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SI PUO’ ESSERE BRAVI E GENEROSI MA ANCHE DELINQUENTI?

criminale

Una curiosa storia vi voglio raccontare: quando mio figlio faceva calcio giovanile lo portavo al coni e lì incontravo il padre di un suo amico che portava a sua volta il figlio…e così facemmo amicizia. Lui un bravissimo medico legale e del lavoro della ASL romana attentissimo ai problemi della salute collettiva e delle sofferenze umane le più terribili. Da allora siamo sempre rimasti in contatto. E lui ha sempre offerto la sua competenza anche al CODACONS – e gratuitamente sempre- per aiutare le vittime di mala sanità, anche con veri e propri saggi scientifici quando gli capitava una persona colpita da protesi fasulle o malattie provocate da errori sanitari, e lo faceva senza guardare in faccia a nessuno. Ultimamente – come facevo spesso- gli avevo portato il caso di un bambino ammalato di una gravissima malattia rara che chiedeva di potere recarsi in USA dove si praticano cure di eccellenza che non si trovano in nessuna parte del mondo. A questo bambino la ASL aveva rifiutato di coprire le spese ingentissime di queste cure perché “forse il piccolo infelice si poteva curare anche in Italia” . Una insipienza assurda , ignoranza anche dei protocolli che in Italia non contemplavano affatto quei farmaci sperimentali usati in America. Lui come sempre , molto colpito e commosso, si è subito mobilitato e ha cercato di spiegare alla commissione competente le ragioni di una famiglia distrutta dalla sofferenza. Ma non è riuscito, e affranto dopo averci disperatamente provato ha mollato. Una persona ligia alle regole: quando tanti anni fa dopo un duplice intervento alla colonna invalidante gli chiesi il permesso di sosta per disabili mi mandò davanti a una commissione collegiale – nonostante la nostra amicizia- che valutò tutti i documenti della pratica con minuziosa attenzione e rigore. E anche di recente quando gli ho mandato un  giovane che per un momento di disequilibrio mentale doveva recuperare la patente di guida toltagli per la sua patologia, poi curata e guarita, con il solito rigore lo ha mandato a fare i test obbligatori  e tutte le visite mediche necessarie, mostrando anche a lui, saggiamente, che per la sicurezza del giovane stesso –  di ben maggior valore di una patente di guida- valeva solo e sempre il rigore e la correttezza insita nel rispetto delle regole.  Ora leggo sul giornale che  questa persona, generosa e altruista, sarebbe accusata di atti di corruzione nell’ambito delle sue funzioni pubbliche svolte presso la ASL . Ovviamente sono costernato e non ci credo, ma aspetto il sereno giudizio dei Magistrati. Intanto mi è sorto un interrogativo: ma è possibile che chi è così “per bene” nei rapporti con gli altri poi di nascosto violi la legge come niente fosse? Non ho trovato una risposta.     

VIVA LA COGNATA, ABBASSO IL DEGRADO IDROGEOLOGICO

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Se non fosse stato per mia cognata, cui è crollata in testa mezza montagna ad Albori in Costiera amalfitana, mai mi sarei accorto dello stato di distruzione idrogeologica di questo gioiello della natura e patrimonio dell’umanità.

Ho vissuto infatti 30 anni a Salerno ai tempi in cui scorrazzavamo in Vespa su quella identica strettissima stradina della costiera diretti a fare il bagno a Praiano o Erchie o alla discoteca dell’Africana, e mai ci era caduto un masso in testa. Almeno fino alla alluvione degli anni ’50, dopo la quale però sembrava tutto tornato nella norma.

Caduto questo masso enorme sulla casa di mia cognata ho cominciato a osservare da vicino il livello di distruzione dell’area che minaccia di venire giù come il burro facendo centinaia di vittime al primo terremoto o alla prima pioggia più lunga del solito. Ecco come sta messa oggi questa splendida costiera: in tale area il rischio frane varia dal 77% all’88%; secondo l’Ordine dei geologi si passa da un indice di pericolosità frane pari all’88% nel comune di Amalfi al 77% di Minori ed ancora dall’88% di Maiori all’82% di Atrani. A Ravello ed a Tramonti il rischio di pericolosità frane è dell’84%.

