Category Archives: Economia e Finanza

IL FANALINO DI CODA D’EUROPA

bandierine

Udite, udite. L’economia italiana nel 2016 è cresciuta dello 0,9%. Ormai è ufficiale.

Bene, bravi, bis. Media e governo, a reti unificate, esultano. “L’Italia si rimette in moto”, è il “dato migliore dal 2010”: Gentiloni, è giusto riconoscerlo, mantiene qualche cautela (parlando infatti di “fase di crescita ma limitata”), ma in generale gli osservatori hanno reagito gridando vittoria.

E però. Chiunque abbia occhi per vedere non può che aggiungere qualcosa, a questo quadro idilliaco. Nessuno vuole fare il guastafeste, per carità, ma le cose vanno dette per come sono.

E allora diciamole: buona parte dell’entusiasmo deriva dal fatto che, solo lo scorso ottobre, l’esecutivo (all’epoca renziano: sic transit gloria mundi!) aveva stimato nel Def una crescita dello 0,8%. In un paio di mesi si sarebbe perciò verificato un (minuscolo) balzo in avanzi, di quelli che – in questo periodo di vacche magre – danno fiato alle trombe della propaganda. Ma questo piccolo miglioramento non basta a cancellare le tante ombre che si addensano intorno ai dati del nostro PIL, se appena mettiamo il naso fuori dai confini nazionali.

Basta dare un occhio ai nostri vicini per raffreddare gli entusiasmi: mentre il PIL della Germania decolla e raggiunge il top degli ultimi 5 anni (+1,9%), quello della Spagna (che sembrava la vittima designata della crisi) supera il 3%, e addirittura l’Irlanda fa segnare il +4,3%, portando il PIL europeo a una crescita media dell’1,9%, l’Italia raccoglie un risultato piuttosto misero: la nostra performance – che qualcuno ha trovato il coraggio di strombazzare – ci porta al penultimo posto in Europa. Appena prima della Grecia, il che (con tutto l’affetto e il rispetto per gli amici ellenici, ci mancherebbe) è tutto dire.

Non solo: con tutta probabilità, nel 2017 nessun altro tra i 28 partner UE vedrà il prodotto salire meno dell’1%. C’è l’ipotesi, seria, che l’Italia finisca in fondo alla classifica della crescita: un fatto per cui non servono altre parole.

La questione, in fondo è tutta qui. Per me è ovvio, ma è meglio ripeterlo: la crescita del Paese è del tutto insoddisfacente, ed è evidente che l’economia italiana non riparte. Il Governo ha sballato le sue previsioni iniziali (che vedevano un Pil nel 2016 in crescita del +1,2% ) e gli ultimi indicatori economici (fiducia dei consumatori in calo/vendite in stallo) dimostrano il fallimento delle politiche avviate dal Governo.

L’Italia è ormai il fanalino di coda d’Europa. Ma a qualcuno va bene così.

CR

ILLUSIONI STATISTICHE

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Cari Amici,

ai numeri – si sa – ci si può attaccare come gli ubriachi ai pali. Ma ai numeri che riguardano la nostra economia bisognerebbe restituire un minimo di obiettività. Ognuno li piega a seconda della sua battaglia politica, senza alcun riguardo per i cittadini; e questo non va bene.

Ormai ogni bollettino Istat viene accolto con entusiasmo a destra e a manca. Governo, sindacati, partiti e partitini, chiunque passi il convento annuncia a reti unificate di aver azzeccato le previsioni, di essere soddisfatto della rilevazione, e così via.

Il risultato finale è che nessuno capisce più, esattamente, come stanno le cose. I cittadini comuni, di sicuro – imprigionati in una gabbia di illusioni statistiche – fanno molta più fatica a trovare fonti d’informazione attendibili. Mentre gli addetti ai lavori arrivano a dibattere su uno 0,1 (zerovirgolauno) per cento in più di crescita, aumenta l’impressione di un teatrino inutile, autoreferenziale, ormai del tutto scollegato dalle esigenze di ogni giorno.

