Category Archives: Alimentazione

APPUNTI DAL FORUM DELL’AGRICOLTURA DI CERNOBBIO

applauso

Qualche appunto sul Forum di Cernobbio di questi giorni, sulla base delle mie osservazioni.

Al Forum dell’Agricoltura, oggi Coldiretti ha dato voce alla Philip Morris. Il suo ad Sidoli, con grande orgoglio, prevede 200 milioni di fumatori in più ed esalta il grande business del tabacco in agricoltura. Tutto fantastico: l’unica cifra che gli sfugge riguarda gli 80000 morti all’anno – per causa diretta o indiretta – prodotti dal fumo.

L’unica speranza è rappresentata dal progetto di sostituire alla sigaretta un sistema IQOS non nocivo. I consumatori, da anni in guerra contro il veleno del fumo, attendono fiduciosi MA CON POCHE SPERANZE.

Dopo il tabacco la parola al reduce di 4 guerre mondiali che esalta l’esposizione della sua fondazione a New York: qui, egli mette in mostra i bellissimi parchi italiani e li presenta al mondo. Bene, bravi, bis. Peccato che non parli anche dello sfascio totale dei parchi pubblici e nazionali, abbandonati o inattivi da decenni senza che nessuno muova un dito per impedirlo.

Il reduce, per dovere di completezza, è Alfonso Pecoraro Scanio.

Ancora: l’ad di Conad – per giustificare e non criminalizzare il grano straniero, con cui forse è fatta la sua pasta – ricorda che Alinari raffigurava a inizio secolo le navi di grano dall’Ucraina: dimentica però il resto, su cui cala un silenzio assoluto. E il resto non è di poco conto: quello che conta, e che andrebbe raccontato, è il modo in cui come viene coltivato il grano italiano, e a maggior ragione quello ucraino. Quest’ultimo, per noialtri, è un vero e proprio mistero: chissà che genere di trattamenti vengono eseguiti laggiù, mentre noi beatamente lo ignoriamo.

Infine. Il segretario generale Vincenzo Gesmundo interviene replicando a Conad e mette tutti in riga ricordando che se nel grano c’è il glifosato questo non corrisponde ai desideri dei consumatori. Il glifosato, infatti, si criminalizza da solo. In conclusione Gesmundo annuncia un importante contratto di filiera con il gruppo Casillo, il più grande importatore di grano del nostro Paese, per valorizzare il grano duro italiano – insieme a un altro relativo alla filiera della carne con Cremonini.

CR

L’ETICHETTA A SEMAFORO NON CI PIACE PER NIENTE

Etichette-Semaforo

Il sospetto dovrebbe venire anche ai consumatori meno attenti. Improvvisamente, le sei sorelle del Big Food (Coca-Cola, Mars, Mondelez, Nestlé, Pepsi e Unilever) hanno deciso di adottare il modello dell’etichetta a semaforo.

Di cosa si tratta? L’idea viene dalla Gran Bretagna. In pratica, questo sistema si chiama così perché prende spunto dai colori dei semafori stradali: il rosso, il giallo e il verde. Lo scopo sarebbe (sarebbe, appunto) quello di indirizzare i consumatori verso alimenti confezionati più “salutari”.

  • Bollino verde: identifica gli alimenti da preferire perché salutari (ingredienti ricchi di fibre e nutrienti, poveri o privi di grassi saturi, zuccheri e sale aggiunti);

  • Bollino giallo: identifica quei prodotti “intermedi” poiché, pur non presentandoli in dosaggi elevati, contengono grassi, sale e zuccheri che li rendono maggiormente calorici;

  • Bollino rosso: indica tutti quei prodotti (da evitare) con alto apporto calorico, ricchi di grassi saturi, zuccheri e sale aggiunti e poveri di fibre.

CHI E’ PRO. I favorevoli a questa misura non sono pochi: tra loro, in primo luogo, troviamo una lobby particolarmente potente: le multinazionali. Per i grandi gruppi del food, infatti, la questione dell’etichetta è cruciale: si stanno giocando un business mondiale da 570 miliardi di dollari, e un mercato da 700 milioni di consumatori (come quello europeo) è un boccone davvero ghiotto.