In questa situazione giorni fa ho deciso come Codacons, associazione ambientalista nazionale che da tempo si batte in tutto il paese contro il dissesto idrogeologico – arrivando addirittura in passato a presentare una class action per obbligare l’amministrazione a mettere in sicurezza le zone a rischio – di andare a fare visita al sindaco di Vietri sul Mare, porta della Costiera e competente per l’area almeno iniziale della costa.

Lui dopo aver convenuto con l’associazione sulla disastrata situazione, ha solo detto che nulla potrà modificarla, a causa della mancanza di fondi. Un sindaco bravo, attivo, furbo e intelligente – che il Codacons aveva denunciato anni prima per gli scarichi a mare, denuncia poi finita bene per lui ma non per il mare – davvero disponibile a fare tutto il possibile per modificare una situazione disastrosa esistente e peggio ancora incombente su uno dei gioielli più preziosi del Paese.

Ora Codacons e sindaco di Vietri, insieme, attiveremo tutti gli strumenti legali per costringere lo Stato a intervenire anche se dovesse rinunciare all’acquisto di un solo caccia F35, e la Regione a dedicare risorse – che ha in abbondanza – a questo angolo di paradiso.

Quel che non è accettabile è sentire dire da un volenteroso amministratore locale “non ci possiamo fare niente… mancano le risorse”. Ma voglio fare un appello a tutti i sindaci della Costiera amalfitana, e anche agli imprenditori turistici che lavorano i preziosi prodotti del territorio, ceramisti, pasticceri, barcaioli e semplici cittadini: uniamoci tutti e lottiamo insieme, il nostro paese e la vostra terra non meritano di finire distrutti in questo modo. E a lei dico: grazie cognata!

GIOCATTOLI PERICOLOSI

giocattolo

Il rischio di acquistare giocattoli pericolosi è sempre presente. Di qualsiasi festività si tratti, infatti, il rischio è davvero dietro l’angolo: e non è un modo di dire. C’è un potenziale campo minato su cui camminano i bambini: è rappresentano dal flusso (enorme: qualcuno ha calcolato che il fatturato di questo mercato sia pari a quello del traffico di droga!) di prodotti non conformi alle norme europee e non in regola in termini di sicurezza, privi di indicazione di provenienza e a volte tossici che (spesso) arrivano dalla Cina. Per proteggere la salute e la sicurezza dei più piccoli, ecco un decalogo utile quando si comprano giocattoli:

  1. Acquistate solo regali con i marchi di sicurezza IMQ e CE. Sia per prodotti elettrici (IMQ) che per gli altri regali è importante avere la massima garanzia della loro affidabilità. C’ è anche il marchio ‘Giocattoli Sicuri’ dell’Istituto Italiano Sicurezza Giocattoli. Ovviamente i marchi possono essere facilmente contraffatti. Per questo occorre prestare attenzione anche ai punti successivi.
  2. Non prendete doni troppo piccoli che possono essere ingoiati dai bambini. Attenti in particolare alle sorpresine contenute nei sacchetti di patatine o pop-corn, solitamente sono molto piccoli e facilmente ingeribili.
  3. Non comprate pupazzi con pezzi (braccia, gambe, testa) che possono essere facilmente staccati.
  4. I giocattoli non devono avere parti appuntite o taglienti. Tutto deve essere arrotondato.
  5. I materiali devono essere molto resistenti, altrimenti, sottoposti alle ‘torture’ dei bambini, possono improvvisamente rompersi e diventare pericolosi.
  6. I materiali non devono essere tossici o facilmente infiammabili. E’ uno dei punti meno facili da valutare per una persona inesperta. Attenti ad esempio alle bambole in plastica, spesso sono in PVC, una sostanza derivata dal cloro, con l’ aggiunta di ammorbidenti che rendono il giocattolo morbido e duttile. Si teme che queste sostanze siano cancerogene ed il rischio aumenterebbe se il prodotto fosse ingerito. Privilegiate materiali naturali come le bambole in stoffa. In caso di peluche scegliete fibre naturali, come mohair, cotone, che siano lavabili. Lavatelo anche se nuovo, prima che il bambino ci possa giocare ed asciugatelo all’aria aperta per evitare che si formino muffe.
  7. Controllate l’ indicazione dell’età per la quale il gioco è consigliato e rispettatela (molti genitori considerando il figlio più intelligente degli altri o credendo di velocizzarne lo sviluppo intellettivo giocano d’ anticipo, non considerando che l’ età è indicata anche per una questione di sicurezza).
  8. Controllate che la confezione sia integra.
  9. Acquistate i doni solo in negozi di fiducia, mai da venditori ambulanti e non autorizzati. Acquistate solo giochi di ditte specializzate e note nella vendita di giocattoli per bambini. Non mettete in pericolo la sicurezza dei vostri bambini per risparmiare qualche soldo, piuttosto fate un regalo in meno.
  10. Non assecondate sempre le richieste dei vostri figli, indotte spesso dalle pubblicità pressanti. Pensate innanzitutto al fatto che l’ acquisto deve essere adatto e sicuro per vostro figlio.

