CONCORSI TRUCCATI, IL SEGRETO DI PULCINELLA

aula università

Con che criterio sei stato escluso dal concorso? Col vile criterio del commercio dei posti”. Parole chiare, nette, inequivocabili. Ecco come è cominciato lo scandalo dei concorsi truccati.

LA REGISTRAZIONE

A parlare è l’ex docente di diritto tributario, Pasquale Russo. Stavolta però non si parla di diritto tributario – materia di competenza del Prof. Russo – ma dei meccanismi su come si diventa professore universitario. Niente di nuovo per molti frequentatori dell’ambiente: ma evidentemente notizia del tutto inattesa per quella parte d’Italia che finge di non sapere come funzionano le cose.

A registrare (di nascosto) la conversazione è un ricercatore, Philip Laroma Jezzi: a lui, oggetto dei ringraziamenti di tanti cittadini italiani (tanto che è nato un hashtag dedicato, #jesuisphilip!), dobbiamo l’esplosione di un caso nazionale.

LE ACCUSE

Apriti cielo. La registrazione, e l’indagine che ne è scaturita, hanno portato all’esecuzione di 29 misure cautelari a carico di altrettanti docenti universitari di diritto tributario su tutto il territorio nazionale: 7 sono finiti agli arresti domiciliari, 22 interdetti dall’attività per 12 mesi, quindi non possono insegnare. Per altri 7 docenti il gip Angelo Antonio Pezzuti valuta altre misure cautelari. Gli indagati sono complessivamente 59. L’accusa per tutti è corruzione.

LE REAZIONI

Il gip Antonio Pezzuti riassume la questione parlando di “totale spregio per il rispetto del diritto (messo in atto) proprio da professori che sarebbero deputati a insegnare il valore di esso”. Accuse gravissime, che dovrebbero portare a un vero e proprio giro di vite sul mondo universitario.

Eh già, perché nelle nostre aule (purtroppo) casi simili non sono affatto rari. Due esempi, basati sulla mia esperienza diretta: il primo riguarda una ricercatrice universitaria di agraria assistita dal Codacons la quale, nel lontano 1990, sostenne un concorso a La Sapienza per professore associato e venne ingiustamente bocciata. Ne scaturì un ricorso vinto sia al Tar sia al Consiglio di Stato, dove i giudici riconobbero le gravi scorrettezze commesse dalla commissione esaminatrice, e un procedimento penale da cui emersero intercettazioni dal contenuto incredibilmente simile a quello portato alla luce dalla recente inchiesta di Firenze.

Secondo esempio. Ecco cosa diceva un professore ai propri colleghi per indirizzare il concorso in favore di alcuni candidati:

“Prima di iniziare a leggere questa mia vi suggerisco di staccare il telefono e di chiudere a chiave la porta del vostro studio. si tratta del concorso di associato che va affrontato con il massimo impegno per evitare spiacevoli sorprese”;“ritengo che la migliore strategia per indebolire il ‘gruppo avversario’ sia quella di chiedere ai colleghi degli strati B, C e D anche una o più preferenze. Tutte le promesse vanno poi verificate puntualmente e continuamente con incroci non ‘sospetti’”. Dato che se tutto va bene sarò io a condurre il concorso, preferisco C. a G.”

Eppure, nelle reazioni della politica la parola d’ordine sembra essere una sola: “non generalizzare”.

NON GENERALIZZIAMO!

Per carità, non generalizziamo. Sappiamo tutti che ci sono migliaia di professori onesti, che svolgono egregiamente il loro lavoro e fanno onore alle Università in cui operano.

Questo refrain, però, ha sinceramente stancato. Ogni volta che succede qualcosa (e ne succedono, di cose), l’invito è sempre lo stesso: non generalizzare. Ma generalizzare non significa solo considerare alla stregua di potenziali criminali tutti i professori universitari d’Italia. Significa, magari, considerare i corsi e ricorsi nel tempo, e comprendere che magari il mondo universitario qualche problema ce l’ha.

IPOCRISIA, UNICA VIA

Basta leggere l’ipotesi accusatoria per capire che non ci troviamo davanti a un caso isolato.

Sistematici accordi corruttivi tra professori di diritto tributario finalizzati a rilasciare le abilitazioni all’insegnamento secondo logiche di spartizione territoriale e di reciproci scambi di favori, con valutazioni non basate su criteri meritocratici bensì orientate a soddisfare interessi personali, professionali o associativi”.

I “concorsi truccati” nelle Università italiane rappresentano il classico segreto di pulcinella. Lo sanno tutti, ma non lo dice nessuno. Ecco perché chi oggi, come il Ministro Fedeli, si scandalizza per i fatti di Firenze dimostra solo grande ipocrisia. Nepotismo, favoritismi e corruzione sono all’ordine del giorno negli atenei italiani, già in passato sono stati portati alla luce scandali analoghi e chi è stato danneggiato ha ottenuto giustizia.

Scoprire che il “vile criterio del commercio dei posti” rappresenta ancora la regola è già abbastanza triste. Almeno, cerchiamo di non nascondere la testa sotto la sabbia.

CR

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