Category Archives: Alimentazione

PRODOTTI TIPICI DALLE ZONE COLPITE DAL TERREMOTO

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Era doveroso farlo, e lo abbiamo fatto.

Le aziende enogastronomiche del centro Italia messe in ginocchio dall’ondata sismica che ha devastato il territorio, sono infatti sbarcate a Roma per promuovere le produzioni locali e far conoscere a cittadini e turisti le eccellenze tipiche delle zone terremotate.
E’ servito uno sforzo organizzativo notevole, ma ne è valsa la pena. L’iniziativa, promossa dal Codacons e organizzata da Coldiretti con il sostengo di Telepass e della Camera di commercio di Roma, vede impegnate oltre 80 aziende del centro-Italia ospitate presso lo splendido spazio del Cortile del Vignola di Piazza Navona (ingresso adiacente lo Stadio di Domiziano). Qui verranno esposti ai cittadini e ai tanti turisti in questi giorni presenti nella capitale le numerose eccellenze enogastronomiche tipiche dei territori colpiti dal sisma, offrendo così un sostegno concreto a tanti piccoli imprenditori danneggiati dal terremoto.

Per tutti i cittadini della Capitale, per i turisti e i visitatori della Città Eterna, diventa quindi possibile offrire un sostegno diretto alle realtà agricole della zona.
L’esposizione, partita il 15 dicembre, proseguirà fino all’8 gennaio; i visitatori potranno inoltre ottenere agevolazioni per visitare l’adiacente area archeologica dello Stadio di Domiziano. Inoltre, abbiamo deciso di regalare una consulenza legale gratuita a tutti i cittadini che al mercato di Piazza Navona acquisteranno prodotti delle aziende colpite dal terremoto.

In questo modo vogliamo contribuire a sensibilizzare i romani e offrire un aiuto ulteriore a tutti i coltivatori e allevatori di Umbria, Lazio, Marche e Abruzzo.

CR

LA CRISI IN TAVOLA

cibo

Cari Amici,

c’era una volta un momento della giornata che affratellava gli italiani: il pasto. A tavola – chi ha una certa età, come me, lo ricorda bene – le differenze di status sociale e di portafogli semplicemente si annullavano. Tutti, o quasi, potevano permettersi gli alimenti di base: la dieta mediterranea era una sorta di collante sociale, capace di riunire gli italiani da Palermo ad Aosta.

Adesso, invece, la realtà è completamente diversa. Eccezion fatta per i TG, che strenuamente tendono a non accorgersene, lo hanno capito tutti: per la prima volta si parla infatti di “food gap”, di una forbice in crescita in termini di consumi alimentari.

Gli italiani, purtroppo, sanno bene a cosa mi riferisco. E i dati, da questo punto di vista, sono eloquenti: solo nell’ultimo anno 16,6 milioni di italiani hanno ridotto il consumo di carne, 10,6 milioni quello di pesce, 9,8 milioni la pasta, 3,6 milioni la frutta, 3,5 milioni la verdura. Parallelamente, è crollata la spesa alimentare: negli ultimi 7 anni è diminuita in media del 12,2%, ma nelle famiglie operaie è crollata del 19,4 e tra i disoccupati del 28,4%.

La lotta di classe, insomma, passa per le nostre tavole: le categorie meno abbienti, alle prese con una durissima contrazione dei salari, sono costrette a tagliare anche sull’alimentazione. Un sacrilegio nel Paese del buon cibo, ma anche una strategia – l’unica rimasta – per andare avanti.

Questo scandalo produrrà ovviamente conseguenze negative: se la tavola diventa luogo di iniquità sociale, a rimetterci non è solo il palato. Malattie e obesità, in questo modo, tenderanno sempre più a riguardare le categorie più svantaggiate. Rischiamo di ritrovarci come un paio di secoli fa, quando la miseria rappresentava una condizione immutabile ed ereditaria.

Cerchiamo di pensarci, la prossima volta che qualcuno festeggia uno “zerovirgola” di crescita in più.