#ORANOITALICUM

referendum

Era inevitabile che andasse così. E non è servita neanche chissà quale attenta analisi sociologica per scoprire perché. Ce lo ha spiegato direttamente l’Istat, solo qualche ora dopo il voto che ha sancito il NO al referendum costituzionale che avrebbe dovuto approvare la Renzi-Boschi. Oltre una persona su quattro a rischio povertà o esclusione, percentuale da incubo che raddoppia al Sud: è questo il macigno che affossa un esecutivo che comunque ha commesso molti errori di suo, anche nella gestione di questa prova elettorale.

Il referendum, per fortuna, è andato. Noi, d’altra parte, avevamo scelto la trasparenza: invece di nascondere la posizione del Codacons abbiamo deciso di presentarla pubblicamente. In assenza di una riforma elettorale capace di garantire le minoranze, ci siamo schierati per il NO: anche se, ovviamente, non lo abbiamo fatto per una posizione politica o antigovernativa.

Ci siamo limitati ad analizzare i fatti e le novità apportate dalle modifiche alla Costituzione, e alcuni aspetti ci sono apparsi decisamente critici, in presenza dell’attuale legge elettorale: la possibilità (per il Presidente del Consiglio e il suo partito) di nominare i componenti degli organi di garanzia, quelli che devono tutelare anche le minoranze, ci sono sembrati un rischio troppo grave. In particolare le nomine di organi quali Presidente della Repubblica, ma anche autorità indipendenti come Agcom, Antitrust, Consob e Autorità per l’energia elettrica ed il gas, non possono essere espressione esclusiva del partito che vince le elezioni. Questo fatto, di sicuro, non può non avere ripercussioni sui compiti propri di tali organismi, che come noto devono garantire imparzialità ai cittadini e totale indipendenza dai partiti.
Solo una modifica della legge elettorale prima del voto del 4 dicembre ci avrebbe convinto a votare “SI” al referendum. Ma, come è noto, questo non è accaduto.

Adesso, quindi, si entra in una nuova fase. Come previsto, anche Beppe Grillo (che fino a ieri faceva fuoco e fiamme) sembra attratto dalla deriva autoritaria insita nell’Italicum e spinge per andare subito al voto. Io ritengo invece che la legge elettorale debba essere urgentemente modificata attraverso l’abolizione (o la sostanziale riduzione) del premio di maggioranza, che configura una lesione dei diritti dei cittadini e non gli garantisce una corretta rappresentanza.

Per questo motivo il Codacons interverrà nel giudizio dinanzi la Consulta chiedendo alla Corte di dare indicazioni perché la futura norma sia approvata con legge costituzionale, così che non possa essere modificata da una maggioranza politica di governo. Forse, in questo modo, eviteremo di ritrovarci fra un paio d’anni a dire di nuovo la stessa cosa: non sarà il caso di cambiare la legge elettorale?

