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CHE FINE HA FATTO LA CLASS ACTION?

governo

Cari amici,


da anni mi batto per i consumatori e da anni lancio class action per tutelare i loro diritti. L’azione di classe – che in Italia abbiamo scoperto grazie a Julia Roberts nel celebre film “Erin Brockovich” – appartiene a quel genere di procedimenti che trae la sua forza dalla lotta per il bene comune, per una collettività: un’unica azione legale a favore di un gruppo di consumatori danneggiati dal medesimo soggetto (ente, azienda o chiunque sia). Mal comune, medesima lotta, insomma.

Proprio perchè è così importante, non mi stupisce per nulla che da un anno la riforma della class action rimanga arenata in Senato, dopo aver ottenuto l’approvazione della Camera dei deputati.

Una legge che restituisce potere ai cittadini/consumatori, che (finalmente!) fa uscire l’azione di classe dalla scomoda nicchia del Codice del Consumo per inserirla nel Codice di Procedura Civile (introducendo la possibilità di aderire alla class action anche in un secondo momento, dopo una sentenza) non piace a molti, e soprattutto non piace alle tante, troppe corporazioni che bloccano questo Paese. Non è un caso che Confindustria (per bocca di Squinzi) l’abbia definita “preoccupante”, e che il Governo si sia immediatamente precipitato a rassicurare gli industriali, promettendogli di “sistemare le cose”.

Ecco, in due parole, perchè la riforma resta in “stand by”, quando in Europa i principali ordinamenti hanno già una disciplina delle azioni collettive.

Noi, invece, cosa abbiamo in mano? La class action vigente in Italia (art. 140bis del Codice del consumo) fa acqua da tutte le parti, così le lobbies restano tranquille e i conti con i cittadini – alla fine – non li fa mai nessuno. Nel nostro Paese gli illeciti di massa difficilmente trovano un’adeguata soluzione, con la catastrofica conseguenza che chi compie piccoli o grandi sorprusi agisce indisturbato.

Proprio per mantenere in questo stato la class action, per depotenziarla, per evitare spiacevoli processi (e quindi risarcimenti, molto spesso, nei confronti dei cittadini truffati), in Senato non se ne parla. Le aule parlamentari vedono passare orrori giuridici, riforme da quattro soldi, leggine improponibili, ma non assistono mai a una discussione sui diritti dei consumatori. Manca il tempo? Macchè, manca la voglia. Finchè si scherza, si scherza; ma quando si parla di cose importanti, come questa, i tempi sono lunghi, diventano biblici, poi eterni. E non se ne fa niente.

C’è solo un problema: la nostra democrazia non si fonda su quel fondamentale principio costituzionale che recita: “la sovranità spetta al popolo”? Bene, allora che problema c’è a far passare una riforma a favore dei cittadini?

Non è che hanno paura?

 

A presto,
CR

Risolvi o punisci!

Cari Amici,

quando serve, l’amministrazione comunale non c’è mai. La maggior parte dei cittadini che ho incontrato nel corso di queste settimane lamenta proprio questa assenza, che diventa doppiamente inaccettabile perchè di solito si somma a problemi che non dovremmo trovarci a segnalare. Parlo di degrado, buche, strade, rifiuti, disservizi, e la solita sequenza di questioni perennemente irrisolvibili che i romani conoscono a menadito.

Noi abbiamo provato a immaginare una soluzione. La lista “Codacons x Roma” – nel silenzio assordante dei media, troppo impegnati a incensare la Raggi o Giachetti, e così disinteressati alle regole della par condicio da non fare neanche finta di rispettarla – propone un innovativo progetto grazie al quale sarà possibile fornire risposte ai cittadini entro 48 ore dalla presentazione di una segnalazione.