A favore del Traffic Light Labelling System troviamo anche alcuni addetti ai lavori: sostengono che l’etichetta a semaforo faccia paura “perché funziona”. I consumatori riuscirebbero a capire tramite questo strumento “cosa significa l’indicazione nutrizionale relativa alle quantità di zucchero, sale e grassi”, in modo da “orientare il proprio comportamento alimentare”. E tra le altre cose, il sistema avrebbe il pregio di essere semplice e immediato.

CHI E’ CONTRO. I contrari sono tanti, e io mi iscrivo a pieno titolo in questo schieramento. Personalmente, infatti, non ho alcun dubbio.

Non è solo per il fatto (già di per sé grave) che molte eccellenze italiane finirebbero nella lista degli alimenti dannosi, con conseguenze sulle vendite: tanto che il prosciutto di Parma, bollato con il rosso in Inghilterra, ha registrato una flessione clamorosa (a tutto vantaggio indovinate di chi? Ma certo, delle multinazionali dell’alimentare!). Non è solo per l’assurdo risultato di promuovere prodotti come la Coca-Cola Light (solo perché presenta poche calorie) senza portare il consumatore a riflettere sulle ragioni del minor apporto calorico (basta sostituire gli zuccheri con edulcoranti, aspartame e acesulfame K, e il gioco è fatto!). C’è dell’altro, e riguarda il principio della libertà di scelta dei cittadini.

LIBERTÀ DI SCELTA? I consumatori, infatti, sarebbero sviati e condizionati nelle loro scelte economiche dalle indicazioni fuorvianti contenute nelle etichette: i colori rosso, giallo e verde delle etichette apposte sulle confezioni sono assolutamente inadatti a fornire informazioni esaustive circa le caratteristiche nutrizionali del bene in vendita, e semplificano le cose in modo addirittura grottesco, distorcendo le “normali” scelte dei cittadini. In questo modo, tutta la possibilità di decidere autonomamente cosa comprare (almeno, quella che ci rimane tra gli scaffali dei supermercati, dominati dal marketing) verrebbe influenzata – premiando alcuni prodotti, invece di altri.

Si tratterebbe di “un’informazione visiva che finisce per escludere dalla dieta alimenti sani come i prodotti a denominazione di origine Dop e Igp, per promuovere, al contrario, il cibo spazzatura come le bevande gassate senza zucchero, ingannando i consumatori rispetto al reale valore nutrizionale”, come denunciato da Coldiretti.

COSA FACCIAMO. Se 6 grandi multinazionali stanno pressando l’Europa per l’adozione del sistema in etichetta, una ragione c’è. È proprio per questo che non esiteremo a presentare una miriade di esposti in procura per truffa se le aziende immetteranno in commercio prodotti alimentari con il semaforo in etichetta. Non solo: contro i marchi alimentari che applicheranno il semaforo lanceremo una campagna di boicottaggio, per convincere i consumatori italiani a non acquistare i loro prodotti.

Con la nostra salute non si scherza. E neanche con la nostra intelligenza.

SCHISCETTA-GATE

bambini cibo

Tutto è cominciato (si fa per dire) ormai un anno fa. Così titolavano i giornali, intorno alla fine di giugno del 2016:

leggo titolo

L’elenco delle segnalazioni sulla qualità dei cibi distribuiti all’interno delle mense scolastiche italiane si era ingrossato a dismisura. A leggerlo, è impossibile reprimere il disgusto: riso “che sa di colla”, improbabili frittate “dal fondo verde”, yogurt dal sapore “strano”, pane “di marmo” o con la muffa, animaletti (?) nell’insalata.

I FURBETTI DELLE MENSE.

I furbetti delle mense, democraticamente distribuiti da un capo all’altro della penisola, adottavano trucchi più o meno ricorrenti: cibi scaduti o congelati spacciati per freschi, alimenti normalissimi presentati come biologici, pietanze comunitarie rietichettate alla bell’e meglio come “made in Italy” e Dop. Tanto, chi se ne accorge?