CR

PERDITE PUBBLICHE, PROFITTI PRIVATI

banche italiane

Cari Amici,

ormai è chiaro: le banche italiane sono sull’orlo del precipizio. Non è solo il fatto che ABI e Padoan si affannano ogni giorno a dire il contrario, che rafforza questa certezza: chiunque abbia occhi per vedere lo ha capito da un bel pezzo. Mentre, infatti, banchieri e tecnocrati spargono rassicurazioni cui non crede più nessuno, i risparmiatori non si fanno prendere (un’altra volta) in giro. Non dimenticano che abbiamo la banca più disastrata d’Europa, che al primo stress test praticamente fallisce. E che i nostri (si fa per dire) istituti continuano a essere imbottiti di sofferenze (prestiti concessi in passato,  e che difficilmente torneranno indietro): 360 miliardi di euro in totale, come ha ammesso anche Bankitalia.

Negli anni scorsi, quindi, alcune (molte) banche hanno concesso finanziamenti a pioggia. Per gran parte si ritrovano in mano crediti praticamente inesigibili, ossia che non valgono niente: un po’ perchè la crisi ha messo in difficoltà molte aziende, specie al Sud, un po’ (soprattutto) perchè non sono mancati prestiti, regalucci e regalie ad amici e furbetti di ogni tipo. Ecco perchè hanno cominciato a soffrire, di fronte a ogni accidente del mercato, più delle loro concorrenti europee: se in pancia ti ritrovi una montagna di titoli che valgono zero (o giù di lì), basta una voce, un sospetto, un timore e la frittata è fatta. Tanto che, solo qualche settimana fa, è bastata la paura di una recessione cinese per gettare tutti nel panico.

Tutto questo, incredibilmente, è avvenuto nel sonno profondo delle autorità di vigilanza. Il che, purtroppo, non è una novità – ed è facile citare il caso delle 4 banche: bond subordinati si sono trasformati all’improvviso in carta straccia, mettendo sul lastrico migliaia di clienti, ma nessuno si era accorto del pericolo (anche quelli pagati per farlo). Basta leggere il prospetto di uno dei titoli di Banca Marche, Etruria, CariChieti e CariFe, per capire che Consob e Bankitalia non hanno vigilato un bel niente: i clienti avrebbero dovuto capire da soli, sfogliando documenti informativi scritti in illegibile burocratese, il rischio di titoli che Jonathan Hill (commissario europeo ai servizi finanziari) ha definito “inadatti ai risparmiatori”?

Adesso, comunque, la situazione è “delicata”. E come sempre, i soliti noti (Banca d’Italia, l’associazione delle banche, Confindustria e persino il Fondo Monetario Internazionale) chiedono l’investimento pubblico. I soldi nostri, insomma, dovrebbero ancora una volta salvare questi “capitani coraggiosi” (che coraggiosi non sono). Come a dire, i guadagni sono privati, ma le perdite sono di tutti: privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite. La conferma, qualche mese fa, in un surreale e imbarazzante pubblicazione del Centro Studi di Confindustria, che cerca di convincerci che per aiutare le banche abbiamo speso.. Troppo poco! Noi cittadini avremmo dovuto fare di più, per i nostri amati banchieri. E invece, li abbiamo abbandonati!

Io, a questi giochini, non ci sto. Già qualche mese fa dicevo che dovevano essere manager incapaci (o disonesti) e autorità di vigilanza (se dormienti, come in questi casi) a rispondere dell’accaduto, e non certo i contribuenti, che passano gli anni ma devono sempre “contribuire” per colpe d’altri. E ancora, dico ‘NO’ a chi – solo quando gli interessa – chiede uno Stato-badante: sono nettamente contrario a ulteriori aiuti pubblici a Monte Paschi di Siena. E sono contrario, senza se e senza ma, alla possibilità che gli aiuti arrivino dalle Casse di Previdenza dei professionisti. Le casse previdenziali devono mettere la parola fine all’intervento nel fondo Atlante 2 e dire un definitivo “no” al Governo, salvando così i risparmi di centinaia di migliaia di persone.

Altrimenti, di questo passo, saranno sempre i cittadini a pagare.

