Category Archives: Ambiente

DISASTRO AMBIENTALE

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Quello accaduto a Pomezia è un vero e proprio disastro ambientale. Niente mezze misure, niente “aspettiamo”, “valutiamo”, “è presto per dirlo”. Certo, sarà l’inchiesta a chiarire le ragioni dell’accaduto, sarà la giustizia (come sempre) a gettare piena luce sui fatti e le responsabilità. Ma qualcosa, intanto, possiamo già dire.

LE FIAMME. L’incendio – di dimensioni terribili, come si vede in queste immagini – ha riguardato la EcoX di Pomezia, un’azienda di stoccaggio di rifiuti. Gli stabilimenti si trovano al chilometro 33 della Pontina, appena a sud di Roma. Il problema principale è rappresentato dal fatto che l’impianto è (o era) pieno di materiali a rischio: sedie, materiale edilizio, metalli. Ma soprattutto tanta, tanta plastica. Ecco perché il fumo nero che si è sprigionato, e che è stato a lungo visibile addirittura dalla Capitale, fa tanta paura: visto anche che la nube scura, cambiato il vento, ha invaso il piccolo Comune e poi il litorale e i quartieri meridionali di Roma.

SI POTEVA EVITARE? Stando alle notizie emerse in questi giorni, i residenti avrebbero più volte segnalato al Sindaco di Pomezia e al capo dei Vigili Urbani i rischi derivanti dall’accumulo di plastica e immondizia nel cortile della società, senza tuttavia ottenere alcuna risposta. Per questo bisogna verificare se le istituzioni locali abbiano avuto eventuali responsabilità nell’incidente, e capire se sia stato fatto tutto il possibile per evitare l’incendio.

LE CONSEGUENZE. La priorità è la tutela della salute dei cittadini. Anche perché, se un manager della Eco X di Pomezia aveva subito escluso il rischio amianto sul tetto, si è rivelato subito vero il contrario: puntualmente l’amianto c’era. E se autorità e istituzioni continuano a mantenere un profilo basso, e a ripetere che non ci sono rischi, qualcuno non è d’accordo. “Dire che ad oggi è tutto sotto controllo è inutile e dannoso”, ha detto per esempio Roberto Scacchi, che non è proprio uno qualunque visto che di lavoro fa il presidente di Legambiente Lazio. E a quanto pare i dati lo confermano: ancora il giorno dopo il rogo i livelli di pm10 nell’aria nelle immediate vicinanze all’impianto erano più alti di quasi il triplo rispetto alla soglia di rischio. Non male, no?

IL RACCOLTO. Last but not least, il disastro è completato dalla questione dei raccolti. Adesso bisogna a tutti i costi evitare che alimenti potenzialmente pericolosi finiscano sulle tavole dei consumatori. Per questo abbiamo chiesto di disporre il sequestro di tutti i beni ortofrutticoli, vinicoli, lattiero-caseari e di altra natura coltivati e prodotti nell’area investita dalla nube, fino a che non ci sarà assoluta certezza circa l’assenza di possibili contaminazioni tossiche. Ovviamente le aziende del comparto che dovessero subire danni economici potranno rivalersi sui responsabili che saranno individuati dalla magistratura: Coldiretti infatti parla di emergenza anche per le 150 aziende agricole colpite dal divieto di raccolta di ortaggi e pascolo in “una area coltivata di circa 4mila ettari di terreno”.

Insomma: gli elementi ci sono tutti, per parlare di disastro ambientale. Già adesso. Ecco perché abbiamo scelto di intervenire subito: perché è nostro dovere farlo.

CR

RISPUNTA IL PROGETTO DEL PONTE SULLO STRETTO. SIAMO IMPAZZITI?