L’alimentazione nelle scuole nascondeva quindi una vera e propria galleria degli orrori. Un caso su tutti: in una mensa scolastica del Cuneese, sospeso dal Nas di Alessandria per gravi carenze igienico-sanitarie e strutturali, si contavano muffe alle pareti, esfoliazioni di intonaci nella cucina, piani di lavoro sporchi. Il “potenziale rischio per la salute dei minori”, in un ambiente così, diventa quasi una certezza.

IRREGOLARE UNA MENSA SU 4.

Di fronte a questo sfacelo, il Ministero della Salute era intervenuto, disponendo verifiche a campione dei Nas. Esito, ovviamente, disastroso: su 2.678 controlli eseguiti, 670 strutture risultavano non conformi. Una su quattro. Numeri clamorosi, e ovviamente inaccettabili per un Paese civile (ma lo siamo ancora?).

E OGGI?

La questione è scottante, perché riguarda la salute dei più piccoli. Anche per questo ci saremmo aspettati provvedimenti immediati, e invece niente: le linee guida nazionali erano “in arrivo” nell’ottobre 2016, prima – come al solito – della caduta del Governo con relativo stop. Ora la ministra Fedeli ci assicura che ci sta lavorando, e noi lo speriamo: ma a oggi, siamo ancora bloccati.

Anche per questo l’iniziativa è passata ai genitori, che – di fronte alla giungla di prezzi delle mense italiane, e alla qualità altalenante (quando va bene) dei servizi – hanno deciso di fare da sé. Sono serviti i tribunali, ma alla fine la battaglia avviata dal “Comitato Caro Mensa” di Torino è stata premiata: peccato che, in cambio, ai bambini che portano la “schiscetta” sia stata negata l’acqua in caraffa.

PANINO LIBERO.

Per me, c’è poco da discutere: i bambini devono potersi portare da casa il pranzo, senza dover necessariamente mangiare il cibo propinato dalle mense scolastiche. A maggior ragione se, come emerso, è di qualità clamorosamente bassa.

Adesso, però, è necessario che il Ministero dell’istruzione dia disposizioni precise a tutte le scuole italiane affinché sia possibile esercitare liberamente questa possibilità. Chiediamo che venga messo a disposizione una spazio apposito dove i bambini possano consumare il cibo portato da casa, o che non vengano esclusi dalla mensa comune solo perché hanno il “loro” cibo (il che ricorda molto una misura punitiva..).

Questo, infatti, è quello che è accaduto a Milano.

«Una mamma, Marilù Santoiemma, anche portavoce dei genitori delle commissioni mensa, comunica la rinuncia al servizio di refezione della società comunale Milano Ristorazione e manda la figlia a scuola con la schiscetta nello zaino: “Tonno di Sicilia, pomodoro bio del mio orto e pane integrale”, dice soddisfatta. E racconta che cosa succede a scuola: “Il primo giorno la bimba entra in mensa, il secondo la mandano in un’aula con la bidella, il terzo la preside la porta in mensa ma in un tavolo separato. Poi interviene il Comune e niente più refettorio”.

E LE MENSE?

Ciò detto, non si può accettare che i prezzi delle mense scolastiche, e i servizi erogati, siano così variabili da Aosta a Palermo: serve una linea comune. Dagli oltre 128 euro mensili di Livorno e Ferrara ai 45 euro di Roma e ai 32 di Barletta, stando ai costi rilevati da Cittadinanzattiva, la differenza è davvero troppa. Senza contare gabelle, tasse e oboli, che variano da istituto a istituto, da scuola a scuola, magari a distanza di un centinaio di metri.

Qualcuno propone di rendere la mensa un servizio universale, come il cibo negli ospedali: se ne può discutere, se può servire a mettere ordine nel caos attuale.

Un caos che, va ricordato, si ripercuote sulla salute dei più piccoli.

A presto,

CR

PRODOTTI TIPICI DALLE ZONE COLPITE DAL TERREMOTO

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Era doveroso farlo, e lo abbiamo fatto.