A presto,

CR

 

CONTRO L’OBESITÀ LA TASSA SULLE BEVANDE ZUCCHERATE

Soft drink

Cari amici,

dopo gli Stati Uniti, il Messico, la Gran Bretagna, la Francia e l’Ungheria (ma non solo) anche l’Irlanda ha deciso di introdurre un’imposta sulle bevande zuccherate. A partire dall’anno prossimo i prodotti in questione dovrebbero essere tassati del 20%. Malgrado le proteste di molte aziende, rappresentate dall’Irish Beverage Council, il governo continua imperterrito il suo piano d’azione per contrastare l’obesità, specie quella infantile.
Una misura drastica di questo tipo può servire realmente a migliorare la salute, che che ne dicano alcune multinazionali, come la Coca Cola!
I dati lo confermano: tornando all’esempio irlandese, le bevande zuccherate prive di alcun valore nutrizionale vengono consumate dal 53% dei bambini di quattro anni e dal 75% di quelli compresi tra i cinque e i diciotto anni d’età.
Ovviamente le aziende produttrici, tirando acqua al proprio mulino, spostano abilmente il problema dichiarando che un aumento dei prezzi danneggia il consumatore. Cosa non del tutto vera, perché in Gran Bretagna il provvedimento colpisce le aziende produttrici.
Stupisce però anche la reazione di parte degli esperti attivi in ambito sanitario, che giudicano la tassazione sulle bibite contenenti zuccheri un gesto simbolico irrisorio, insufficiente a contrastare il fenomeno della cattiva alimentazione e dei rischi connessi. Sarà anche così, ma allora: non facciamo più nulla, se anche le iniziative positive vengono bocciate con un certo snobismo accademico!
Non è finita qui, perché oltre a posizioni vagamente e parzialmente sensate c’è anche chi sostiene che alzare i costi di bevande può indurre i consumatori ad acquistare più cibo spazzatura, cioè a comprare i prodotti esenti dalla tassa. Che è come dire: “non aumentate il costo delle sigarette altrimenti i fumatori passeranno ad altre sostanze”! Una logica delirante!
Come sempre, l’Italia arriva in ritardo sulla tabella di marcia. C’era stata una vaga proposta di aumentare di 3 centesimi il prezzo delle lattine, ma poi tutto è passato nel dimenticatoio.
Chiedo al Ministero della Salute di pronunciarsi al più presto. In un contesto europeo che sembra muoversi almeno su alcune questioni, come quella alimentare, verso soluzioni comuni e condivise, questo è uno dei casi in cui seguire Paesi come il Regno Unito può rappresentare davvero un punto di svolta.

A presto,

CR

ATTENZIONE AL CIBO SPAZZATURA PROMOSSO SUI SOCIAL!

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Cari amici,

vorrei parlarvi oggi di un argomento purtroppo poco “cliccato” qui in Italia: l’adescamento illecito sui social di alcuni produttori che sponsorizzano cibo spazzatura ai piccoli seguaci del web, i bambini.
A dirlo è una ricerca pubblicata dalla irlandese Irish Heart Foundation, che ha puntato i riflettori sulle aziende produttrici di “junk food” (cibo non salutare), come Coca-Cola, o l’irlandese Tayto.
Dagli sponsor camuffati da aggiornamenti alla grafica accattivante per ottenere più condivisioni, “likes” e tag possibili, le multinazionali indirizzano le loro pubblicità ai bambini, all’insaputa dei genitori. Ma ci sono metodi anche più sofisticati – o subdoli, se preferite – ad esempio, ingaggiare le “celebrities”, campioni dello sport o stelle del grande schermo apprezzati dal pubblico di minori.
Ma quanto condiziona davvero Fb e, in generale, il mondo del web? A quanto pare, i social condizionano molto più di quanto credessimo, se pensiamo che per una campagna di Coca-Cola in Francia, Facebook ha rappresentato il 2% dei costi di marketing e il 27% degli incrementi di vendite.
In generale, l’influenza di Internet è molto forte sulle decisioni d’acquisto, sopratutto per i prodotti di elettronica ed elettrodomestica. Ma anche per altri settori, come abbigliamento, automobili e prodotti alimentari non è tanto diverso. Un po’ di tutto, insoma.
Se il primo posto spetta al web come canale che maggiormente influenza i consumatori, il potere persuadente dei social network in Italia negli ultimi anni non è mai stato così forte. Il report Total Retail Survey 2016 di Pwc ha mostrato come l’84% del campione intervistato è stato condizionato dall’utilizzo dei social media nelle proprie scelte in fatto di shopping. Nella metà dei casi, inoltre, la ricezione di offerte promozionali tramite social media ha influenzato il comportamento di acquisto online.
Se questo avviene per un pubblico adulto, figuriamoci per i minori: ancor più esposti e con meno difese!
Rivolgo, quindi, un appello ai genitori: controllate con più attenzione la navigazione su internet dei vostri figli. Non parliamo dell’acquisto dell’ultimo videogioco in voga, ma di merendine, bevande, dolciumi vari che potrebbero danneggiare la salute dei vostri figli.