Peccato che siano gli stessi che sostengono di aver capito in pieno i motivi dell’elezione di Trump (dopo l’elezione, visto che prima nessuno aveva capito niente): altrimenti, si potrebbe ricordare al gruppo dirigente di questo Paese che è proprio così, a furia di parlare di temi lontani dalla percezione comune delle persone, che si perde il contatto con la realtà.

L’ultima tappa di questa lunga storia riguarda Matteo Renzi.

Il premier afferma che i consumi delle famiglie sono saliti del 3% grazie al bonus da 80 euro, ma questo dato non risulta né a noi del Codacons, né all’Istat. In pratica, non risulta a nessuno: lo dice lui, e tanto basta.

Per tutti gli altri, invece, questi numeri sono incomprensibili. Nel 2015 l’incremento dei consumi registrato dall’Istat è stato infatti appena del +0,4%; un timido segnale di ripresa che tuttavia non ha trovato conferma nel 2016. Ad esempio l’ultimo dato dell’istituto di statistica relativo alle vendite al dettaglio registra un calo del -0,2% su base annua, mentre nell’ultima nota mensile sull’andamento dell’economia sempre l’Istat parla di consumi in calo nel corso del 2016.

Da dove “sbuca” questo 3%? Chi lo sa. La verità, però, resta. E la verità è che gli 80 euro in busta paga non solo non hanno prodotto la crescita dei consumi del 3% citata da Renzi, ma hanno avuto effetti addirittura deludenti e ben al di sotto delle aspettative.

E allora? “Se i dati e la teoria non concordano, cambia i dati”, diceva Einstein. In tanti, oggi, gli danno ragione.

A presto,

CR

OTTIMISTI A GIORNI ALTERNI

finanza

Cari Amici,

è bastato un solo dato economico positivo – la crescita della produzione industriale del 4,1% – per scatenare il solito torrente di reazioni entusiastiche, di inni alla gioia e di incredibili polemiche contro i soliti “gufi” che (a quanto pare) proverebbero un piacere sadico quando l’economia va male, e per questo diffonderebbero solo previsioni catastrofiche.

“Gufo” o no, io al mito della “ripresa” non ci credo. In questi anni, governi di tutti i tipi hanno annunciato a TG unificati l’immancabile boom dell’economia. Cifre sparate (più o meno a casaccio), scenari azzardati o peggio del tutto aleatori, fantasiose ricostruzioni di cicli economici avversi o di malvagi complotti internazionali hanno distratto l’attenzione da un’evidenza indiscutibile: l’economia è ferma, ormai da tempo immemore, e nulla cambia se il PIL sale di uno “zero-virgola”. Il Paese può riprendere il suo cammino, certo, ma di sicuro non lo farà se le politiche impiegate rimangono le stesse che in questi anni ci hanno portato alla catastrofe.

Per questo mantengo i miei dubbi. Esce un dato, positivo sì, ma dopo mesi in cui la produzione industriale ha segnato cali costanti rispetto al 2015. Trattandosi del mese di agosto, caratterizzato secondo lo stesso Istat da “livelli di produzione sono molto bassi”, ha il valore che ha, e impone di aspettare l’andamento dei prossimi mesi. Per carità, speriamo continui (per tutti), ma nel frattempo mi sembra il caso di tenere i piedi per terra visto che le famiglie stanno stringendo la cinghia, i consumi sono quasi a zero, di lavoro neanche a parlarne. Eppure, il carosello degli ottimisti a giorni alterni è ripartito: chi pensa di ritoccare il PIL al rialzo, chi immagina già come impiegare le risorse aggiuntive, chi parla di “uscita dalla crisi”. Anche gli slogan sono gli stessi di sempre.

A ogni dato positivo, sempre la stessa storia. Ma non perdono mai la faccia? O sperano che ce ne dimentichiamo?