Peccato che in questa campagna elettorale i problemi della Città Eterna non facciano testo. Perchè così non si può parlare delle soluzioni: la nostra idea è quella di raccogliere al numero telefonico 060606 le lamentele degli utenti. Le segnalazioni sarebbero inizialmente vagliate da un apposito staff e, di seguito, indirizzate verso gli uffici comunali competenti. Una volta depositata la denuncia del cittadino, uno staff composto da 10 giovani avvocati – alle dirette dipendenze del capo di gabinetto del sindaco – seguirebbe l’iter della pratica e solleciterebbe un intervento concreto; nel caso in cui entro 48 ore dalla presentazione della segnalazione al competente ufficio i funzionari non fornissero risposte (anche di tipo negativo o sull’impossibilità di un intervento a breve termine da parte del Comune) il segnalante riceverebbe un riscontro e, in caso, sarebbero avviati i dovuti provvedimenti disciplinari nei confronti dei responsabili di negligenza o omissioni.

Insomma, impossibile? Tutt’altro. Purchè qualcuno ve lo dica.

A presto,

CR

E alla fine arriva “Arfio”!

Cari Amici,

era nell’aria, e oggi è stato confermato: Forza Italia vira su Alfio Marchini, l’imprenditore che non ricorda i capolinea della metro. Marchini – cosa mai vista, o quasi – subentra in corsa, come in una partita di calcio, quando mancano pochi minuti al termine e l’allenatore è disperato.

Così si risolve, almeno così assicurano, lo psicodramma che ha agitato le notti del centro-destra italiano a solo poche settimane dal voto. Bertolaso, screditato dal suo stesso partito, si siederà “in panchina”: è lui l’agnello sacrificale sull’altare della “tenuta” del partito di Berlusconi.

Ebbene, qual è il problema? Questo: che proprio “Arfio” – come lo chiamano i romani, abituati a soprannomi e nomignoli – ha puntato tutta la comunicazione della sua campagna elettoraleelezioni-roma-2016-alfio-marchini-manifesto sull’estraneità all’apparato. “Liberi dai partiti“, lo slogan della sua lista, andava bene forse per un outsider: ma di sicuro diventa controproducente, e un po’ imbarazzante, se ci si apparenta con un “partitone” come quello dei forzisti, imbottito di uomini di palazzo, strutturato come una macchina elettorale, da 20 anni e più al centro delle vicende politiche italiane.

Servirà il bianchetto, su quei manifesti: o, meglio, sarebbe il caso di rimuoverli al più presto. Questo è quello che abbiamo chiesto noi del Codacons, perchè gli elettori devono essere correttamente informati sui contenuti di una campagna elettorale cruciale per la città di Roma. Una campagna cui stiamo partecipando anche noi di RienzixRoma, nella convinzione di garantire un’adeguata rappresentanza ai cittadini comuni, a tutti quelli che vogliano fare una scelta – stavolta sì – di rottura con l’immobile panorama politico del nostro Paese.

E però, oltre a questo, al simpatico “Arfio” non posso risparmiare un consiglio amichevole: la prossima volta si ricordi di andare piano con le promesse, le assicurazioni, le certezze. Se le cose cambiano – e in politica cambiano – possono trasformarsi in lacci, boomerang, debolezze. Come nella vita, anche in campagna elettorale è meglio evitare di promettere cose che non si possono mantenere.

A presto,

CR

Hanno fatto a pezzi la sanità pubblica

Cari amici,

è ufficiale: hanno fatto a pezzi la sanità pubblica. Gli ultimi dati Istat ci avevano già avvertito della diminuzione della speranza di vita: una notizia assurda, medievale, che mai avremmo sperato di voler sentire, perchè ne pagano le spese – come sempre – in primis le classi sociali più deboli. Ma non basta, perchè l’ultimo Rapporto Osserva Salute 2015 – la più grande raccolta sullo stato di salute degli italiani e sulla qualità dell’assistenza nelle nostre Regioni – non ci dà notizie migliori. L’Italia si piazza agli ultimi posti in Europa per spese alla prevenzione: un misero 4,1 per cento della spesa sanitaria totale! Anche i Lea, i livelli essenziali di assistenza non sono garantiti ovunque. Prestazioni come gli screening oncologici, ad esempio, o non partono, o funzionano a macchia di leopardo, soprattutto per le donne!