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Cari amici,

non ho mai creduto nella reincarnazione, ma dopo aver sentito parlare (per l’ennesima volta) del Ponte sullo Stretto non ho avuto più dubbi. Già, il nostro caro premier ha pensato bene di ridar vita a un progetto morto e sepolto, con tanto di promesse piene di enfasi.
A Renzi piace fare il megalomane, tuffandosi in iniziative ambiziose. Peccato che a sganciare i soldi siamo sempre noi cittadini!
Sei corsie, due binari, con riduzione dei tempi di percorrenza di un’ora o un’ora e mezza: ecco la sfida del nuovo millennio! E intanto, rimangono in “cantiere” altre prestigiosissime opere, rappresentative della sofisticata arte del “non finito”. Mi riferisco alle oltre 860 infrastrutture incomplete, che gettano una luce tetra sul panorama che le circonda, a testimonianza di una pessima gestione e di un ancor più inquietante utilizzo di finanze pubbliche.
Dovremmo credere ancora nel sogno visionario di un Ponte che colleghi la Calabria alla Sicilia, due Regioni bisognose di ben altri interventi?
Ma non è solo questo il punto. Mi chiedo: il Presidente del Consiglio nei suoi slanci utopici dove intenderà mai prendere i soldi, quando mancano ancora all’appello 1,4 miliardi di euro per completare i lavori delle opere incompiute?
Passano gli anni, ma non cambia il repertorio: ogni qualvolta tira una brutta aria – e per Renzi si avvicina l’ora X del referendum costituzionale – ritorna lo slogan stra-abusato anche dai precedenti governi.
Che avrà poi di attraente questo Ponte sullo Stretto? Gli oltre “100 mila posti di lavoro” ai quale allude il premier? Ma se solo la sua progettazione ha fatto già perdere agli italiani 4 miliardi di euro!
Non aspetteremo le prossime puntate di una serie che fin dall’inizio si è rivelata un flop. Anziché costruire nuovi ponti di cemento, chiediamo al Governo di prestare orecchio alle reali necessità del Paese, del Sud in particolare.

A presto,
CR

IL “DOPO” DIESELGATE

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Cari amici,

è passato un anno dallo scandalo che ha coinvolto la celebre casa automobilistica tedesca, la Volkswagen. Dopo quanto accaduto tutti ci aspetteremmo maggiori controlli sulle emissioni. Mi spiace deludervi: il lupo può anche perdere il pelo, ma non il vizio! Stando all’ultimo rapporto di Transport&Environment, che ha esaminato le informazioni di 230 modelli, provenienti dalle investigazioni di Francia, Germania, Gran Bretagna e da una banca dati indipendente (EQUA Index), le case automobilistiche continuano beatamente a falsare i test di laboratorio sulle emissioni. E non barano neanche di poco: perché a volte le differenze risultano enormi rispetto ai dati su consumi e inquinamento delle vetture in condizioni di guida reale.
Il podio della disonestà – stando ai dati riportati da questa istituzione – se lo aggiudicano Renault e Fiat. Per lo standard Euro 5, oltre alla Renault ci sono anche Land Rover, Hyundai, Opel/Vauxhall e Nissan. Per quanto riguarda i veicoli Euro 6, in pole position troviamo la Fiat, davanti a Renault, e poi l’Opel/Vauxhall, la Hyundai e la Mercedes.
Sta’ a vedere che quelle più pulite risultano le auto del gruppo Volkswagen? In un certo senso, è proprio così, perché tra le vetture Euro 6, che comunque emettono circa il doppio degli ossidi di azoto consentiti dallo standard comunitario, quelle meno inquinanti sono firmate Volkswagen!
Entrando nel dettaglio: come è possibile raggirare i controlli? Il rapporto spiega che le aziende automobilistiche attivano i sistemi di trattamento degli scarichi solo prima dei test, per poi disattivarli quando le auto sono in strada. Una bella furbata, davvero! Peccato che a pagarne i danni siamo sempre noi poveri automobilisti, che magari abbiamo comprato da poco una macchina, neanche poi conveniente in termini di costi, illudendoci di essere anche ecosostenibili. E soprattutto i cittadini, costretti a respirare l’irrespirabile.

Ma chi se ne importa; è il mercato, bellezza. O no?