Un saluto,

CR

INCENTIVI ALLE FAMIGLIE: DUE MODELLI VIRTUOSI, TRENTINO E VALLE D’AOSTA

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Cari amici,

dopo giorni di polemiche contro il Fertility day e la disastrosa campagna pubblicitaria promossa dal Ministero della Salute, mi piacerebbe proporvi esempi in positivo: politiche di autentica promozione alla natalità a partire dal concreto sostegno dato alle famiglie.
Purtroppo nel nostro Paese sono solo due le regioni a spiccare in tal senso: la Valle D’Aosta e il Trentino Alto Adige, che registrano tra l’altro il tasso più alto di natalità. Rispetto a una media nazionale, che è dell’1,39, in Trentino il numero di figli per donna sale a 1,6, mentre in Valle D’Aosta raggiunge l’1,55.
Solo la provincia di Trento conta 56o organizzazioni – coordinate dall’Agenzia provinciale per la famiglia e la natalità – che offrono servizi gratuiti alle famiglie: dai libri fino alla seconda superiore alla tariffa famiglia sui trasporti pubblici, all’opzione Ski family che permette a tutti i ragazzi fino a 18 anni di usare gli impianti sciistici gratis (un’agevolazione valida non solo per i residenti).
Anche per le mamme lavoratrici è stato adottato un sistema, il “Tagesmutter”: una serie di nidi familiari con tanto di baby-sytter accreditate che svolgono la propria attività di sostegno nella casa di una mamma abilitata.
In Valle d’Aosta, invece, sperimentano con successo il prestito sociale d’onore. Come funziona? Quei nuclei familiari che proprio non ce la fanno a sostenere alcune spese, possono ricevere un prestito fino a duemila euro da restituire alla collettività attraverso 200 ore di volontariato in alcuni enti accreditati. Non il semplice baratto, ma la creazione di un circolo virtuoso di utilità pubblica.
Anche l’aspetto ludico non viene trascurato: la regione finanzia anche quelle famiglie che portano in vacanza i figli degli altri. Su dieci famiglie, ad esempio, una tra queste a turno va in ferie e coinvolge nelle attività ricreative ed educative anche i figli degli altri. Una modalità di vacanza inclusiva a finalità perdagogiche.
Non c’è bisogno quindi di andare in Nord Europa per scovare politiche familiari funzionali. Ma perché solo il Trentino e l’Alto Adige? Diversamente da come alcuni potrebbero pensare, non dipende dal fatto che siano regioni a statuto speciale, quindi con un’alta spesa pubblica pro capite.
I modelli applicati in Trentino potrebbero essere facilmente esportabili, proprio perché non prevedono costi esosi. Il problema è la mentalità: manca un’adeguata cultura politica nel resto d’Italia. E, diciamocela tutta, manca l’interesse politico a creare una rete di associazionismo e cooperatività, che non si fondi sul bieco guadagno economico, ma sul capitale umano. Troppo demodé? Visti i risultati, non mi pare.

A presto,
CR

GIOCO D’AZZARDO, A QUANDO NUOVE E DRASTICHE MISURE?