A presto,

CR

 

POVERTÀ, ANCORA LE BRICIOLE

povertà

Cari amici,

l’ultimo rapporto Istat (relativo al 2015) ci dice che una persona su tredici in Italia vive in povertà assoluta. Un milione e 582 nuclei familiari soffrono uno stato di miseria (il numero più alto dal 2005 a oggi) e il Governo che fa? Va avanti a “contentini”!
Oltre ai pantaloni a zampa di elefante quest’anno è tornato di moda il famoso bonus da 80 euro. A partire dal 2 settembre sarà disponibile per le famiglie più in difficoltà la carta di credito elettronica, altrimenti chiamata “sostegno di inclusione attiva”, giusto per dare una parvenza di serietà all’iniziativa.
In pratica la persona in difficoltà potrebbe ricevere un sostentamento di 80 euro – Renzi è affezionato a questa cifra, sarà forse un numero che gli avrà portato fortuna? – per un massimo di 400 euro a nucleo. Un beneficio – attenzione! attenzione! – da concedere ogni due mesi. Già, ogni mese pareva brutto!
Ma vediamo più nel dettaglio le condizioni per farne richiesta:  oltre ad avere un indice Isee inferiore a 3mila euro (cioè, praticamente, nullo), sotto il tetto familiare deve esserci almeno un minorenne, o un disabile, va bene anche una donna in stato di gravidanza! Dopo aver fatto richiesta – che ripeto, sarà possibile solo dal 2 settembre in poi – bisognerà attendere il verdetto. A seconda della situazione di ciascuno (reddito, carichi familiari), verrà assegnato un punteggio.
Se tutto va bene, si riceverà la Carta Sia, con la quale si possono effettuare acquisti in tutti i supermercati, negozi, alimentari, farmacie e parafarmacie abilitati al circuito Mastercard.
Il Ministero ci ha tenuto a sottolineare che se il budget di partenza per il 2016 è di 750 milioni di euro, l’anno prossimo potrebbe anche raddoppiare. Vorrei provare a rispondere al Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, che più che “una soluzione ponte”, citandolo testualmente, a me sembra un’operazione cuscinetto, e neanche per tutti!
Tale misura, infatti, ha già mostrato in passato tutti i suoi limiti. Il primo test sul funzionamento del Sia, partito nel 2013, ha riguardato undici grandi città italiane per un anno, coinvolgendo solo 6.500 famiglie e 27mila persone, cioè, il 5% dei cittadini degli aventi i requisiti per accedere al contributo. Non solo non è stata prevista alcuna campagna di comunicazione sull’iniziativa (il che non è il massimo, quando si vuole promuovere la presentazione delle domande da parte delle persone in difficoltà), ma Caritas e Alleanza contro la povertà hanno denunciato il “mezzo flop” dell’iniziativa: se si trasferiscono solo risorse (e neanche tante), infatti “non si aiuta a uscire in modo stabile dall’indigenza”.
A quanto pare, a una seria politica anti-povertà, preferiamo continuare a dare le briciole! Quando si tratta di sostenere la parte più svantaggiata della popolazione, le soluzioni si rivelano sempre necessarie ma mai sufficienti: è il caso anche della social card 2016, destinata ai disoccupati. Alcuni parametri sono gli stessi della Carta Sia (Isee inferiore a 3000 euro, cittadini della comunità europea o con regolare permesso di soggiorno), ma ecco ricomparire (ancora una volta) il fattore discriminante: la residenza. Si, perché non basta non avere lavoro, devi essere residente nei Comuni di Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino, Venezia o Verona, altrimenti sei tagliato fuori!
Capite bene che si tratta di una logica selettiva, dove a beneficiare dell’aiuto è una parte ristretta della popolazione, e non l’intera comunità.
Mi chiedo se il Governo possa destinare somme ben più considerevoli alle famiglie disagiate, magari sospendendo l’acquisto dei caccia F-35 (che vanno avanti, nonostante il Parlamento) o riducendo una volta per tutte gli sprechi della pubblica amministrazione.

So che a questa domanda non seguirà alcun dibattito: la risposta mi pare già fin troppo chiara.