A presto,

CR

QUANTE ALTRE SCOSSE DOVREMO ATTENDERE PER AVERE UN’ITALIA PIÙ SICURA?

24/08/2016 Amatrice. Il paese completamente distrutto dal sisma di magnitudo 6.0 di questa notte. Le case ridotte a un cumulo di macerie La scuola elementare antisismica Romolo Capranica, inaugurata solo nel 2012

Cari amici,

sono giorni particolarmente duri per le popolazioni terremotate del Centro Italia. E anche per chi, lontano da fasulle scenette commiseratrici, con tono sinceramente costernato si chiede se una tragedia simile poteva essere davvero evitata.
Mi sento di gridare a gran voce che si, poteva essere evitata! Conosciamo bene la morfologia dei nostri territori. Sui libri di geografia vengono segnate come zone più calde l’Appennino Centro-Meridionale e l’estremo Nordest; a voler essere del tutto onesti è l’intera penisola ad essere ad alto rischio sismico.
E allora, se conosciamo la natura dei nostri territori, cosa aspettiamo a intervenire? Anche parlando solo in termini biecamente economici – l’unico linguaggio conosciuto da buona parte dei nostri politicanti – prevenire, costruendo infrastrutture secondo l’attuale regolamentazione antisismica, costa meno che curare. Come ha sottolineato Francesco Peduto, presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi: “solo la messa in sicurezza degli edifici può portare ad una mitigazione del rischio sismico”.
In effetti, le istituzioni sembrano avere poca memoria storica; non sono passati molti anni dai terremoti dell’Emila e dell’Aquila e, dopo il solito clamore con tanto di promesse salvifiche e una normativa antisismica più restrittiva, molte regioni non si sono affatto adeguate. La prova del nove l’abbiamo avuta in questi giorni!
Un fulmine a ciel sereno? No, un dramma prevedibile, eccome! Non a caso le Procure di Rieti e di Ascoli Piceno hanno aperto un’inchiesta su quegli edifici ristrutturati e crollati fin dalle prime scosse.
Anche noi vogliamo capire come siano effettivamente stati eseguiti i lavori di ristrutturazione. Pensiamo, ad esempio, alla vicenda della scuola Romolo Capranica di Amatrice, dove in un continuo rimpallarsi di responsabiltà, dal sindaco al costruttore, alla fine il titolare della Edil Qualità (responsabile dei lavori di ristrutturazione dell’istituto) ha ammesso di aver condotto un “miglioramento antisismico”. Miglioramento, non adeguamento antisismico, che prevede un più arduo lavoro e finanziamenti ben più sostanziosi!
Niente di nuovo sotto il sole, se pensiamo che già le inchieste del passato seguite ai terremoti hanno evidenziato come le ditte esecutrici dei lavori sostituissero – molto più spesso di quanto non si creda – al cemento la sabbia, allo scopo di risparmiare e lucrare sugli appalti. Una tesi sostenuta anche dal Procuratore di Rieti.
Peccato che per la riqualificazione di scuole, ospedali e altri edifici pubblici a rimetterci di tasca propria sono stati gli stessi cittadini, molti dei quali ci hanno rimesso pochi giorni fa anche la vita!
Ora, al di là delle dovute inchieste, cosa ci resta? Mi auguro non solo il macabro paesaggio di case distrutte, vie ostruite e paesi quasi interamente crollati.
Mi auguro che una volta per tutte venga portata avanti un’intelligente politica di investimenti che coinvolga enti pubblici così come privati. Pianificare in anticipo resta l’unico modo per far fronte alle catastrofi naturali, una consapevolezza che aveva già acquisito l’uomo preistorico!
Il primo passo è mettere in sicurezza luoghi strategici come scuole e strutture sanitarie, proprio per evitare quanto avvenuto all’ospedale di Amandola, che da luogo di soccorso si è trasformato in teatro di morte.
Servono serie politiche di incentivazione e l’obbligo del fascicolo del fabbricato, che funge da carta d’identità dell’infrastruttura, dove compare la data di realizzazione, le ristrutturazioni effettuate e il certificato sismico.
Certo, l’Italia è costellata di edifici molto antichi, che fanno parte di un invidiabile patrimonio artistico. Missione impossibile, in questi casi? No, solo più impegnativa! L’esempio virtuoso di Norcia ce lo conferma: dopo i terremoti del 1979 e del 1997 sono stati condotti diversi interventi antisismici. Infatti, l’attuale terremoto ha lasciato solo qualche piccolo segno: lesioni negli edifici storici, zero vittime.
“Ricostruire in fretta, ma ricostruire bene”, dunque, come ha detto il nostro premier, sperando solo che non sia il solito motivetto accattivante che finisce per aggiungersi all’asfissiante cumulo di macerie.