ludopatici

Cari amici,

da qualche tempo c’è un argomento che sembra passato nel dimenicatoio: il fenomeno gioco d’azzardo, che colpisce il 5,6% della popolazione italiana.
Vi riassumo gli ultimi fatti, o dovrei dire, le ultime promesse del Governo. Matteo Renzi aveva entusiasticamente dichiarato che stava mettendo a punto assieme alla sua formidabile equipe tutte le misure necessarie per togliere le slot dalle tabaccherie e dagli esercizi commerciali. E fin qui, nulla da contestare, anzi!
Resta però l’nquietante sensazione che da allora non è cambiato granché. Se abbiamo dovuto aspettare il 2012 per avere un decreto legge che finalmente inseriesse la ludopatia nei livelli essenziali di assistenza (prevenzione, cura e riabilitazione), solo lo scorso agosto è stato emanato un altro decreto per impedire il lancio degli spot dei giochi sulle reti generaliste (Rai, Mediaset, La 7, Tv8, la Nove e canali tematici indirizzati in via esclusiva o prevalente ai minori). Pubblicità, tuttavia, vietata solo in determinate fasce orarie (dalle 7 alle 22), mentre continuerà ad essere tranquillamente trasmessa in radio, su Mediaset Premium e Sky.
E mentre da Lottomatica tira acqua al proprio mulino, chiedendo meno proibizionismo e più sicurezza ai giocatori, le associazioni contro la ludopatia si ribellano alle modalità “soft” con le quali finora si è tentato di contrastare il problema. E come dar loro torto? Ridurre gli spot pubblicitari sul gioco d’azzardo è come allontanare temporanemente una gigantesca fetta di torta da un malato di diabete. Nel momento in cui l’avrà nuovamente davanti agli occhi, non potrà fare a meno di mangiarla!
L’ambiguità dello stesso dibattito politico non fa che confermare la mancanza di serietà (e di interesse) ad affrontare l’annosa questione. Una conferma di quel che sono più che semplici sospetti arriva proprio dal sottosegretario all’Economia con delega ai giochi, Pier Paolo Baretta, il quale giustifica la necessità di mantenere lo statuto di legalità del gioco ” altrimenti le entrate pubbliche subirebbero una perdita di oltre 10 miliardi, quasi un punto di Pil”. Ecco spiegato l’arcano! Non si tratta solo di lentezza del sistema giuridico!
C’è per fortuna chi si ribella: in Umbria, a seguito dell’approvazione della Legge regionale per la prevenzione il contrasto e la cura della ludopatia, è stato attivato il numero verde (80041092) a sostegno di chi soffre ne soffre.
E il resto d’Italia che fa? C’è chi agisce e chi resta in attesa che le promesse renziane si trasformino in atti concreti. Una speranza destinata a svanire al primo colpo di vento, specie se di mezzo ci sono loschi interessi di Stato!

A presto,

CR

POVERTÀ: CIBO PER GLI USURAI

Una persona conta alcune banconote in una banca, Pisa, 15 maggio 2012. ANSA / FRANCO SILVI

Cari amici,

vorrei dirvi che sono tempi migliori per le famiglie in difficoltà, ma purtroppo non posso farlo. E una recente indagine condotta da Eurispes lo conferma: il fenomeno dell’usura, in forte crescita, fattura 82 miliardi l’anno e colpisce 3 milioni di famiglie!
Il diabolico ingranaggio della macchina usuraia parte da un tasso di interesse che è del 10%, così che dal capitale iniziale messo a disposizione – stando alle stime – circa 37,25 miliardi di euro, si arriva a prezzi lievitati alle stelle (più di 82 miliardi, appunto).
I nuclei familiari, che non riescono a ottenere alcun aiuto finanziario dalle banche o dagli istituti di credito, spinti dalla disperazione si affidano a figure dall’aria apparentemente affidabile e professionale.
Non si può continuare a ignorare il problema, sgranando gli occhi solo davanti ai sporadici casi di arresto per usura. La maggior parte dei cravattari si trova ancora al di fuori delle sbarre e la modalità da cane segugio (“scovali e processali”) non può restare l’unica soluzione.
Il problema sta a monte: la povertà crescente nel nostro Paese (la percentuale ufficiale Istat di poveri assoluti è del 6,1%) necessita di interventi seri e mirati. Non possiamo più accontentarci dei pochi spiccioli offerti dal Governo, ossia, gli 1,5 miliardi promessi per il 2017 e il Sostegno per l’inclusione attiva, un beneficio di 320 euro al mese per 180-220 mila famiglie in difficoltà, concesso bimestralmente. Che poi sarebbero le classiche 80 euro mensili per membro, fino a un massimo di 400 euro nel caso di nuclei con 5 o più componenti. Dovremmo sbarazzarci della filosofia (fallimentare) del “contentino” ed elaborare nuove strategie per debellare la miseria.
Partiamo innanzitutto dal sistema di tassazione discriminante per le famiglie meno abienti, che facilmente si indebitano anche solo comprando un pacco di medicine in più o una bolletta leggermente più cara dei mesi precedenti.
Continuare a dare aiuti “straordinari” a favore di chi ha un reddito Isee inferiore a 3000 euro o di chi ha un figlio minorenne o disabile è un intervento necessario, ma non sufficiente. Chi ha un reddito inferiore a 5000 euro o a 6000 credete che viva meglio? Non facciamo gli ingenui con le vite degli altri, su! Non ci servono statistiche o sofisticate analisi di mercato per capire che il fenomeno dell’usura è direttamente proporzionale al sovraindebitamento. Di fronte a uno Stato incapace di gestire seriemante una situazione di calamità, cadere nelle mani degli strozzini vi sembra davvero una possibilità remota, l’ultima spiaggia?

