottaggio, per convincere i consumatori italiani a non acquistare i loro prodotti.

Con la nostra salute non si scherza. E neanche con la nostra intelligenza.

CHE FINE HA FATTO LA CLASS ACTION?

governo

Cari amici,


da anni mi batto per i consumatori e da anni lancio class action per tutelare i loro diritti. L’azione di classe – che in Italia abbiamo scoperto grazie a Julia Roberts nel celebre film “Erin Brockovich” – appartiene a quel genere di procedimenti che trae la sua forza dalla lotta per il bene comune, per una collettività: un’unica azione legale a favore di un gruppo di consumatori danneggiati dal medesimo soggetto (ente, azienda o chiunque sia). Mal comune, medesima lotta, insomma.

Proprio perchè è così importante, non mi stupisce per nulla che da un anno la riforma della class action rimanga arenata in Senato, dopo aver ottenuto l’approvazione della Camera dei deputati.

Una legge che restituisce potere ai cittadini/consumatori, che (finalmente!) fa uscire l’azione di classe dalla scomoda nicchia del Codice del Consumo per inserirla nel Codice di Procedura Civile (introducendo la possibilità di aderire alla class action anche in un secondo momento, dopo una sentenza) non piace a molti, e soprattutto non piace alle tante, troppe corporazioni che bloccano questo Paese. Non è un caso che Confindustria (per bocca di Squinzi) l’abbia definita “preoccupante”, e che il Governo si sia immediatamente precipitato a rassicurare gli industriali, promettendogli di “sistemare le cose”.

Ecco, in due parole, perchè la riforma resta in “stand by”, quando in Europa i principali ordinamenti hanno già una disciplina delle azioni collettive.

Noi, invece, cosa abbiamo in mano? La class action vigente in Italia (art. 140bis del Codice del consumo) fa acqua da tutte le parti, così le lobbies restano tranquille e i conti con i cittadini – alla fine – non li fa mai nessuno. Nel nostro Paese gli illeciti di massa difficilmente trovano un’adeguata soluzione, con la catastrofica conseguenza che chi compie piccoli o grandi sorprusi agisce indisturbato.

Proprio per mantenere in questo stato la class action, per depotenziarla, per evitare spiacevoli processi (e quindi risarcimenti, molto spesso, nei confronti dei cittadini truffati), in Senato non se ne parla. Le aule parlamentari vedono passare orrori giuridici, riforme da quattro soldi, leggine improponibili, ma non assistono mai a una discussione sui diritti dei consumatori. Manca il tempo? Macchè, manca la voglia. Finchè si scherza, si scherza; ma quando si parla di cose importanti, come questa, i tempi sono lunghi, diventano biblici, poi eterni. E non se ne fa niente.

C’è solo un problema: la nostra democrazia non si fonda su quel fondamentale principio costituzionale che recita: “la sovranità spetta al popolo”? Bene, allora che problema c’è a far passare una riforma a favore dei cittadini?

Non è che hanno paura?

 

A presto,
CR

Pasta con pesticidi, il menù di oggi!

Cari amici,

ricordate lo scandalo dell’olio extravergine di oliva contraffatto?

7 grandi marchi italiani – Carapelli, Bertolli, Santa Sabina, Sasso, Coricelli, Prima Donna e Antica Badia, sono finite al centro di un’inchiesta dei Nas di Torino con l’accusa di frode in commercio: le aziende in questione avrebbero, infatti, spacciato per extravergine del semplice olio di oliva, ovvero olio di qualità nettamente inferiore.

Insomma, una bella fregatura per noi consumatori!

Oggi, il nuovo scandalo alimentare riguarda invece la pasta.

Analogamente a quanto fatto con l’olio d’oliva, la rivista “Il Test” ha fatto analizzare in laboratorio 15 campioni differenti di spaghetti, scoprendo che non tutti i marchi utilizzano “grano pulito”. Secondo le analisi, Barilla, Conad, Divella e Voiello venderebbero pasta contaminata da pesticidi.

Una notizia che a noi italiani fa male al cuore!

Non si tratta di dosi massicce, ma di concentrazioni ben al di sotto dei limiti consentiti dalla normativa europea ma – scrive il Test – “è pur sempre un segnale preoccupante circa la qualità del grano che le aziende utilizzano per confezionare il più amato tra i piatti degli italiani”.