Come ha affermato Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni italiane: “Siamo la Cenerentola del mondo!”. E viene davvero da preoccuparsi, pensando quanto poco tempo sia bastato per demolire quello che una volta era un sistema sanitario ai vertici nel mondo..

L’aspetto più inquietante del rapporto resta la disparità territoriale, a svantaggio sopratutto del Sud, che oltre ad avere i finanziamenti pro capite più bassi per la spesa sanitaria, risulta tra i peggiori in termini di mortalità e di speranza di vita.

Non si registrano grandi cambiamenti per quanto riguarda la spesa sanitaria pubblica pro capite (nel 2014 l’Italia ha speso 1817 euro a testa, in linea con l’anno prima), ma si tratta sempre di un livello molto basso se rapportato agli altri Paesi.

Anni di tagli, di rastrellamenti di risorse, di attenzione alle sole ragioni del bilancio e la frittata è fatta. Ne pagheranno le spese, purtroppo, i cittadini. Costretti a rivolgersi al privato, o ad assurde attese per analisi e terapie che – solo qualche tempo fa – gli sarebbero stati riconosciuti senza batter d’occhio.

Ci hanno “scippato” una delle certezze più grandi che avevamo. Chissà quanto tempo ci vorrà, per mettere le cose a posto.

A presto,

CR

Storia di un disastro italiano

Cari amici,

che la gestione e i salvataggi di Alitalia ci fossero costati miliardi non è un mistero. Oggi, però, è una certezza. A mettercelo nero su bianco è l’area studi e ricerche di Mediobanca che ha calcolato la cifra nel dettaglio: 7,4 miliardi di euro.

Almeno fino al 2014, anno in cui – stanco delle perdite e di dover sganciare milioni per salvare un’azienda sull’orlo del collasso – la Stato ha deciso di vendere Alitalia all’emiratina Etihad. Addio debiti, ma anche addio compagnia di bandiera!

Ripercorriamo insieme le tappe della storia di questo disastro all’italiana.

Tutto inizia nel 1974. All’epoca la società è controllata dallo Stato, tramite l’Iri – l’Istituto per la Ricostruzione Industriale – chiuso poi nel 2002.

Fino a quel momento i conti di Alitalia, non vanno così male. Nei suoi primi tre decenni di vita, la società prende, infatti, dallo Stato soltanto 3,2 miliardi di euro, circa 100 milioni l’anno.

Ma la nostra ex compagnia di bandiera guadagna circa un miliardo e mezzo di euro all’anno, e rendere il saldo complessivo negativo di poco più di tre miliardi è, tutto sommato, un buon risultato.

Il declino inizia con gli anni ’90. Dopo gli eccessi del decennio precedente i conti non tornano più. L’anno peggiore è il 1996: Alitalia perde ben 625 milioni di euro. Da quel momento in poi ha inizio un’emorragia finanziaria senza fine: la società accumula debiti su debiti che raggiungono quota 5,1 miliardi di euro.

Nel 2002 il Ministero del Tesoro prende il posto dell’Iri ma i bilanci costantemente in rosso convincono lo Stato che la strada percorribile è una sola: vendere.

Dal 2008 si inzia così a pensare concretamente ad una cessione e il partner perfetto è AirFrance. Il piano era semplice: far fuori i rami secchi dell’azienda e cedere, invece, la “good company”. Ma l’intesa con Parigi fallisce per il tentativo di mantenere Alitalia in mani italiane, le mani del gruppo dei cosiddetti “capitani coraggiosi” guidati da Roberto Colaninno. AirFrance non ci sta, l’Italia si tiene la sua compagnia che continua a perdere soldi: 2 miliardi in 5 anni.