A presto,

CR

DURA MAZZATA ALLA APPLE (FINALMENTE!)

epa05276865 (FILE) A file picture dated 22 July 2015 of customers being silhouetted inside of an Apple store in Sydney, Australia.  Apple will release their financial year 2016 2nd quarter results on 26 April 2016.  EPA/PAUL MILLER AUSTRALIA AND NEW ZEALAND OUT

Cari amici,

incredibile, ma vero: l’Apple ha ricevuto una maxi stangata da versare al governo irlandese. Era ora!
L’Unione Europea, in seguito a un’indagine avviata nel 2013, ha colto in flagrante il colosso multinazionale, reo di aver “evaso” in un certo senso le tasse, un totale di 13 miliardi di imposte arretrate (mica spiccioli, insomma); nei fatti, si tratterebbe di aiuti di Stato: ed è incredibile che si senta il bisogno di “aiutare” un colosso come Apple, che di soldi – non c’è dubbio – ne fricava abbastanza di suo. E come li aiutavano? Secondo l’indagine della Commissione, nel 2003 le aziende collegate ad Apple – grazie al complicato meccanismo concesso dal governo di Dublino – pagavano un tasso effettivo dell’1% nel 2003, sceso allo 0,5% nel 2001 e addirittura allo 0,005% nel 2014.
Grazie a una struttura complicata – come sempre succede in questi casi – basata sulle due società Apple di diritto irlandese (Apple Sales International e Apple Operations Europe), i clienti che compravano prodotti in Europa – di fatto – li acquistavano da queste due società (e quindi le imposte non restavano nei Paesi in cui si trovava fisicamente il prodotto). Il problema è che i loro profitti non subivano l’imposizione fiscale irlandese: solo una piccola parte. Il resto veniva dirottato nella loro «sede centrale» che, come ha spiegato la Commissione, «non aveva né dipendenti né uffici propri e non era ubicata in nessun Paese». Quindi faceva guadagni totalmente tax free.
Lo scandalo non finisce qua. Non si tratta infatti di un trattamento di favore di breve durata! Risale al 1991, anno in cui venne stipulato il primo accordo fiscale con Apple (nel 2007 sostituito da un altro simile).
Insomma Apple avrebbe ricevuto aiuti illegittimi, mettendo in cantiere un bel po’ di soldini. A contar bene, si va ben oltre i 13 miliardi, ma la competenza della Commissione per chiedere la restituzione degli aiuti di Stato illegittimi non può spingersi oltre i dieci anni precedenti l’avvio dell’indagine. Quanto avvenuto prima del 2003 è quindi considerato “prescritto” (e quindi tanti saluti al gruzzoletto precedente); mentre il periodo “incriminato” si arresta nel 2015, anno in cui Apple ha modificato le sue strutture aziendali.
Il Governo irlandese non l’ha affatto presa bene, e – con una sfacciataggine davvero clamorosa – ha accusato Bruxelles di intromissione indebita. C’è poco da esser sfacciati, perché la Commissione europea non può tecnicamente intervenire sull’autorità fiscale dei singoli Stati, ma può dire la sua (eccome!) in caso di concorrenza sleale e di favoritismi illeciti. E qui, a quanto pare, ce n’è a palate.
Una parola in favore della UE, stavolta, va spesa. In questa vicenda l’Unione Europea ha mostrato il pugno duro, senza cader facile preda – come spesso accade – di lobby multinazionali che sperano di farla franca grazie ai monopoli finanziari di cui dispongono a piacimento. Una dura lezione che restituisce, in un periodo non paticolarmente felice, un po’ di credibilità a quella che più che UE sembrerebbe un’accozzaglia di Stati neanche troppo solidali l’uno con l’altro!