Le sostanze incriminate sono: il piperonil butossido, la cipermetrina e il pirimifos metil, pesticidi e micotossine di cui ancora si sa poco, sia per gli effetti che possono avere sul nostro corpo – specie se in combinazione con altre sostanze tossiche – sia per la loro capacità di favorire tumori o altre gravi malattie degenerative.

Insomma, ci dice Il Test, se è vero che nei campioni di pasta analizzati la concentrazione di queste sostanze è minima, è pur vero che “il nostro organismo è costantemente a contatto con alimenti che contengono le stesse (o maggiori) quantità di pesticidi, con conseguenze ancora incerte, specie quando sono contenute più molecole contemporaneamente che potrebbero avere un effetto sinergico assieme”.

Inoltre, se la concentrazione di pesticidi e micotossine nei 15 spaghetti analizzati è risultata sempre nei limiti di legge previsti per gli adulti, in più di un caso ha sforato quelli della prima infanzia. Segno che bisogna stare particolarmente attenti ad inserire la pasta nella dieta alimentare dei bambini!

A peggiorare ancor di più la situazione c’è il fatto che secondo Andrea Di Benedetto, presidente del Consorzio agricoltori mugnai pastai, le paste bocciate dal test contengono pochissimo grano italiano, al massimo il 10%. Il nostro grano, infatti, non contiene il deossinivalenolo, una delle micotossine presenti nei campioni analizzati. Questo perchè il grano stesso viene raccolto a temperature molto alte – tra i 28 e i 48 gradi – e il sole fa da antimicotico naturale. Questa micotossina – ha specificato Di Benedetto – è particolarmente dannosa perchè “principale responsabile dell’aumento delle intolleranze alle proteine del glutine perché dimìnuisce la funzione di barriera intestinale, causando un aumento del passaggio di batteri attraverso l’intestino”.

Insomma, cosa dobbiamo fare noi consumatori per stare tranquilli?

Prima l’olio, poi la pasta, quale altro disastro alimentare dobbiamo aspettarci?

Ma soprattutto, nell’anno che ha visto l’Italia protagonista di Expo, possiamo ancora vantarci del nostro Made in Italy?

A presto,

Carlo

Buon Natale a tutti!

Cari amici,

siamo nel pieno dei preparativi natalizi e in questo clima di festa vorrei ringraziare tutti voi, vecchi e nuovi amici, che sostenete le mie battaglie quotidiane e mi seguite sul blog, uno spazio per me importante e irrinunciabile nel quale posso incontrarvi, anche se solo virtualmente.

Spero che ognuno di voi possa trascorrere un Natale sereno, circondato dagli affetti più cari e lontano dai problemi che accompagnano la vita di ogni giorno.

Brindo, ancora una volta, a voi e al vostro affetto. Tanti Auguri di Buon Natale!

A presto,

CR

La crisi della casa

Cari amici,

è proprio vero: in Italia la povertà sta vincendo. L’ennesima conferma di quanto già denunciato in passato, anche da noi del Codacons, viene dall’ultima indagine Istat sulla condizione delle persone che vivono in povertà estrema. In Italia esiste un vero e proprio esercito silenzioso di senza tetto. Secondo l’Istat sono oltre 50.770 le persone senza fissa dimora che, nei mesi di novembre e dicembre 2014, hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna nei 158 Comuni in cui è stata condotta l’indagine. Il dato è, purtroppo, in aumento rispetto al 2011: all’epoca i senza tetto erano “solo” 47.648. Parliamo del 2,43 per mille della popolazione regolarmente iscritta presso i Comuni considerati dall’indagine, valore in aumento rispetto a tre anni prima, quando era il 2,31 per mille.

Nell’indagine Istat si legge che “si tratta per lo più di uomini (85,7%), stranieri (58,2%), con meno di 54 anni (75,8%), anche se, a seguito della diminuzione degli under 34 stranieri, l’età media è leggermente aumentata (da 42,1 a 44,0), o con basso titolo di studio: solo un terzo raggiunge almeno il diploma di scuola media superiore”. Anche la durata del periodo in cui si rimane nella condizione di “senza dimora” è aumentata rispetto al 2011: diminuiscono, dal 28,5% al 17,4%, quanti sono senza dimora da meno di tre mesi, mentre aumentano le quote di chi lo è da più di due anni (dal 27,4% al 41,1%) e di chi lo è da oltre 4 anni (dal 16% sale al 21,4%).