Soltanto nel 2014 il governo decide di ammainare la bandiera italiana e vendere Alitalia agli arabi di Etihad che, tra petrolio e tanti soldi in cassa, hanno posto le premesse per il rilancio della compagnia.

Insomma, nei 40 anni che vanno dal 1974 al 2014 i cittadini italiani, tutti, non solo quelli che hanno volato con Alitalia, hanno sganciato ben 7,4 miliardi di euro complessivi.

Ma, a far fallire la società non sono stati solo i conti in rosso ma anche una lista infinita di sprechi. E in questo Alitalia, in barba al fallimento annunciato non si è fatta mancare nulla: l’acquisto di costosissimi aerei trimotore Boeing 727 (nel bel mezzo della crisi petrolifera), le consulenze milionarie, l’assunzione di 135 piloti per soli 5 aeromobili e chi più ne ha più ne metta. Sprechi ingiustificati e ingiustificabili.

Tanto paghiamo noi!

A presto,

Carlo

La crisi della casa

Cari amici,

è proprio vero: in Italia la povertà sta vincendo. L’ennesima conferma di quanto già denunciato in passato, anche da noi del Codacons, viene dall’ultima indagine Istat sulla condizione delle persone che vivono in povertà estrema. In Italia esiste un vero e proprio esercito silenzioso di senza tetto. Secondo l’Istat sono oltre 50.770 le persone senza fissa dimora che, nei mesi di novembre e dicembre 2014, hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna nei 158 Comuni in cui è stata condotta l’indagine. Il dato è, purtroppo, in aumento rispetto al 2011: all’epoca i senza tetto erano “solo” 47.648. Parliamo del 2,43 per mille della popolazione regolarmente iscritta presso i Comuni considerati dall’indagine, valore in aumento rispetto a tre anni prima, quando era il 2,31 per mille.

Nell’indagine Istat si legge che “si tratta per lo più di uomini (85,7%), stranieri (58,2%), con meno di 54 anni (75,8%), anche se, a seguito della diminuzione degli under 34 stranieri, l’età media è leggermente aumentata (da 42,1 a 44,0), o con basso titolo di studio: solo un terzo raggiunge almeno il diploma di scuola media superiore”. Anche la durata del periodo in cui si rimane nella condizione di “senza dimora” è aumentata rispetto al 2011: diminuiscono, dal 28,5% al 17,4%, quanti sono senza dimora da meno di tre mesi, mentre aumentano le quote di chi lo è da più di due anni (dal 27,4% al 41,1%) e di chi lo è da oltre 4 anni (dal 16% sale al 21,4%).

E quando si fanno statistiche – specie sulla povertà – il divario tra nord e sud non manca mai: tra le persone senza dimora la quota che si registra nelle regioni del Nord-ovest (38%) è del tutto simile a quella stimata nel 2011, così come quella del Centro (23,7%) e delle Isole (9,2%); nel Nord-est si osserva invece una diminuzione (dal 19,7% al 18%) che si contrappone all’aumento nel Sud (dall’8,7% all’11,1%).

Ma le cattive notizie, come si suol dire, non vengono mai da sole: la Coldiretti, proprio in occasione della diffusione dei dati Istat, ha ricordato – forse c’era proprio bisogno di farlo – che sono oltre 6 milioni le persone in Italia che non hanno denaro a sufficienza neanche per alimentarsi adeguatamente ed hanno quindi bisogno di aiuto per mangiare. E anche in questo caso il Sud registra il primato più triste: il 17,3% delle famiglie monoreddito non riesce a permettersi un pasto adeguato ogni due giorni.

Assurdo se pensiamo che ogni italiano ha buttato nel bidone della spazzatura durante l’anno ben 76 chili di prodotti alimentari, più che sufficienti a garantire cibo adeguato per tutti i cittadini.