A presto,

CR

L’ITALIA CHE NON FUNZIONA

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Cari amici,

cattive notizie per noi poveri cittadini di un Paese che non spicca per governance e servizi pubblici. A confermarlo è l’ultimo rapporto della Fondazione Bertelsmann, che piazza l’Italia al 32° posto fra i 41 Paesi dell’Ocse (occidentali) per scarsa capacità di rispondere ai bisogni della popolazione.

Tra un sistema pensionistico che non tiene conto delle nuove leve, aiuti dati alle famiglie con il contagocce, un indice di povertà clamorosamente alto e investimenti a malapena percepibili all’università e alla ricerca, l’Italia rischia il collasso.

Anche se il rapporto valuta positivamente le nuove manovre del Governo Renzi, vale a dire il Jobs Act e le misure fiscali a favore delle aziende, si è ancora ben lontani da una vera svolta. D’altronde, come potrebbe essere diversamente? Si parla tanto di nuova ondata riformistica ma continuiamo a percepire l’odore di acqua stantia, a imbatterci in un sistema solo apparentemente incline al cambiamento.

Si parla tanto di dare spazio ai giovani e finora le modalità più frequenti per accedere al complesso mondo lavorativo sono stage e tirocini, spesso magari non retribuiti e altrettanto spesso con scarse possibilità di successo per il prosieguo di un percorso che ha la massima durata di un anno.

Per non parlare poi di chi un lavoro ce lo ha già e non vede garantiti i propri diritti. La sorte toccata ai dipendenti pubblici, ad esempio, costretti a subire il blocco degli stipendi dal 2010! Dipendenti per i quali ci battiamo e che dovrebbero ottenere un risarcimento di almeno 10.400 euro! Non parliamo di piccoli numeri, ma di 3,2 milioni di lavoratori ai quali lo Stato dovrebbe versare più di 33 miliardi!

Vogliamo continuare a seguire la parabola delle nefandezze e delle ingiustizie? Andiamo avanti! L’indice di povertà ha raggiunto la vetta del 12,7%. Se pensiamo che la Repubblica Ceca, uno Stato che certo non vive nella bambagia, sfiora il 5,7%, ci rendiamo conto di come siamo ridotti (male)!

E chi vuole costruirsi una famiglia? Meglio che non ci pensi proprio: per sostegno alle famiglie l’Italia si colloca agli ultimi posti. Non meravigliamoci poi se il tasso di natalità diminuisce progressivamente!

Se già un rapporto fa intendere tra le righe il disappunto per i modi in cui il Governo gestisce la comunicazione, figuriamoci noi cittadini quanto siamo stanchi delle parabole “annunciste” del nostro egocentrico premier, che promette nuovi frutti. Peccato che lui non sia il buon seminatore e che del raccolto non se ne veda neanche l’ombra!

A presto,

CR

ALTRO CHE RIPRESA

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Cari Amici,

riparte, come una trita messinscena cui siamo costretti ciclicamente, la consueta tiritera sugli ultimi dati economici. A fronte dei dati Istat – che dovrebbero mettere la parola fine a qualsiasi controversia –  le interpretazioni sono come al solito di ogni tipo. Per la maggioranza l’occupazione sale, per l’opposizione scende, per qualcuno staziona. Risultato: nessuno ci capisce nulla. Quello che è sicuro è che il lavoro, per troppi, ancora non c’è: mentre i soliti noti dibattono sui meriti e le colpe, nessuno ricorda che il tasso di disoccupazione, nel 2007, era al 6,1%. Comunque la si metta, quindi, nel giro di pochi anni la situazione è precipitata: la mancanza di lavoro ha effetti a catena sull’ economia nazionale, perché impoverisce le famiglie, deprime i consumi e danneggia imprese e industrie.