A presto,
CR

BREXIT, ISTRUZIONI PER L’USO

brexit

Cari Amici,

è successo: i cittadini inglesi hanno votato “Leave”, e deciso di uscire dall’Unione Europea, nonostante le minacce di ritorsioni, guerre commerciali, conseguenze economiche devastanti ecc. ecc. (o forse proprio per questo). La Brexit è realtà; il che, come dicono molti, non sarebbe neanche un dramma: lo sanno tutti che il Regno Unito puntava più a rallentare o impedire l’integrazione europea, che a favorirla. Senza contare che è meglio rassegnarsi a perdere un Paese-membro piuttosto che “ostinarsi” a mantenerlo (controvoglia) nell’Unione a forza di concessioni, status speciali, privilegi.

Breve riassunto dei fatti, visti da qui: i media di casa nostra, dopo neanche cinque minuti dal voto, avevano già individuato i responsabili di questo affronto. La colpa è dei “vecchi”, che hanno votato “Leave”, preferendo “il passato al futuro, i ricordi ai sogni, l’illusione al buon senso”. I giovani, invece, fedeli ai più triti stereotipi della modernità (“cresciuti senza frontiere, progettando di studiare in un altro Paese, fidanzandovi durante l’Erasmus, scambiando messaggi con gli amici sulle occasioni per trovare lavoro o sui voli meno costosi per vedere un concerto”), hanno votato “Remain”: avrebbero preferito rimanere in Europa, ma devono subire la decisione (il sottinteso è chiaro: sbagliata) dei padri, o dei nonni.

Ma questo quadretto, che ci hanno raccontato, è vero? C’è stato un conflitto generazionale dietro i risultati del Brexit? Ovviamente no: si tratta di un racconto totalmente fasullo. Per capirlo basta leggere (per bene) i dati: a quanto pare, solo il 36% dei giovani è andata alle urne. Altro che euro-ottimisti! Per carità, hanno votato – in gran parte – pro-UE: ma se almeno due ragazzi su tre hanno preferito starsene a casa, come si fa a parlare di “mobilitazione giovanile”, di “giovani che vogliono l’Europa”? Mi sembra, piuttosto, che quel voto di protesta che adulti e anziani hanno consegnato al fronte del “Leave”, i giovani lo abbiano espresso disertando le urne!

Io credo che la frattura giovani vs. “vecchi” sia un comodo alibi, dietro al quale nascondere le gravi mancanze dell’Unione Europea: un’Unione solo di nome, ma più un’area di libero scambio, sempre più severa e minacciosa con i Paesi in difficoltà, e sempre più lontana da una qualsiasi idea di solidarietà, di progetto collettivo, di progresso sociale. Non basta scegliere un inno (non sapete qual è? Appunto!) e una bandiera per creare un popolo, come hanno cercato di fare (a tavolino) i burocrati di Bruxelles. Proprio per questo, scegliere di oscurare i gravi problemi dell’UE, dirottando l’attenzione sullo scontro generazionale o (peggio ancora!) dicendo che gli inglesi hanno “sbagliato”, significa tacere sul fallimento delle politiche UE negli ultimi anni. Dietro alla Brexit, un principio è evidente: la gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolvono con tagli lineari ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, come ci hanno fatto credere. E i cittadini inglesi hanno scelto di denunciarlo.

Adesso, quindi, i nodi arrivano al pettine, e non ci sono scappatoie; bisogna rimediare, e alla svelta, sostenere le categorie più deboli – che stanno pagando la crisi, a volte, letteralmente a costo della vita – e ridurre le paurose sproporzioni, in termini di ricchezza, all’interno dei Paesi membri. Molti cittadini europei si stanno impoverendo, se non si sono già impoveriti. Bisogna agire: adesso, o mai più.

Per questo, io credo, è davvero patetica (e senza senso) l’idea di organizzare un secondo referendum. E’ come quando i bambini dicono: la partita finisce quando faccio gol. Ma la democrazia è una cosa seria: cerchiamo di non dire assurdità. Anche perchè, se anche stavolta si deciderà di non decidere, per l’Unione Europea i giochi sono già fatti.