E quando si fanno statistiche – specie sulla povertà – il divario tra nord e sud non manca mai: tra le persone senza dimora la quota che si registra nelle regioni del Nord-ovest (38%) è del tutto simile a quella stimata nel 2011, così come quella del Centro (23,7%) e delle Isole (9,2%); nel Nord-est si osserva invece una diminuzione (dal 19,7% al 18%) che si contrappone all’aumento nel Sud (dall’8,7% all’11,1%).

Ma le cattive notizie, come si suol dire, non vengono mai da sole: la Coldiretti, proprio in occasione della diffusione dei dati Istat, ha ricordato – forse c’era proprio bisogno di farlo – che sono oltre 6 milioni le persone in Italia che non hanno denaro a sufficienza neanche per alimentarsi adeguatamente ed hanno quindi bisogno di aiuto per mangiare. E anche in questo caso il Sud registra il primato più triste: il 17,3% delle famiglie monoreddito non riesce a permettersi un pasto adeguato ogni due giorni.

Assurdo se pensiamo che ogni italiano ha buttato nel bidone della spazzatura durante l’anno ben 76 chili di prodotti alimentari, più che sufficienti a garantire cibo adeguato per tutti i cittadini.

Beh, io non riesco neanche ad immaginare cosa significa non poter mangiare per due giorni o non avere un tetto sopra la testa per quattro anni! E non riesco a capacitarmi di come si possa fare a vivere così, sempre che questa possa chiamarsi vita. L’unica cosa che so è che in Italia la povertà non può e non deve vincere e i mezzi per impedirlo ci sono, basta solo saperli utilizzare!

A presto,

Carlo

Oro nero

Cari amici,

in questi giorni – lo avrete sicuramente sentito – il prezzo del petrolio è sceso vertiginosamente, trascinando a fondo anche le principali borse europee. E sapete perché? Venerdì scorso i vertici dell’Opec – Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio – hanno deciso di non tagliare la produzione di greggio, come invece hanno fatto più volte in passato. Così il barile è scivolato sui mercati, scendendo ai minimi da sei anni a questa parte: il Brent del Mare del Nord a 40 dollari al barile e il Wti americano sotto i 38.

Insomma, attualmente si produce più carburante di quanto ne chieda il mercato, nonostante la crisi e la diffusione degli idrocarburi non convenzionali. Ed ecco spiegato il calo dei prezzi.

Un crollo così non si vedeva davvero dal 2009, ma per noi consumatori italiani non è cambiato nulla. Il costo della benzina è, infatti, sempre lo stesso. Anzi, l’Italia è addirittura ai vertici della classifica dell’Unione europea per i prezzi di benzina e gasolio. Con una media di 1,340 euro per un litro di gasolio, l’Italia si piazza al secondo posto della classifica Ue dove il diesel costa di più. Peggio di noi c’è solo il Regno Unito con 1,543 euro al litro.

Un litro di benzina, invece, costa il 20% in più rispetto alla media Ue: con 1,475 euro al litro, infatti, la Penisola si trova in quarta posizione dietro a Paesi Bassi (1,545 euro/litro), Regno Unito (1,502 euro/litro) e Danimarca (1,499 euro litro), dove tuttavia il reddito medio è assai più alto.

Vi starete chiedendo perché. Beh, la risposta purtroppo è semplice: troppe tasse! Chi l’avrebbe detto? In Italia le cause di un prezzo così alto sono le accise e soprattutto l’IVA. Le prime gravano sul prezzo finale per 0,728 euro, più dell’intero prezzo industriale, mentre l’IVA al 22% per 0,293 euro.

Per chi non lo sapesse, ogni volta che fate il pieno alla vostra auto lo scontrino è lievitato da tasse “misteriose” che ci trasciniamo da oltre 70 anni e che lo Stato continua a farci pagare, come il finanziamento della guerra di Etiopia del 1935, la ricostruzione del post disastro del Vajont del 1963 o del terremoto dell’Irpinia del 1980.

A far lievitare i prezzi ci sono, però, anche i costi della distribuzione: da noi incidono per 0,142 euro su ogni litro di benzina e per 0,143 euro su ogni litro di diesel, molto più che in Germania (0,129 euro per la benzina e 0,127 per il diesel) e in Francia (0,109 euro per la benzina e 0,088 euro per il diesel).