Stesso discorso per l’inflazione: nonostante i dati spingano all’ottimismo, la deflazione che attanaglia il Paese appare in rallentamento solo perché sono aumentati i prezzi e le tariffe nel settore dei trasporti e in quello delle vacanze. Un fenomeno che si ripresenta puntuale ogni anno: nei mesi estivi crescono i prezzi dei biglietti aerei, marittimi  ferroviari, le tariffe di stabilimenti, campeggi, alberghi e strutture ricettive, e più in generale tutto il comparto turistico adatta i listini all’alta stagione. Questo porta a falsare i dati sull’inflazione, che appaiono in miglioramento solo per effetto di una illusione ottica.

Altro che meriti, ripartenze, #voltebuone: le bugie hanno le gambe corte, e infatti il nostro PIL rimarrà – anche quest’anno – nell’universo dei prefissi telefonici: una triste condizione cui siamo ormai abituati. I profeti della ripresa devono (una volta di più) riporre i proclami e gli annunci, e sperare che noi tutto ci dimentichiamo le previsioni sgangherate che ci hanno rifilato per mesi, seduti sulle comode poltrone dei talk show televisivi, o dalle colonne di qualche “giornalone” che non ci azzecca mai.

Basta buttare un occhio su indicatori che tutti considerano minori, ma che minori non sono affatto: nel mese di aprile 2016, secondo quanto rilevato da Terna (la società che gestisce la rete elettrica nazionale) la domanda di elettricità in Italia ha fatto registrare, a parità di calendario e temperatura, una flessione dell’1,8% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Tradotto: gli italiani tagliano anche sull’energia elettrica, un pessimo segnale che dice più di tanti grafici.

Non vedo come una situazione del genere possa far sperare in una ripartenza del Paese a stretto giro. Se va bene, serviranno anni per tornare ai livelli pre-crisi.

Specie se, riguardo al lavoro, le buone idee mancano come il pane.

A presto,

CR

 

 

Vittime di Equitalia

Cari amici,

quella che vi racconto oggi è una storia drammatica che ha per protagonista una famiglia di Oristano: una mamma e una figlia di 17 anni disabile.

La crisi economica ha purtroppo colpito l’attività commerciale della donna costringendola a contrarre un debito di circa 10mila euro.

Soldi che la famiglia, con molta fatica, stava cercando di restituire, avendo concordato un piano di rientro con l’Inps.

“Pagavo le rate regolarmente” – ha raccontato la signora – “invece, qualche giorno fa mi è crollato il mondo addosso”.

La società di riscossione ha, infatti, bussato alla porta della donna con l’intento di pignorarle i beni ma la casa dove vive non è la sua. “Ha iniziato a parlare di pignoramenti. Voleva farlo con i mobili, ma gli ho spiegato che quella non era casa mia, bensì di mia madre, dalla quale mi ero trasferita per poter risparmiare sull’affitto – ha detto ancora la donna – Io intanto gli mostro i cedolini delle rate pagate, tento di spiegare che sono in regola, che ho un piano di rientro, ma è tutto inutile”.

Non potendo, così, pignorare nulla, al funzionario non resta che mettere i sigilli all’auto della donna, una vecchia Renault, comprata con tanti sacrifici, che usava per portare in giro la figlia disabile.

Adesso quella ragazza di soli 17 anni, affetta da handicap grave, è costretta a vivere segregata in casa e la famiglia è appesa ad un filo: se la ragazza, infatti, dovesse star male all’improvviso, la madre non avrebbe a disposizione nessun mezzo per portarla in ospedale e aspettare l’arrivo di un’ambulanza potrebbe essere davvero rischioso.

Insomma nonostante la donna stia provvedendo a saldare il suo debito e soprattutto la legge 104 dica chiaramente che i mezzi dei disabili non possono essere sequestrati, si è trovata, di punto in bianco privata dell’unico bene di sua proprietà.

La storia ha suscitato grande sdegno e clamore e, guarda caso, da Equitalia, nel tentativo di salvare le apparenze, hanno fatto sapere che il pignoramento non è stato ancora trascritto sul registro automobilistico e che, già nei prossimi giorni, la vecchia Renault sarà restituita alla legittima proprietaria.

E così giustizia è fatta, ma a che prezzo?

Un saluto,

Carlo