Le aziende enogastronomiche del centro Italia messe in ginocchio dall’ondata sismica che ha devastato il territorio, sono infatti sbarcate a Roma per promuovere le produzioni locali e far conoscere a cittadini e turisti le eccellenze tipiche delle zone terremotate.
E’ servito uno sforzo organizzativo notevole, ma ne è valsa la pena. L’iniziativa, promossa dal Codacons e organizzata da Coldiretti con il sostengo di Telepass e della Camera di commercio di Roma, vede impegnate oltre 80 aziende del centro-Italia ospitate presso lo splendido spazio del Cortile del Vignola di Piazza Navona (ingresso adiacente lo Stadio di Domiziano). Qui verranno esposti ai cittadini e ai tanti turisti in questi giorni presenti nella capitale le numerose eccellenze enogastronomiche tipiche dei territori colpiti dal sisma, offrendo così un sostegno concreto a tanti piccoli imprenditori danneggiati dal terremoto.

Per tutti i cittadini della Capitale, per i turisti e i visitatori della Città Eterna, diventa quindi possibile offrire un sostegno diretto alle realtà agricole della zona.
L’esposizione, partita il 15 dicembre, proseguirà fino all’8 gennaio; i visitatori potranno inoltre ottenere agevolazioni per visitare l’adiacente area archeologica dello Stadio di Domiziano. Inoltre, abbiamo deciso di regalare una consulenza legale gratuita a tutti i cittadini che al mercato di Piazza Navona acquisteranno prodotti delle aziende colpite dal terremoto.

In questo modo vogliamo contribuire a sensibilizzare i romani e offrire un aiuto ulteriore a tutti i coltivatori e allevatori di Umbria, Lazio, Marche e Abruzzo.

CR

LA CRISI IN TAVOLA

cibo

Cari Amici,

c’era una volta un momento della giornata che affratellava gli italiani: il pasto. A tavola – chi ha una certa età, come me, lo ricorda bene – le differenze di status sociale e di portafogli semplicemente si annullavano. Tutti, o quasi, potevano permettersi gli alimenti di base: la dieta mediterranea era una sorta di collante sociale, capace di riunire gli italiani da Palermo ad Aosta.

Adesso, invece, la realtà è completamente diversa. Eccezion fatta per i TG, che strenuamente tendono a non accorgersene, lo hanno capito tutti: per la prima volta si parla infatti di “food gap”, di una forbice in crescita in termini di consumi alimentari.

Gli italiani, purtroppo, sanno bene a cosa mi riferisco. E i dati, da questo punto di vista, sono eloquenti: solo nell’ultimo anno 16,6 milioni di italiani hanno ridotto il consumo di carne, 10,6 milioni quello di pesce, 9,8 milioni la pasta, 3,6 milioni la frutta, 3,5 milioni la verdura. Parallelamente, è crollata la spesa alimentare: negli ultimi 7 anni è diminuita in media del 12,2%, ma nelle famiglie operaie è crollata del 19,4 e tra i disoccupati del 28,4%.

La lotta di classe, insomma, passa per le nostre tavole: le categorie meno abbienti, alle prese con una durissima contrazione dei salari, sono costrette a tagliare anche sull’alimentazione. Un sacrilegio nel Paese del buon cibo, ma anche una strategia – l’unica rimasta – per andare avanti.

Questo scandalo produrrà ovviamente conseguenze negative: se la tavola diventa luogo di iniquità sociale, a rimetterci non è solo il palato. Malattie e obesità, in questo modo, tenderanno sempre più a riguardare le categorie più svantaggiate. Rischiamo di ritrovarci come un paio di secoli fa, quando la miseria rappresentava una condizione immutabile ed ereditaria.

Cerchiamo di pensarci, la prossima volta che qualcuno festeggia uno “zerovirgola” di crescita in più.