A presto,

CR

COME EVITARE DI SPRECARE CIBO

Food waste on compost heap

Cari amici,


vorrei evitarvi la solita ramanzina sul cibo, ma non posso non spendere almeno qualche parola sull’argomento. Parto col darvi qualche dato: dal 1974 a oggi lo spreco alimentare nel mondo è aumentato del 50%. In Italia non siamo messi meglio: nel giro di un anno, il cibo “buttato” avrebbe potuto soddisfare il fabbisogno alimentare di tre quarti della popolazione italiana. Un anno di spreco alimentare in Italia, infatti, sfamerebbe più di 44 milioni di persone.
Vogliamo continuare a sottovalutare il problema? Non credo ci convenga (e non solo per il portafoglio).

Come togliersi il vizio di gettare nella pattumiera alimenti il più delle volte nemmeno aperti? Credo che non sempre sia una questione di cattive abitudini o – peggio ancora – di mancato rispetto per il cibo.
Un errore molto comune, ad esempio, è la confusione che si fa tra scadenza e termine minimo di conservazione. Per molti sono etichette interscambiabili, per cui la data del termine minimo diventa automaticamente quella di scadenza, con il risulato che il prodotto in questione viene automaticamente buttato.
E, invece, con la dicitura: “da consumarsi preferibilmente entro” si indica la data fino alla quale il prodotto alimentare conserva le sue proprietà specifiche in adeguate condizioni di conservazione. Mentre la data di scadenza (“da consumarsi entro”) è la data entro la quale il prodotto va necessariamente consumato. Controllare e rispettare la modalità di conservazione evita processi di degradazione del prodotto, specie nella stagione calda.
Basta un po’ di buon senso: controllare le stelle del proprio frigo. Durante l’estate il termostato deve essere spostato su una temperatura più fredda. Evitate di aprire e chiudere il frigo di frequente, il rischio è di fare salire troppo la temperatura, finendo per scongelare i cibi.
A proposito di cibi congelati, quando andate a fare la spesa comprateli per ultimi. Mentre una volta tornati a casa, riponeteli in frigo per primi. Coerentemente a questa logica vale il detto: “prima dentro prima fuori”, cioè, consumare innanzitutto i prodotti – come carne o pesce – che sono stati riposti per primi in frigorifero.

Passiamo ora ai prodotti da conservare a temperatura ambiente (pasta, biscotti): vietata qualsiasi esposizione al sole! Il cibo non prende la tintarella, per cui meglio non riporli in zone ad alte temperature.

E, una volta aperti i prodotti, metteteli in un contenitore chiuso.
Infine, quando volete comprare della frutta o della verdure, “evitate gli estremi”, devono avere il giusto grado di maturazione.
Questi, in sintesi, gli accorgimenti generali validi per ognuno.
Vorrei, però, anche rivolgermi alle mense scolastiche, ai ristoranti, a tutti quei punti di ristoro dove il cibo viene spesso buttato, nonostante sia in buono stato. Ci sono onlus e associazioni che della cultura degli scarti (alimentari) hanno fatto la loro mission. Un esempio virtuoso, Equoevento, che recupera e dona – nell’arco della stessa giornata – le eccedenze alimentari a enti caritatevoli, case famiglia, poveri e bisognosi.
Liberarsi dalla logica dello spreco a tutti i costi è un’azione di che rispetta il fondamentale principio di sostenibilità, dove “da potenziale rifiuto il cibo in eccesso diventa importante risorsa”.

Se proprio dobbiamo gettarlo, perché non donarlo?

A presto,

CR

5 consigli per la spesa al supermercato

Cari amici,

quante volte vi sarà capitato di entrare in un supermercato con l’intenzione di comprare solo il pane e il latte e di arrivare, infine, alla cassa, con il carrello pieno? Tranquilli, non è solo “colpa” vostra. Ci sono, infatti, precise strategie messe in atto dalle aziende per spingere i consumatori ad acquistare prodotti in realtà non necessari.

Ecco, quindi, qualche consiglio utile per evitare di essere “beffati” da quello che potremmo definire il “marketing da scaffale”:

  • Consiglio n. 1: fate attenzione

    Occhio, in particolare, ai cartelloni posti in alto lungo i corridoi e alle offerte (3×2) evidenziate con adesivi rossi.