A presto,

CR

 

IL NUOVO SINDACO DEVE RISPETTARE ROMA

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Cari Amici,

ci mancava lo sciopero Ama che si somma allo sciopero dei trasporti previsto per il 31 maggio. Non c’è che dire: la settimana delle elezioni a Roma è cominciata alla grande. Non ci facciamo mancare nulla: i consueti cassonetti strapieni con conseguente rischio igienico-sanitario, le tipiche strade trasformate in discariche a cielo aperto, il solito scenario indecoroso che non sapremmo spiegare ai turisti in visita neanche impegnandoci. E domani, in programma abbiamo: una pittoresca dimostrazione di caos collettivo, la folkloristica corsa al mezzo pubblico poco meno che strapieno, la tradizionale fioritura di leggende su durata, scopi e ragioni dello sciopero.

Roma arriva al voto e sembra volerci ricordare perchè si vota: con i dossier su Atac in Procura, con i pendolari della Roma-Lido (o della Roma-Viterbo) costretti a patire la doverosa tortura delle promesse elettorali (che comprende, a seconda dell’occasione: 1. misteriosi acquirenti nordeuropei, o a volte mediorientali; 2. ingenti improvvisi e inaspettati stanziamenti economici per la messa a nuovo della tratta; 3. completi interessamenti istituzionali con dovizia di cure per la situazione dei viaggiatori), poi rigorosamente disattese, con i ciclisti costretti a inventarsi i parcheggi e i turisti che pagano triplo il cappuccino perchè tanto “lo fanno tutti”.

Chi vincerà avrà molto da fare, su questo non c’è dubbio: Roma ha tantissimi problemi, che si trascinano da una vita. Ma dovrà partire dal rispetto nei confronti dei romani: il rispetto che gli hanno negato, invece, gran parte delle emittenti televisive e dei giornali, che hanno decretato i vincitori già mesi fa, scavalcando i cittadini come se niente fosse.

Io, i romani, li ho criticati, anche aspramente. Un vero cambiamento deve avvenire dentro di loro, o altrimenti nulla cambierà; e chi dice il contrario, mente. Ma nessuno, e dico nessuno, può permettersi di ignorarli, come è stato fatto nel corso di questa campagna elettorale. Sorbirsi file interminabili, disservizi continui, alluvioni stagionali, traffico perpetuo, garantisce al popolo di Roma il diritto di essere ascoltato.

Da qui bisognerà ripartire. Dalla voglia di partecipare dei cittadini che si respira, e che avverte chiunque viva qui. Sempre che non si allontani per nascondere che circola in Ferrari, certo.

A presto,

CR

POSTE ITALIANE O POSTE PRIVATE?

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Cari Amici,

non sono mai contento di dire “l’avevamo detto”, specialmente quando azzecchiamo le previsioni su qualcosa che si ritorce contro i cittadini. Eppure è proprio così: l’avevamo detto. Checchè ne dica l’a.d. di Poste italiane Francesco Caio, che per rimettere in sesto i conti in vista della privatizzazione del gruppo ha pensato bene di chiudere 455 sportelli (anche se lui la chiama “razionalizzazione”), aumentare le tariffe e ridurre la frequenza dei recapiti sul 25% del territorio nazionale (anche se, in questo modo, 15 milioni di italiani riceverebbero la posta come un paio di secoli fa, a giorni alterni!), il peggioramento del servizio ai danni dei cittadini era scritto.

E infatti, puntualmente, si è concretizzato. Tanto che anche l’Agcom ha dovuto mettere un freno alle bislacche fantasie di Caio sull’adeguamento dei prezzi delle raccomandate: eccessivi, hanno decretato i consiglieri dell’Autorità, gli aumenti di 1 euro a lettera per l’ordinaria e 3 euro per la prioritaria. Per il resto, però, via libera: con la sola eccezione del consigliere Antonio Preto, che ha saggiamente ricordato come “la direttiva europea sui servizi postali prevede l’obbligo di recapito per un minimo di cinque giorni a settimana nell’ambito del servizio universale e ciò anche nelle zone remote e scarsamente popolate. La direttiva stabilisce che la riduzione di frequenza può essere autorizzata dall’Autorità di regolazione solo in circostanze o per condizioni geografiche eccezionali”.