A presto,
CR

Referendum: una triste disfatta

Cari amici,

come c’era da aspettarsi, per il referendum sulle trivelle il quorum non è stato raggiunto. Nonostante la stravittoria del ‘si’ (l’85,84%) solo il 31,19% degli elettori ha deciso di recarsi alle urne. Morale della favola: l’attività di estrazione di petrolio e gas entro le 12 miglia dalla costa potrà continuare fino all’esaurimento del giacimento.

A polling station for a referendum on the duration of offshore drilling concessions in territorial waters, in Milan, Italy, 17 April 2016. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Al di là di chi fosse a favore o contro le trivelle, il dato più sconfortante resta la partecipazione popolare che, interrogata su una questione di interesse nazionale, è sempre meno avvezza a esprimere il proprio parere.
Ormai raggiungere quel 50% + 1 diventa sempre più un miraggio. Per parlare di affluenza di massa bisogna percorrere a ritroso molti anni e ritornare al lontano 1974, quando per il referendum sul divorzio andò a votare l’87% degli elettori! Mentre dal 1997 (eccezion fatta per il 2011, per il voto sull’acqua pubblica) il quorum non è stato più raggiunto.
Mi sorprende poi che regioni come la Campania e la Calabria, bagnate dal mare e con gli impianti di petrolio a portata di mano, abbiano votato poco (rispettivemente il 25,9% e il 26,4%). Diversamente dalla Basilicata, che con il 50,5%, può vantare la più alta affluenza. Seguono la Puglia con il 40% e il Veneto, dove a votare è stato il 37,9%.
Ma chi ci guadagna da questa disfatta? Oltre al nostro premier, che per giorni ha esortato all’astensionismo fino alla noia, anche l’Unione Europea tira un sospiro di sollievo. Da anni la politica di Bruxelles mira alle diversificazioni delle fonti di approvvigionamento. Anche se i nostri giacimenti restano una risorsa modesta rispetto al gas e al petrolio che importiamo ogni giorno dalla Russia, contribuiscono comunque al bilancio energetico.
Il timore di Bruxelles era che si inaugurasse in Europa una nuova stagione referendaria anti-trivelle, come quelle ben piú importanti nel nord europea, o le prospezioni marine, come quelle nelle acque internazionali del Mediterraneo al largo di Grecia ed Egitto.
Al di là del parere dei singoli votanti, quelli che fisicamente si sono recati alle urne, il Mediterraneo rischia il collasso tra trivelle, nevi cisterna e turismo. Lo rivela il progetto Medtrends del Wwf, elencando le sette “attività conflittuali” che danneggiano i mari italiani. Stando ai dati presentati, il Mediterraneo risulterebbe il bacino con più turisti al mondo e anche quello più inquinato. E noi che stiamo ancora a domandarci se sia il caso di continuare a estrarre petrolio e gas a meno di 12 miglia dalle coste! Certamente, ora non è più un problema: il sistema poco democratico dell’astensionismo ci ha levato ogni dubbio.