Beh, io non riesco neanche ad immaginare cosa significa non poter mangiare per due giorni o non avere un tetto sopra la testa per quattro anni! E non riesco a capacitarmi di come si possa fare a vivere così, sempre che questa possa chiamarsi vita. L’unica cosa che so è che in Italia la povertà non può e non deve vincere e i mezzi per impedirlo ci sono, basta solo saperli utilizzare!

A presto,

Carlo

Oro nero

Cari amici,

in questi giorni – lo avrete sicuramente sentito – il prezzo del petrolio è sceso vertiginosamente, trascinando a fondo anche le principali borse europee. E sapete perché? Venerdì scorso i vertici dell’Opec – Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio – hanno deciso di non tagliare la produzione di greggio, come invece hanno fatto più volte in passato. Così il barile è scivolato sui mercati, scendendo ai minimi da sei anni a questa parte: il Brent del Mare del Nord a 40 dollari al barile e il Wti americano sotto i 38.

Insomma, attualmente si produce più carburante di quanto ne chieda il mercato, nonostante la crisi e la diffusione degli idrocarburi non convenzionali. Ed ecco spiegato il calo dei prezzi.

Un crollo così non si vedeva davvero dal 2009, ma per noi consumatori italiani non è cambiato nulla. Il costo della benzina è, infatti, sempre lo stesso. Anzi, l’Italia è addirittura ai vertici della classifica dell’Unione europea per i prezzi di benzina e gasolio. Con una media di 1,340 euro per un litro di gasolio, l’Italia si piazza al secondo posto della classifica Ue dove il diesel costa di più. Peggio di noi c’è solo il Regno Unito con 1,543 euro al litro.

Un litro di benzina, invece, costa il 20% in più rispetto alla media Ue: con 1,475 euro al litro, infatti, la Penisola si trova in quarta posizione dietro a Paesi Bassi (1,545 euro/litro), Regno Unito (1,502 euro/litro) e Danimarca (1,499 euro litro), dove tuttavia il reddito medio è assai più alto.

Vi starete chiedendo perché. Beh, la risposta purtroppo è semplice: troppe tasse! Chi l’avrebbe detto? In Italia le cause di un prezzo così alto sono le accise e soprattutto l’IVA. Le prime gravano sul prezzo finale per 0,728 euro, più dell’intero prezzo industriale, mentre l’IVA al 22% per 0,293 euro.

Per chi non lo sapesse, ogni volta che fate il pieno alla vostra auto lo scontrino è lievitato da tasse “misteriose” che ci trasciniamo da oltre 70 anni e che lo Stato continua a farci pagare, come il finanziamento della guerra di Etiopia del 1935, la ricostruzione del post disastro del Vajont del 1963 o del terremoto dell’Irpinia del 1980.

A far lievitare i prezzi ci sono, però, anche i costi della distribuzione: da noi incidono per 0,142 euro su ogni litro di benzina e per 0,143 euro su ogni litro di diesel, molto più che in Germania (0,129 euro per la benzina e 0,127 per il diesel) e in Francia (0,109 euro per la benzina e 0,088 euro per il diesel).

Persino l’Austria, che dal punto di vista geografico non è certo favorita nell’approvvigionamento di idrocarburi, può vantare valori più bassi di quelli italiani: rispettivamente 0,117 euro per la benzina e 0,131 euro per il diesel.

Insomma, il prezzo del petrolio cala ma fare benzina è sempre e comunque un salasso.

Giusto per fare un esempio, in coincidenza del ponte dell’Immacolata si è registrata una vera e propria stangata da 30 milioni di euro solo per i rifornimenti di carburante.

Va bene che, di questi tempi, l’auto può essere considerata un “bene di lusso” ma perché dobbiamo essere costretti a spese folli per poterci concedere qualche giorno di vacanza?

A presto,

Carlo

Taranto soffoca!