Persino l’Austria, che dal punto di vista geografico non è certo favorita nell’approvvigionamento di idrocarburi, può vantare valori più bassi di quelli italiani: rispettivamente 0,117 euro per la benzina e 0,131 euro per il diesel.

Insomma, il prezzo del petrolio cala ma fare benzina è sempre e comunque un salasso.

Giusto per fare un esempio, in coincidenza del ponte dell’Immacolata si è registrata una vera e propria stangata da 30 milioni di euro solo per i rifornimenti di carburante.

Va bene che, di questi tempi, l’auto può essere considerata un “bene di lusso” ma perché dobbiamo essere costretti a spese folli per poterci concedere qualche giorno di vacanza?

A presto,

Carlo

Taranto soffoca!

Cari amici,

doveva iniziare oggi il maxi-processo “Ambiente Svenduto”, sul presunto disastro ambientale causato dall’Ilva di Taranto. Il più grande processo in tema ambientale, con 47 imputati e oltre mille parti civili, è, invece, tutto da rifare: un banale errore materiale fa tornare indietro l’intero procedimento all’udienza preliminare. Poco prima del rinvio a giudizio, i magistrati della Procura si sono accorti che nel verbale dell’udienza preliminare, il 23 luglio scorso, non era stato indicato il nome del difensore d’ufficio per 10 imputati i cui legali erano assenti quel giorno. Sembra assurdo, ma è così!

Una svista che costerà però diversi mesi ai tempi del processo, nel contesto di un sistema giudiziario che di certo non brilla per celerità. Una sciocchezza che per il Codice di Procedura penale è una insanabile compromissione del diritto di difesa, un motivo di nullità tale da far crollare un intero processo. Si torna, dunque, all’udienza del gup che ha preceduto quella culminata nel rinvio a giudizio di 44 persone fisiche (tra vertici Ilva, politici, imprenditori e funzionari ministeriali e regionali) e tre società, con accuse che vanno dall’avvelenamento delle acque all’associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, dalla concussione all’omissione di cautele sui luoghi di lavoro, omissione che avrebbe causato, tra le altre cose, ben due morti bianche. La palla passa ora al gup che dovrà, così, fissare una nuova udienza preliminare.

E nell’attesa dei tempi della giustizia Taranto letteralmente soffoca!

La Asl di Taranto ha inviato al sindaco Ippazio Stefano una relazione, sulla base delle rilevazioni Arpa, in cui si legge che: “la popolazione della città di Taranto, e in particolare quella parte che risiede nei quartieri limitrofi alla zona industriale, rappresenta un gruppo ad alto rischio per lo sviluppo di patologie correlate all’inalazione di polveri sottili, perciò necessita di maggior tutela rispetto alla popolazione generale”.

Sebbene negli ultimi anni – almeno così dicono – si sia registrata una riduzione della concentrazione di polveri sottili e benzo(a)pirene, attribuiti all’attività dell’ Ilva, per decenni i cittadini hanno respirato elevate concentrazioni di inquinanti ambientali, che non possono non aver avuto un ruolo in termini di salute pubblica, e i cui effetti potrebbero manifestarsi negli anni a venire! Inoltre, dice la Asl, le emissioni sono “sotto controllo” ma se il vento tira da nord ovest, ovvero dove si trovano le ciminiere dell’Ilva, a Taranto scatta l’allarme per la salute di soggetti già a rischio, come cardiopatici, asmatici, anziani e bambini.

Insomma, la situazione è tragica. Le emissioni saranno anche diminuite, ma da due settimane Taranto è sotto-vento e proprio venerdì è scattata l’allerta 3:

ovvero – per stare alle parole contenute nella relazione ufficiale della Asl – quella per cui è consigliato a «tutta la popolazione di programmare eventuali attività sportive all´aperto nelle ore in cui i livelli di inquinamento sonoinferiori,ovvero fra le ore 12 e le 18». Fascia oraria – questa delle 6 ore – in cui si possono aprire le finestre.

Ma che vita è questa?