A presto,

CR

Se la rivoluzione è dietro l’angolo

Cari Amici,

ci sono luoghi, in Italia, dove l’approccio alle questioni ambientali è fermo all’anno zero, le amministrazioni latitano e l’unica possibilità di assistere a cambiamenti concreti è affidata allo spirito d’intraprendenza dei cittadini (che ci sarà pure, per carità, ma da solo non basta). Niente incentivi, niente tecnologie, niente di niente.

Io, però, voglio raccontarvi altro; anche perché – mi pare – se insistiamo a ripeterci quello che non funziona, perdiamo di vista tutto quello che potremmo creare. A Parma, per esempio, ognuno paga solo ciò che consuma. È bastato applicare ai bidoni un microchip: questo viene letto da appositi macchdegrado-romainari, attraverso i quali viene determinata la tariffa puntuale per ogni famiglia. I vantaggi sono per tutti: se prima della tariffa puntuale una famiglia di 3 persone in un appartamento di 100 mq pagava una bolletta di 254 euro l’anno, ora – se la stessa famiglia produce fino a 24 bidoni, la soglia per il “comportamento virtuoso” – la bolletta scende a 236 euro l’anno.

Esempi del genere spazzano via il pregiudizio per cui una gestione oculata dei rifiuti sia possibile solo nei centri minori: a meno che non si voglia considerare anche Mantova (che non sarà una metropoli, ma resta pur sempre un capoluogo di provincia..) alla stregua dei borghi di montagna.

Qui, infatti, il sistema di raccolta utilizza il tipico porta a porta con bidoni oppure usa sacchetti a perdere dotati di rilevatore Rfid (una targhetta con codice a barre abbinato all’utente che viene letta da un’antenna posizionata sul mezzo di raccolta) o, ancora, il sistema a cassonetti condominiali. La tariffa è composta da una quota fissa (che per le utenze domestiche è determinata in base ai metri quadri e al numero di componenti il nucleo familiare), molto bassa, mentre ogni ulteriore svuotamento effettuato viene contabilizzato e fatturato a conguaglio: chi inquina di più paga, in media, un sovrapprezzo del 30%.

Fantascienza? Non mi pare proprio. Da noi, qualunque idea innovativa assume le sembianze del miracolo: ma proprio pensando in questo modo, non ci accorgiamo che la rivoluzione è dietro l’angolo.

A presto,

CR

Addio green Italy!

Cari amici,

da ieri l’Italia si impegna a diventare più “green”, più rispettosa dell’ambiente e attenta a ridurre tutte le forme di inquinamento.

Niente più cicche di sigarette per terra – a meno che non si voglia incorrere in multe salate – i semafori saranno dotati di lampade a basso consumo, la pubblica amministrazione dovrà gestire gli appalti rispettando i “criteri minimi ambientali” e imprese e piccole isole avranno incentivi per la raccolta, lo smaltimento e la riduzione della produzione dei rifiuti.

Tutto bello e tutto giusto, ma vanificato dalla possibilità che i vecchi cementifici vengano convertiti in inceneritori.

Una decisione presa durante il governo Monti e concretizzata poi dall’esecutivo Letta con il cosiddetto decreto Clini – sì, proprio l’ex ministro dell’ambiente accusato di corruzione – che consente ai cementifici di svolgere lo stesso, sporco compito degli inceneritori: bruciare i rifiuti, grazie all’uso di un combustibile ritenuto meno inquinante.

Ma a mettere la ciliegina sulla torta è Matteo Renzi.

Il sogno del premier è: “un’Italia che se cambia diventa smart, vogliamo liberare interventi fermi da 40 anni”, e così via allo Sblocca Italia, a 13 provvedimenti governativi per far ripartire edilizia e grandi opere con lo scopo di spingere la ripresa economica.

Tra gli interventi previsti – in piena sintonia con la filosofia del rottamatore – c’è una soluzione low cost e veloce al problema dei rifiuti: evitari di costruire impianti nuovi e convertire, appunto, i cementifici.

Quindi, se da un lato l’Europa si impegna a smantellare e potenziare la raccolta differenziata, l’Italia ha deciso di fregarsene, mettendo a rischio la salute di tutti noi.