  • Consiglio n. 2: non sottovalutate il posizionamento dei prodotti

    Alcune ricerche hanno, infatti, dimostrato che si tende ad acquistare seguendo il modo in cui si legge, nel nostro caso, da sinistra verso destra. Fateci caso, i prodotti più costosi si trovano spesso sul lato sinistro degli scaffali, mentre quelli economici e, quindi, più convenienti, a destra.

  • Consiglio n. 3: non fatevi “tentare” dal corridoio centrale
    Proprio al centro del supermercato vengono collocati i prodotti più “cliccati”. Mentre gli alimenti di maggior consumo, quelli primari, come pane, latte e uova, si trovano sempre in fondo, costringendo il consumatore a varcare quel paese dei balocchi dal quale è difficile scappare.

  • Consiglio n. 4: non perdete tempo
    Sembrerà banale ribadirlo, ma i grandi magazzini in generale, e quindi anche i supermercati, tendono a rendere l’ambiente il più confortevole possibile. Oltre alla musica da sottofondo, ci sono altri sistemi studiati ad hoc per in/trattenere il consumatore all’interno.
    Ad esempio, sapete perché frutta e verdura sono sempre posizionati all’ingresso? Servono a trasmettere l’idea di un ambiente fresco, pulito e igienico, aumentando il nostro senso di fiducia, che ci indurrà a spendere di più, e volentieri.

  • Consiglio n. 5: occhio alla lista

    Attenervi scupolosamente all’elenco che avete compilato è l’unico vero modo per spendere poco, portando a casa solo ciò che vi serve.

A presto,

CR

Le grane del grana

Cari amici,

come si suol dire, al peggio non c’è mai fine! Dopo l’olio non extravergine e la pasta con pesticidi, è il turno del latte e dei formaggi contaminati con le aflatossine.

Il tutto è partito dal rifiuto da parte dell’azienda casearia Ambrosi e della Centrale del Latte di Brescia di acquistare partite di latte con valori fuori norma.

A questo “no” è seguita la segnalazione dell’Asl alla Procura di Brescia che ha dato il via alle indagini. Da giorni i Nas stanno effettuando verifiche e controlli in molte aziende lattiero-casearie di Brescia, Mantova e Cremona. Il risultato? Oltre 60 persone – tra produttori e allevatori – iscritte nel registro degli indagati per “adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari”. In sostanza, questi signori avrebbero messo in commercio latte, destinato alla produzione di formaggi, contenente unGrana-Padano-prodotto-con-latte-contaminato-sequestrate-4mila-formea percentuale di aflatossine superiore ai limiti consentiti dalla nostra cara Unione Europea, limiti tra l’altro bassissimi (50 nanogrammi per litro).

Per chi non lo sapesse, le aflatossine non sono altro che funghi parassiti che si generano sui cereali (come il mais), su alcuni semi oleaginosi (come le arachidi), spezie, granaglie, frutta secca ed essiccata, e sono particolarmente dannose per la nostra salute. Come scrive l’Istituto Superiore di Sanità, “fra le 17 aflatossine finora isolate, solo cinque sono considerate rilevanti sia per diffusione sia per tossicità: le aflatossine B1, B2, G1, G2 e la aflatossina M1”. La B1 è la più pericolosa, tant’è che già nel 1993 era stata inserita dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro nel Gruppo 1 degli “agenti cancerogeni per l’uomo”.

Ma, tornando all’inchiesta, gran parte di questo latte contaminato era destinato alla produzione di Grana Padano che, secondo quanto dichiarato dal Consorzio, non avrebbe ancora raggiunto gli scaffali del supermercato. Il problema emerso in questi giorni sarebbe invece un altro: alcuni caseifici lo avrebbero utilizzato per produrre mozzarelle e ricotte finite nella filiera della distribuzione e arrivate sulle tavole di ignari consumatori. Prodotti che non sarebbero stati messi in vendita sugli scaffali dei supermercati, ma consegnati direttamente a ristoranti e trattorie.

Anzi, sembra che alcune aziende furbette abbiano comperato il latte contaminato ben sapendo della presenza di aflatossine – pagandolo tra l’altro un quarto del valore di mercato – per poi annacquarlo e far scendere la percentuale di micotossine sotto i limiti di legge.

Certo è che notizie di questo genere mi rattristano molto. In un periodo in cui l’Italia fatica ad uscire dalla crisi economica, in cui la fiducia dei consumatori sale ma i consumi sono sempre gli stessi, in cui le aziende faticano a tirare avanti, questo genere di condotte non aiuta. Capisco che dal governo non arrivino incentivi sufficienti e che le tasse affossino qualunque buon proposito ma ingannare il consumatore non può certo essere la soluzione!