A presto,

CR

 

CONTRO L’OBESITÀ LA TASSA SULLE BEVANDE ZUCCHERATE

Soft drink

Cari amici,

dopo gli Stati Uniti, il Messico, la Gran Bretagna, la Francia e l’Ungheria (ma non solo) anche l’Irlanda ha deciso di introdurre un’imposta sulle bevande zuccherate. A partire dall’anno prossimo i prodotti in questione dovrebbero essere tassati del 20%. Malgrado le proteste di molte aziende, rappresentate dall’Irish Beverage Council, il governo continua imperterrito il suo piano d’azione per contrastare l’obesità, specie quella infantile.
Una misura drastica di questo tipo può servire realmente a migliorare la salute, che che ne dicano alcune multinazionali, come la Coca Cola!
I dati lo confermano: tornando all’esempio irlandese, le bevande zuccherate prive di alcun valore nutrizionale vengono consumate dal 53% dei bambini di quattro anni e dal 75% di quelli compresi tra i cinque e i diciotto anni d’età.
Ovviamente le aziende produttrici, tirando acqua al proprio mulino, spostano abilmente il problema dichiarando che un aumento dei prezzi danneggia il consumatore. Cosa non del tutto vera, perché in Gran Bretagna il provvedimento colpisce le aziende produttrici.
Stupisce però anche la reazione di parte degli esperti attivi in ambito sanitario, che giudicano la tassazione sulle bibite contenenti zuccheri un gesto simbolico irrisorio, insufficiente a contrastare il fenomeno della cattiva alimentazione e dei rischi connessi. Sarà anche così, ma allora: non facciamo più nulla, se anche le iniziative positive vengono bocciate con un certo snobismo accademico!
Non è finita qui, perché oltre a posizioni vagamente e parzialmente sensate c’è anche chi sostiene che alzare i costi di bevande può indurre i consumatori ad acquistare più cibo spazzatura, cioè a comprare i prodotti esenti dalla tassa. Che è come dire: “non aumentate il costo delle sigarette altrimenti i fumatori passeranno ad altre sostanze”! Una logica delirante!
Come sempre, l’Italia arriva in ritardo sulla tabella di marcia. C’era stata una vaga proposta di aumentare di 3 centesimi il prezzo delle lattine, ma poi tutto è passato nel dimenticatoio.
Chiedo al Ministero della Salute di pronunciarsi al più presto. In un contesto europeo che sembra muoversi almeno su alcune questioni, come quella alimentare, verso soluzioni comuni e condivise, questo è uno dei casi in cui seguire Paesi come il Regno Unito può rappresentare davvero un punto di svolta.

A presto,

CR

ATTENZIONE AL CIBO SPAZZATURA PROMOSSO SUI SOCIAL!

junk food

Cari amici,

vorrei parlarvi oggi di un argomento purtroppo poco “cliccato” qui in Italia: l’adescamento illecito sui social di alcuni produttori che sponsorizzano cibo spazzatura ai piccoli seguaci del web, i bambini.
A dirlo è una ricerca pubblicata dalla irlandese Irish Heart Foundation, che ha puntato i riflettori sulle aziende produttrici di “junk food” (cibo non salutare), come Coca-Cola, o l’irlandese Tayto.
Dagli sponsor camuffati da aggiornamenti alla grafica accattivante per ottenere più condivisioni, “likes” e tag possibili, le multinazionali indirizzano le loro pubblicità ai bambini, all’insaputa dei genitori. Ma ci sono metodi anche più sofisticati – o subdoli, se preferite – ad esempio, ingaggiare le “celebrities”, campioni dello sport o stelle del grande schermo apprezzati dal pubblico di minori.
Ma quanto condiziona davvero Fb e, in generale, il mondo del web? A quanto pare, i social condizionano molto più di quanto credessimo, se pensiamo che per una campagna di Coca-Cola in Francia, Facebook ha rappresentato il 2% dei costi di marketing e il 27% degli incrementi di vendite.
In generale, l’influenza di Internet è molto forte sulle decisioni d’acquisto, sopratutto per i prodotti di elettronica ed elettrodomestica. Ma anche per altri settori, come abbigliamento, automobili e prodotti alimentari non è tanto diverso. Un po’ di tutto, insoma.
Se il primo posto spetta al web come canale che maggiormente influenza i consumatori, il potere persuadente dei social network in Italia negli ultimi anni non è mai stato così forte. Il report Total Retail Survey 2016 di Pwc ha mostrato come l’84% del campione intervistato è stato condizionato dall’utilizzo dei social media nelle proprie scelte in fatto di shopping. Nella metà dei casi, inoltre, la ricezione di offerte promozionali tramite social media ha influenzato il comportamento di acquisto online.
Se questo avviene per un pubblico adulto, figuriamoci per i minori: ancor più esposti e con meno difese!
Rivolgo, quindi, un appello ai genitori: controllate con più attenzione la navigazione su internet dei vostri figli. Non parliamo dell’acquisto dell’ultimo videogioco in voga, ma di merendine, bevande, dolciumi vari che potrebbero danneggiare la salute dei vostri figli.