L’Arpa – Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente del Piemonte – ha infatti pubblicato uno studio sugli effetti che lo storico inceneritore di Vercelli ha sugli abitanti che risiedono nelle vicinanze.

Lo studio ha evidenziato un aumento della mortalità generale del 20 per cento nei residenti e un aumento di patologie invalidanti come il tumore del colon retto del 400 per cento, il tumore del polmone del 180 cento, l’infarto più del 90 per cento, enfisema e bronchite cronica più del 50 per cento.

Nel caso di Vercelli si tratta di un inceneritore concepito allo scopo di bruciare rifiuti, quindi dotato di tutti gli accorgimenti sistemici atti all’abbattimento degli agenti inquinanti. Ma cosa sarebbe successo se non si fosse trattato di un semplice inceneritore, ma di un cementificio costruito con un altro scopo e poi trasformato in un forno per lo smaltimento dell’immondizia? Non è difficile immaginare gli effetti devastanti che avrebbero sull’ambiente e sulla nostra salute le emissioni di diossina e metalli provenienti da impianti costruiti più di 50 anni fa con tutt’altra mission.

Caro Renzi, va bene risparmiare e rottamare ma non a discapito di noi cittadini!

A presto,

Carlo

2016, l’anno della green economy

Cari amici,

da domani entrano in vigore le “Disposizioni in materia di ambiente per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali” previste dalla legge 28 dicembre 2015.

Approvate dopo un lento e lungo percorso parlamentare, le norme del Collegato ambientale mirano a rendere l’Italia più attenta all’ambiente e alla salute dei cittadini, puntando sulla cosiddetta green economy e sull’economia circolare. Insomma, il nostro Paese si impegna – almeno sulla carta – a seguire le direttive tracciate dalla Cop21.

Ermete Realacci, Presidente dell Commissione Ambiente della Camera, ci dice che, ad esempio: “gettare cicche di sigarette per terra e altri piccoli rifiuti sarà sanzionato con pesanti multe sino a 300 euro, uno stimolo per il nostro senso civico; non si possono più pignorare gli animali da compagnia, a partire da cani e gatti, una pratica priva di senso a cui si mette fine grazie a un impegno condiviso con Tessa Gelisio e la Lega Nazionale per la difesa del cane; sarà finalmente riconosciuto l’incidente in itinere anche a chi va al lavoro con la bicicletta, una norma attesa da tempo dalle numerose associazioni di ciclisti, Fiab e Salvaiciclisti in primis”.

Altri provvedimenti riguardano le cosiddette “carrette del mare” che causano inquinamento marino: i proprietari dovranno rispondere anche in base all’inadeguatezza dell’imbarcazione rispetto al carico trasportato; la raccolta dei dati ambientali, così da avere informazioni sempre più complete ed aggiornate, e l’introduzione delle pratiche della green economy anche nella pubblica amministrazione, con la promozione degli appalti “verdi” e dei “criteri minimi ambientali” negli acquisti.

Persino i semafori saranno più “green”, consumeranno meno energia grazie all’uso delle lampade a basso consumo.

Misure particolari sono previste, poi, per piccole isole che disporranno di maggiori risorse per la raccolta dei rifiuti, la cura del territorio e l’autoproduzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.

Oltre a questi importanti provvedimenti, immediatamente operativi, ve ne sono altri, forse i più importanti, che però necessitano di decreti attuativi come gli incentivi alle imprese per l’economia circolare o per la riduzione della produzione di rifiuti.

Infine, non si può non parlare di fondi: 10 milioni stanziati per l’abbattimento dei manufatti abusivi e 35 milioni ai Comuni per progetti di mobilità sostenibile, con particolare attenzione ai percorsi casa-scuola e casa-lavoro.

Insomma, l’Italia ha a disposizione un bel pacchetto – ambiente per provare a diventare più pulita, efficiente e verde.