Puntare sul Made in Italy, sulla qualità dei prodotti dovrebbe non solo essere la priorità ma anche la chiave per riuscire a restare a galla!

A presto,

CR

Niente più sprechi!

Cari amici,

ogni tanto giunge inaspettatamente qualche buona notizia. Mi riferisco alla legge contro gli sprechi alimentari approdata oggi alla Camera.
L’insistenza di numerose associazioni hanno spinto il Governo a darsi una mossa, e ammetto che (stavolta) la proposta di legge antispreco presentata dalla deputata del Pd, Maria Chiara Gadda, promette bene. La nusprechi alimentariova norma oltre a promuovere un uso equilibrato e consapevole delle risorse, prevede anche il recupero di prodotti da distribuire alle associazioni di volontariato. Un ulteriore passo in avanti riguarda, poi, l’abbattimento di tutti quei cavilli burocratici quando si tratta di raccogliere, e di donare, non solo cibo, ma anche farmaci. Chi vuol far del bene può finamente tirare un sospiro di sollievo!
Finora, infatti, qualsiasi ente (supermercato, ristorante o impresa) che intendesse donare il cibo rimasto doveva fare una dichiarazione preventiva cinque giorni prima della donazione. Grazie alla nuova legge, basterà, invece, una dichiarazione “riepilogativa” a fine mese, ovviamente garantendo la tracciabilità di ciò che è stato dato.
In effetti, punire serve a ben poco, se non viene favorito chi, al contrario, è pronto a elargire. Certo, bisogna lavorare anche su un altro fronte, cioè, recuperare quella cultura del cibo che non considera gli alimenti recuperati dei rifiuti, degli scarti da gettare, ma, al contrario, un bene di qualità da utilizzare. Pensate che in Italia, ogni anno lo spreco alimentare ammonta a 12 miliardi di euro!
Altro punto interessante delle legge è poi la differenza tra data di scadenza e il termine minimo di conservazione. In pochi lo sanno, ma i prodotti con la dicitura ‘da consumarsi preferibilmente entro’ possono essere usati anche dopo la scadenza.
Tra le altre novità: la possibilità di distribuire beni alimentari confiscati e uno sconto sulla tassa dei rifiuti per le attività produttive e commerciali, che dovranno pagare (di meno) in base alla quantità di cibo donato. Infine, un pacchetto di fondi da stanziare: l’incremendo di 2 milioni di euro per il 2016 da destinare al Tavolo indigenti, che lavora gomito a gomito con enti caritativi, organizzazioni agricole per l’acquisto di derrate alimentari e imprese industriali. C’è, poi, il fondo di 1 milione di euro all’anno per tre anni (2016-2018) che fa capo al ministero dell’Agricoltura e finanzia progetti relativi al packaging intelligente antispreco. L’altro fondo, sempre da 1 milione di euro, viene emesso dal ministero dell’Ambiente per promuovere nei ristoranti l’uso di contenitori per gli avanzi, le “family bag”, utili per chi voglia portarsi il cibo a casa. Purtroppo quella che dovrebbe diventare una prassi consolidata è ancora legata all’iniziativa del singolo consumatore, ma in alcune aree già ci sono esempi positivi (in Veneto, ad esempio, sperimentano da tempo la family bag).
Non ci resta, dunque, che aspettare i voti favorevoli e, tra qualche giorno, il passaggio al Senato. Per restare in ambito culinario, vi saluto con un brindisi alla legge antispreco!

A presto,
CR

Italians do it better!

Cari amici,

gli italiani lo fanno meglio! Che cosa? Tutto, dal pane al formaggio, dal latte alla pasta. Eppure la maggior parte dei prodotti, orgoglio del nostro Made in Italy, sono realizzati con materie prime non italiane. Coldiretti ci dice che un pacco di pasta su tre contiene grano prodotto all’estero, così come il 50% del pane venduto nel nostro Paese è fatto con grano straniero. Lo stesso vale per l’olio d’oliva e per i prodotti della filiera lattiero-casearia.

Per questo, qualche giorno fa, gli agricoltori pugliesi della Coldiretti, ormai esasperati, hanno deciso di attivarsi organizzando una manifestazione di protesta al porto di Bari dove, la scorsa settimana, hanno attraccato quattro navi con a bordo tonnellate di grano straniero. Per la precisione, sono 800mila le tonnellate di grano che ogni anno arrivano in Italia da Australia, Canada, Ucraina, Bangladesh, Sud America, Messico, Arizona e Texas per produrre la nostra pasta!