A presto,

Carlo

Atac: un eterno disastro

Cari amici,

di cosa parliamo oggi? Di un argomento “caro” – in tutti i sensi – ai romani: la questione Atac. Avrete sicuramente letto che, dopo l’esposto presentato dall’ex Assessore ai Trasporti della giunta Marino, Stefano Esposito, la Procura di Roma ha deciso di fare luce sulle modalità di gestione e assegnazione degli appalti in Atac. I pm hanno così aperto un fascicolo, al momento senza ipotesi di reato e senza indagati, focalizzando le indagini sugli ultimi cinque anni perché, secondo quanto riportato dall’Autorità Nazionale Anticorruzione, il 90 per cento degli appalti dell’azienda del trasporto pubblico capitolino sono stati assegnati senza bando, seguendo una procedura negoziata, cioè con una modalità che deve essere applicata in casi di emergenza. Quella che doveva essere quindi una procedura adottata in extremis era, in realtà, la norma. E sempre secondo l’Anac il giochetto degli appalti assegnati agli amici degli amici ha toccato, solo nel periodo 2011-2015, la cifra record di un miliardo di euro!

Chi se lo sarebbe mai aspettato? Sarebbe forse la prima volta che a Roma si sente parlare di appalti truccati, no?

Ma il lavoro dei pm non si ferma qui: sotto la lente di ingrandimento di Piazzale Clodio sono finite anche tutte le criticità della mobilità Capitolina. Chi vive a Roma lo sa, prendere i mezzi pubblici è diventata – specie negli ultimi mesi – una vera e propria mission impossible.

Tralasciando i continui scioperi, che si susseguono con cadenza quasi settimanale, le metro e la ormai famosa ferrovia “Roma-Lido”, che collega la Capitale con Ostia, letteralmente non funzionano: i mezzi in circolazione sono pochi – anche se, a quanto pare, ci sarebbero cinque nuovi treni fiammanti, pronti a partire dal febbraio scorso, ma inspiegabilmente inutilizzati – e quando circolano fanno ritardo, sono guasti oppure sono stracolmi di persone. Per chi non vuole o non può spostarsi in auto, ricorrere ai mezzi pubblici è una garanzia: garanzia di fare ritardo ovunque si voglia andare o di spendere non pochi soldi per farsi venire un bell’esaurimento nervoso in quei 10 minuti – per essere ottimisti – di attesa in cui si cerca di prendere il treno meno pieno che c’è.

Insomma, i danni ai passeggeri sono davvero inenarrabili. Sembra quasi che chi prende la metro o il treno debba essere umiliato per la scelta fatta!

Ma i romani sono talmente tanto abituati a tutto questo che non si meravigliano più di niente.

A meravigliarsi, però, potrebbero essere tutti i turisti attesi per il Giubileo che provengono sicuramente da paesi in cui il trasporto pubblico funziona davvero! Così come stanno le cose, Roma farà davvero una pessima – l’ennesima – figura!

La mia speranza è che le indagini della magistratura vadano a buon fine, svelando l’insoluto mistero di questi continui disagi e disservizi!

A presto,

Carlo

A. A. A. Amico del consumatore cercasi!

Cari amici,

si sta avvicinando il consueto appuntamento con il premio “amico del consumatore”, riconoscimento che il Codacons assegna a soggetti della società civile, del mondo dello spettacolo, del giornalismo, dell’imprenditoria, che si sono distinti per l’attenzione mostrata nei confronti dei consumatori o dell’ambiente, o per comportamenti eticamente meritevoli.

Quest’anno, però, abbiamo voluto lanciare una particolare iniziativa: sul sito del Codacons è stato indetto un bando di concorso riservato alla Pubblica Amministrazione. Quello che cerchiamo è presto detto: un ente pubblico, in toto o in parte, centrale o periferico, i cui dirigenti, impiegati o quadri non siano stati indagati negli ultimi 10 anni per reati commessi contro lo Stato. Reati come la corruzione, ad esempio, o il peculato.

Sarà un’impresa facile, non credete?

Tutti dicono che in Italia il malaffare è duro a morire e che la corruzione fa rima con pubblica amministrazione. Ma noi del Codacons non vogliamo fare di tutta l’erba un fascio: siamo sicuri che a questo bando – a cui non ha ancora aderito nessuno – qualche ente del tutto pulito ed estraneo a inchieste penali salterà fuori, prima o poi. E noi non vediamo l’ora di premiarlo!

A presto,

Carlo