Le premesse sono senz’altro buone, i provvedimenti – almeno sulla carta – sembrano ragionevoli ma fa sorridere che entrino in vigore proprio nei giorni in cui la presenza di polveri sottili nell’aria che respiriamo è arrivata alle stelle.

Forse prima di cambiare le lampadine ai semafori, il governo e le amministrazioni locali dovrebbero preoccuparsi di attuare misure anti-smog più efficaci delle semplici targhe alterne!

A presto,

Carlo

Aria pericolosa

Cari amici,

ci risiamo. Non abbiamo fatto neanche in tempo a cantare vittoria per la fine dell’emergenza smog che le polveri sottili sono tornate ad infestare l’aria che respiriamo. Esaurita l’ondata di maltempo che ha colpito l’Italia nell’ultimo mese, il traffico e le varie attività economiche sono tornate alla normalità causando il superamento dei valori consentiti di Pm10.

La situazione va avanti ormai da 10 giorni ed è destinata purtroppo a peggiorare.

Le previsioni del tempo per i prossimi giorni, infatti, non promettono nulla di buono: almeno fino alla prima settimana di febbraio, un’ondata di caldo stazionerà sulla nostra Penisola, garantendoci un clima mite, asciutto e senza vento.

Proprio quello che ci vuole per avvelenare ancora di più l’aria che respiriamo!

Le centraline hanno registrato il superamento dei valori consentiti in quasi tutta Italia: a Prato, Mantova, Brescia, Varese, Pordenone, Modena, Monza, Sondrio, Lucca, Lodi, Foligno, Bergamo, Como, Verona, Genova, Pavia, Bologna, Pescara.

Le grandi città sono quelle messe in condizioni peggiori: martedì a Roma quattro centraline hanno sforato i limiti di legge, cioè 50 microgrammi per metro cubo, con Tiburtina a quota 67 mg/mc seguita da Cinecittà a 58. A Milano valori di 68 mg/mc in via Senato e 65 a Città Studi, ma erano stati quasi doppi il giorno prima.

Il primato spetta però a Napoli, la centralina al Museo segnava 134 microgrammi per metro cubo di aria, quasi il triplo della soglia limite!

Inutile sottolienare tutti i danni che l’aria avvelenata provoca alla nostra salute, come gravi malattie respiratorie o, nel peggiore dei casi, tumori.

Ora che politici e amministrazioni locali non potranno più contare sull’aiuto di vento e pioggia dovranno darsi da fare per adottare le misure strutturali adeguate a risolvere la nuova emergenza. E pensare che forse – non essendo un esperto in materia il forse è d’obbligo – sarebbe bastato dare retta alle misure di emergenza decise, tra l’altro col benestare dei sindaci, a fine anno dal ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. Non si trattava di obblighi, ma di semplici raccomandazioni che avrebbero potuto scongiurare l’ennesimo disastro: a parte le limitazioni al traffico, nessun sindaco ha ridotto il riscaldamento di due gradi, imposto i 30 km/h per le auto o vietato di bruciare legna e pellet.

I “consigli” di Galletti sono caduti nel vuoto e ora siamo punto e a capo!

I rischi per la nostra salute sono destinati ad aumentare e il governo non sa dove mettere le mani!

Ieri il ministro Delrio in commissione Ambiente ha illustrato la sua strategia per diminuire lo smog: ridurre il numero delle auto in circolazione, incentivando i cittadini ad utilizzare i mezzi pubblici e la bicicletta.

Permettetemi di dirlo, ma sembra proprio che Delrio abbia scoperto l’acqua calda!

Il problema più grande è che per attuare un piano d’azione del genere servono soldi, tanti, che l’Italia non ha o fa finta di non avere, e una vera e propria rivoluzione delle città.

Quale politico si prenderà la responsabilità di attivare misure impopolari, come la chiusura dei centri storici al traffico?