Grano a buon mercato senza dubbio, ma il rischio – oltre a quello di trovarsi in tavola un bel piatto di maccheroni ai pesticidi – è che quello italiano perda di valore, causando danni incalcolabili alle 300mila aziende agricole italiane che operano in questo settore.

La situazione sul fronte “latte” non è certo delle migliori.

Analoghe proteste si sono levate dalle stalle della pianura torinese perché: “quando vediamo camion ceki, polacchi, bulgari, oltre a quelli targati Francia e Germania, scaricare latte nei caseifici piemontesi per poi trasformarlo in formaggio italiano dobbiamo far qualcosa prima di soccombere”. Inoltre, non solo il latte italiano viene pagato ben al di sotto dei costi di produzione ma è vero latte: controllato e fresco. Quello proveniente dall’estero è una “specie” di latte, pastorizzato, micro-filtrato con sostanze chimiche mescolate a conservanti e privo di proprietà nutritive.

In assenza di tutele e supporto alle aziende agricole italiane, l’unica cosa che possiamo fare noi consumatori è imparare a leggere l’etichetta così da acquistare solo prodotti 100% italiani, aiutando nel nostro piccolo le tante aziende in crisi.

A presto,

Carlo

Che spreco, lo spreco alimentare!

Cari amici,

in occasione della Giornata Nazionale di prevenzione dello spreco alimentare che si celebra oggi, 5 febbraio non intendo fare rimproveri paternalistici come: “non buttate mai via niente”, “svuotate il piatto”, o “pensate ai bambini del Terzo mondo che muoiono di fame”. Sono espressioni ormai superate che lasciano un fastidioso retrogusto moralistico. Non posso, allo stesso tempo, tacere le cifre da capogiro quando si parla di avanzi alimentari.

Nel mondo ogni anno si spreca cibo per mille miliardi di dollari, se poi si aggiungono i costi legati all’acqua e all’impatto ambientale si arriva anche a 2.600 miliardi! Ma anche in Italia non si scherza: ogni settimana si gettano in media 7 tonnellate di cibo. L’ultimo Rapporto Waste confermerebbe le cattive abitudini alimentari degli italiani: il cibo domestico buttato vale circa 8,4 miliardi di euro all’anno, che – facendo due calcoli – equivalgono a 6,7 euro settimanali a famiglia per 650 grammi. A rimetterci, oltre che le tasche, è sopratutto l’ambiente: risorse naturali ormai inutilizzabili e montagne di rifiuti da smaltire.

In mezzo a tanta incuranza c’è però un dato positivo: 1 consumatore su 2 nel nostro Paese è disposto a spendere un po’ di più pur di ridurre lo spreco. Mi riferisco al packaging, l’imballaggio di qualità che conserva il prodotto a lunga durata. Segno di un cambiamento di rotta? Così sembrerebbe, visto che fioriscono iniziative e gruppi di lavoro da parte di enti e associazioni volte a prevenire e a combattere lo sperpero alimentare.

Proprio ieri a Roma Last Minute Market, la società che nasce da un gruppo di ricercatori dell’Università di Bologna ha presentato la campagna europea, dal titolo “Spreco zero”, con l’intento di sensibilizzare e modificare la cultura dei consumatori, ma anche i comportamenti delle imprese addette alla produzione e alla distribuzione.

Come non citare poi Equoevento, sorta solo nel 2013, ma già molto operativa nei centri in cui è presente (Roma, Milano e Torino). L’associazione ha inventato una nuova formula, quella di raccogliere gli avanzi di eventi come matrimoni, battesimi – in altre parole – tutte quelle occasioni da banchetti interminabili, per poi consegnarli prontamente agli enti di beneficenza. Un bel modo per aggirare l’ostacolo: gestire lo spreco, materialmente “raccogliendolo”, in linea con quanto già sostenuto dalla Legge Antisprechi, entrata in vigore dal 2008.

I timidi segnali di una crescente sensibilità, tuttavia, risultano ancora ben lontani da una diffusa cultura della tutela e conservazione alimentare priva di eccessi, specie in ambito domestico. Un ossimoro per un Paese che eccelle in gusto per il cibo, tema centrale anche dell’Esposizione Universale conclusasi a Milano solo qualche mese fa. Ad maiora, dunque, sempre!

Un saluto,

Carlo