Adesso, però, anche l’Europa si è accorta di quello che sta succedendo: secondo la Commissione Ue, infatti, la decisione di recapitare a giorni alterni la posta senza giustificate ragioni lede il diritto a un servizio universale da parte dei cittadini interessati: un assurdo, visto che Poste riceve ancora 262,4 milioni di euro l’anno dalle casse statali per coprire proprio il “servizio universale”.

Per ora, però, non resta che affidarci ai giudici. Come quelli del Tar Toscana, che ha bocciato il piano di Poste: il Tribunale ha infatti dato ragione al (piccolo) Comune di Cinigiano, in provincia di Grosseto, che aveva impugnato la chiusura dell’ufficio postale di Monticello dell’Amiata, frazione con circa 400 abitanti. Il motivo? Poste si era impegnata a intavolare una serie di incontri conoscitivi con i rappresentanti delle amministrazioni. L’ha detto ma non l’ha fatto: “una promessa da marinaio”, come ha spiegato il presidente del Tribunale toscano.

E mentre aspettiamo di vedere come va a finire, io non posso tacere. Si sta distruggendo, piano piano, uno dei servizi fondamentali di un Paese civile. Si sta trasformando la corrispondenza in un servizio a pagamento, abbandonando – di fatto – tutti quei piccoli paesi che non “rendono” quanto dovrebbero. Per noi, come anche per l’Associazione Nazionale Comuni Italiani, l’idea di condannare una parte dei cittadini a un servizio di serie B è però inaccettabile. Addirittura, rappresenta un controsenso per un’infrastruttura che si definisce pubblica la scelta di privilegiare i servizi assicurativi e finanziari a scapito delle mansioni di pubblica utilità, come il recapito postale. Lo slogan accattivante di Poste Italiane “Il cambiamento siamo noi” rischia allora di suonare come una beffa alle orecchie dei cittadini, se l’azienda è interessata più al business che alla sua – storica, e consolidata – funzione pubblica.

A presto,

CR

Hanno fatto a pezzi la sanità pubblica

Cari amici,

è ufficiale: hanno fatto a pezzi la sanità pubblica. Gli ultimi dati Istat ci avevano già avvertito della diminuzione della speranza di vita: una notizia assurda, medievale, che mai avremmo sperato di voler sentire, perchè ne pagano le spese – come sempre – in primis le classi sociali più deboli. Ma non basta, perchè l’ultimo Rapporto Osserva Salute 2015 – la più grande raccolta sullo stato di salute degli italiani e sulla qualità dell’assistenza nelle nostre Regioni – non ci dà notizie migliori. L’Italia si piazza agli ultimi posti in Europa per spese alla prevenzione: un misero 4,1 per cento della spesa sanitaria totale! Anche i Lea, i livelli essenziali di assistenza non sono garantiti ovunque. Prestazioni come gli screening oncologici, ad esempio, o non partono, o funzionano a macchia di leopardo, soprattutto per le donne!

Come ha affermato Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni italiane: “Siamo la Cenerentola del mondo!”. E viene davvero da preoccuparsi, pensando quanto poco tempo sia bastato per demolire quello che una volta era un sistema sanitario ai vertici nel mondo..

L’aspetto più inquietante del rapporto resta la disparità territoriale, a svantaggio sopratutto del Sud, che oltre ad avere i finanziamenti pro capite più bassi per la spesa sanitaria, risulta tra i peggiori in termini di mortalità e di speranza di vita.

Non si registrano grandi cambiamenti per quanto riguarda la spesa sanitaria pubblica pro capite (nel 2014 l’Italia ha speso 1817 euro a testa, in linea con l’anno prima), ma si tratta sempre di un livello molto basso se rapportato agli altri Paesi.

Anni di tagli, di rastrellamenti di risorse, di attenzione alle sole ragioni del bilancio e la frittata è fatta. Ne pagheranno le spese, purtroppo, i cittadini. Costretti a rivolgersi al privato, o ad assurde attese per analisi e terapie che – solo qualche tempo fa – gli sarebbero stati riconosciuti senza batter d’occhio.

Ci hanno “scippato” una delle certezze più grandi che avevamo. Chissà quanto tempo ci vorrà, per mettere le cose a posto.

A presto,

CR