Cari amici,

doveva iniziare oggi il maxi-processo “Ambiente Svenduto”, sul presunto disastro ambientale causato dall’Ilva di Taranto. Il più grande processo in tema ambientale, con 47 imputati e oltre mille parti civili, è, invece, tutto da rifare: un banale errore materiale fa tornare indietro l’intero procedimento all’udienza preliminare. Poco prima del rinvio a giudizio, i magistrati della Procura si sono accorti che nel verbale dell’udienza preliminare, il 23 luglio scorso, non era stato indicato il nome del difensore d’ufficio per 10 imputati i cui legali erano assenti quel giorno. Sembra assurdo, ma è così!

Una svista che costerà però diversi mesi ai tempi del processo, nel contesto di un sistema giudiziario che di certo non brilla per celerità. Una sciocchezza che per il Codice di Procedura penale è una insanabile compromissione del diritto di difesa, un motivo di nullità tale da far crollare un intero processo. Si torna, dunque, all’udienza del gup che ha preceduto quella culminata nel rinvio a giudizio di 44 persone fisiche (tra vertici Ilva, politici, imprenditori e funzionari ministeriali e regionali) e tre società, con accuse che vanno dall’avvelenamento delle acque all’associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, dalla concussione all’omissione di cautele sui luoghi di lavoro, omissione che avrebbe causato, tra le altre cose, ben due morti bianche. La palla passa ora al gup che dovrà, così, fissare una nuova udienza preliminare.

E nell’attesa dei tempi della giustizia Taranto letteralmente soffoca!

La Asl di Taranto ha inviato al sindaco Ippazio Stefano una relazione, sulla base delle rilevazioni Arpa, in cui si legge che: “la popolazione della città di Taranto, e in particolare quella parte che risiede nei quartieri limitrofi alla zona industriale, rappresenta un gruppo ad alto rischio per lo sviluppo di patologie correlate all’inalazione di polveri sottili, perciò necessita di maggior tutela rispetto alla popolazione generale”.

Sebbene negli ultimi anni – almeno così dicono – si sia registrata una riduzione della concentrazione di polveri sottili e benzo(a)pirene, attribuiti all’attività dell’ Ilva, per decenni i cittadini hanno respirato elevate concentrazioni di inquinanti ambientali, che non possono non aver avuto un ruolo in termini di salute pubblica, e i cui effetti potrebbero manifestarsi negli anni a venire! Inoltre, dice la Asl, le emissioni sono “sotto controllo” ma se il vento tira da nord ovest, ovvero dove si trovano le ciminiere dell’Ilva, a Taranto scatta l’allarme per la salute di soggetti già a rischio, come cardiopatici, asmatici, anziani e bambini.

Insomma, la situazione è tragica. Le emissioni saranno anche diminuite, ma da due settimane Taranto è sotto-vento e proprio venerdì è scattata l’allerta 3:

ovvero – per stare alle parole contenute nella relazione ufficiale della Asl – quella per cui è consigliato a «tutta la popolazione di programmare eventuali attività sportive all´aperto nelle ore in cui i livelli di inquinamento sonoinferiori,ovvero fra le ore 12 e le 18». Fascia oraria – questa delle 6 ore – in cui si possono aprire le finestre.

Ma che vita è questa?

A presto,

Carlo

Atac: un eterno disastro

Cari amici,

di cosa parliamo oggi? Di un argomento “caro” – in tutti i sensi – ai romani: la questione Atac. Avrete sicuramente letto che, dopo l’esposto presentato dall’ex Assessore ai Trasporti della giunta Marino, Stefano Esposito, la Procura di Roma ha deciso di fare luce sulle modalità di gestione e assegnazione degli appalti in Atac. I pm hanno così aperto un fascicolo, al momento senza ipotesi di reato e senza indagati, focalizzando le indagini sugli ultimi cinque anni perché, secondo quanto riportato dall’Autorità Nazionale Anticorruzione, il 90 per cento degli appalti dell’azienda del trasporto pubblico capitolino sono stati assegnati senza bando, seguendo una procedura negoziata, cioè con una modalità che deve essere applicata in casi di emergenza. Quella che doveva essere quindi una procedura adottata in extremis era, in realtà, la norma. E sempre secondo l’Anac il giochetto degli appalti assegnati agli amici degli amici ha toccato, solo nel periodo 2011-2015, la cifra record di un miliardo di euro!