Prendete una metropoli come Roma: sorvolando sul capitolo mezzi pubblici e Atac – su cui ci sarebbe molto da dire – l’uso della biciletta è davvero impossibile per la totale inesistenza di una pista ciclabile che riesca a permettere la circolazione non dico in tutta la città ma almeno nelle zone centrali! Se i cittadini non possono fare affidamento su tram e metro, non possono utilizzare la biciletta – ne va della propria incolumità – l’unica alternativa che resta è proprio la macchina.

Insomma, è il solito cane che si morde la coda!

E intanto, nell’attesa che i sogni di Delrio si avverino, che fare?

A quanto pare, un bel niente!

Un saluto,

Carlo

Basilicata, terra di scorie nucleari

Cari amici,

oggi vi porto a Rotondella, un piccolo comune della provincia di Matera.

Con i suoi soli 2700 abitanti, è considerata il “balcone dello Ionio” per la posizione invidiabile da cui si gode della vista di tutta la costa ionica.

A non essere invidiabile è invece la presenza proprio a Rotondella di scorie nucleari di origine americana. Chi l’avrebbe mai detto?

Si tratta di barre di Elk River, un combustibile irraggiato uranio-torio, stoccate all’interno dell’impianto ITREC – Impianto di Trattamento e Rifabbricazione Elementi di Combustibile – di Rotondella da quasi mezzo secolo.

Vi racconto brevemente la storia.

L’ITREC fu costruita alla fine degli anni ’60, frutto della collaborazione tra il Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (CNEN) e il suo omologo americano, l’Atomic Energy Commission.

Lo scopo era quello di valutare la convenienza economica del ciclo uranio-torio rispetto al ciclo uranio-plutonio, per la produzione di energia nucleare. Così 84 barre di Elk River finirono in Basilicata.

Tra il 1975 e il 1978 alcune di queste barre furono impiegate per la sperimentazione dell’impianto. I risultati però non furono soddisfacenti e si resero necessarie alcune modifiche all’impianto stesso.

I lavori di rettifica furono programmati, ma nell’aprile 1986 un evento mutò inesorabilmente il rapporto tra opinione pubblica ed energia nucleare. Mi riferisco al disastro nucleare di Cernobyl.

Un evento disastroso che terrorizzò gli italiani al punto tale che al referendum sul nucleare la maggior parte votò per il “sì”, abrogando una serie di norme e orientando le successive scelte dell’ Italia in ambito energetico verso una direzione di sfavore nei confronti del nucleare.

E così l’attività della centrale ITREC cessò, ma quelle barre non furono mai rispedite al mittente. Per Rotondella iniziò un lungo e tortuoso cammino di liberazione, non ancora terminato.

Questo perchè l’Elk River, a causa della sua natura sperimentale non può essere riprocessato in nessun impianto al mondo: da allora le 64 barre rimaste, con il loro carico di 72 kg di uranio e 1.600 kg di torio, vengono custodite in una piscina di 30 metri quadrati e alta 7 metri. In attesa che qualcuno trovi una soluzione definitiva.

Negli anni i vari governi si sono ingegnati per raggiungere un accordo con gli americani e porre fine a questo capitolo. Senza alcun risultato.

Nella notte del 29 luglio 2013 – in uno scenario da film di spionaggio internazionale – trecento uomini delle forze dell’ordine circondarono il perimetro del centro di Rotondella, scortando in tutta segretezza un camion per il trasporto di materiale speciale che uscì dai cancelli diretto all’aeroporto militare di Gioia del Colle per “il rimpatrio di materiali nucleari sensibili di origine americana”.

Tutti pensarono immediatamente alle 64 barre di Elk River, nella speranza di cantare finalmente vittoria. Ma pochi giorni dopo la notizia venne smentita: ad essere rimpatriati furono infatti soltanto i 1050 grammi di biossido di uranio.

Insomma, l’epopea di Rondella sembra destinata a non finire e il timore – del tutto legittimo – dei cittadini è che non solo le barre di Elk River non se ne andranno, ma che a Rotondella potrebbero convergere tutte le scorie nucleari d’Italia.

Come dargli torto? Riusciranno mai i lucani a liberarsi di questa spada di Damocle?

A presto,

Carlo