Chi se lo sarebbe mai aspettato? Sarebbe forse la prima volta che a Roma si sente parlare di appalti truccati, no?

Ma il lavoro dei pm non si ferma qui: sotto la lente di ingrandimento di Piazzale Clodio sono finite anche tutte le criticità della mobilità Capitolina. Chi vive a Roma lo sa, prendere i mezzi pubblici è diventata – specie negli ultimi mesi – una vera e propria mission impossible.

Tralasciando i continui scioperi, che si susseguono con cadenza quasi settimanale, le metro e la ormai famosa ferrovia “Roma-Lido”, che collega la Capitale con Ostia, letteralmente non funzionano: i mezzi in circolazione sono pochi – anche se, a quanto pare, ci sarebbero cinque nuovi treni fiammanti, pronti a partire dal febbraio scorso, ma inspiegabilmente inutilizzati – e quando circolano fanno ritardo, sono guasti oppure sono stracolmi di persone. Per chi non vuole o non può spostarsi in auto, ricorrere ai mezzi pubblici è una garanzia: garanzia di fare ritardo ovunque si voglia andare o di spendere non pochi soldi per farsi venire un bell’esaurimento nervoso in quei 10 minuti – per essere ottimisti – di attesa in cui si cerca di prendere il treno meno pieno che c’è.

Insomma, i danni ai passeggeri sono davvero inenarrabili. Sembra quasi che chi prende la metro o il treno debba essere umiliato per la scelta fatta!

Ma i romani sono talmente tanto abituati a tutto questo che non si meravigliano più di niente.

A meravigliarsi, però, potrebbero essere tutti i turisti attesi per il Giubileo che provengono sicuramente da paesi in cui il trasporto pubblico funziona davvero! Così come stanno le cose, Roma farà davvero una pessima – l’ennesima – figura!

La mia speranza è che le indagini della magistratura vadano a buon fine, svelando l’insoluto mistero di questi continui disagi e disservizi!

A presto,

Carlo

A. A. A. Amico del consumatore cercasi!

Cari amici,

si sta avvicinando il consueto appuntamento con il premio “amico del consumatore”, riconoscimento che il Codacons assegna a soggetti della società civile, del mondo dello spettacolo, del giornalismo, dell’imprenditoria, che si sono distinti per l’attenzione mostrata nei confronti dei consumatori o dell’ambiente, o per comportamenti eticamente meritevoli.

Quest’anno, però, abbiamo voluto lanciare una particolare iniziativa: sul sito del Codacons è stato indetto un bando di concorso riservato alla Pubblica Amministrazione. Quello che cerchiamo è presto detto: un ente pubblico, in toto o in parte, centrale o periferico, i cui dirigenti, impiegati o quadri non siano stati indagati negli ultimi 10 anni per reati commessi contro lo Stato. Reati come la corruzione, ad esempio, o il peculato.

Sarà un’impresa facile, non credete?

Tutti dicono che in Italia il malaffare è duro a morire e che la corruzione fa rima con pubblica amministrazione. Ma noi del Codacons non vogliamo fare di tutta l’erba un fascio: siamo sicuri che a questo bando – a cui non ha ancora aderito nessuno – qualche ente del tutto pulito ed estraneo a inchieste penali salterà fuori, prima o poi. E noi non vediamo l’ora di premiarlo!

A presto,

Carlo