A presto,

CR

COME EVITARE DI SPRECARE CIBO

Food waste on compost heap

Cari amici,


vorrei evitarvi la solita ramanzina sul cibo, ma non posso non spendere almeno qualche parola sull’argomento. Parto col darvi qualche dato: dal 1974 a oggi lo spreco alimentare nel mondo è aumentato del 50%. In Italia non siamo messi meglio: nel giro di un anno, il cibo “buttato” avrebbe potuto soddisfare il fabbisogno alimentare di tre quarti della popolazione italiana. Un anno di spreco alimentare in Italia, infatti, sfamerebbe più di 44 milioni di persone.
Vogliamo continuare a sottovalutare il problema? Non credo ci convenga (e non solo per il portafoglio).

Come togliersi il vizio di gettare nella pattumiera alimenti il più delle volte nemmeno aperti? Credo che non sempre sia una questione di cattive abitudini o – peggio ancora – di mancato rispetto per il cibo.
Un errore molto comune, ad esempio, è la confusione che si fa tra scadenza e termine minimo di conservazione. Per molti sono etichette interscambiabili, per cui la data del termine minimo diventa automaticamente quella di scadenza, con il risulato che il prodotto in questione viene automaticamente buttato.
E, invece, con la dicitura: “da consumarsi preferibilmente entro” si indica la data fino alla quale il prodotto alimentare conserva le sue proprietà specifiche in adeguate condizioni di conservazione. Mentre la data di scadenza (“da consumarsi entro”) è la data entro la quale il prodotto va necessariamente consumato. Controllare e rispettare la modalità di conservazione evita processi di degradazione del prodotto, specie nella stagione calda.
Basta un po’ di buon senso: controllare le stelle del proprio frigo. Durante l’estate il termostato deve essere spostato su una temperatura più fredda. Evitate di aprire e chiudere il frigo di frequente, il rischio è di fare salire troppo la temperatura, finendo per scongelare i cibi.
A proposito di cibi congelati, quando andate a fare la spesa comprateli per ultimi. Mentre una volta tornati a casa, riponeteli in frigo per primi. Coerentemente a questa logica vale il detto: “prima dentro prima fuori”, cioè, consumare innanzitutto i prodotti – come carne o pesce – che sono stati riposti per primi in frigorifero.

Passiamo ora ai prodotti da conservare a temperatura ambiente (pasta, biscotti): vietata qualsiasi esposizione al sole! Il cibo non prende la tintarella, per cui meglio non riporli in zone ad alte temperature.

E, una volta aperti i prodotti, metteteli in un contenitore chiuso.
Infine, quando volete comprare della frutta o della verdure, “evitate gli estremi”, devono avere il giusto grado di maturazione.
Questi, in sintesi, gli accorgimenti generali validi per ognuno.
Vorrei, però, anche rivolgermi alle mense scolastiche, ai ristoranti, a tutti quei punti di ristoro dove il cibo viene spesso buttato, nonostante sia in buono stato. Ci sono onlus e associazioni che della cultura degli scarti (alimentari) hanno fatto la loro mission. Un esempio virtuoso, Equoevento, che recupera e dona – nell’arco della stessa giornata – le eccedenze alimentari a enti caritatevoli, case famiglia, poveri e bisognosi.
Liberarsi dalla logica dello spreco a tutti i costi è un’azione di che rispetta il fondamentale principio di sostenibilità, dove “da potenziale rifiuto il cibo in eccesso diventa importante risorsa”.

Se proprio dobbiamo gettarlo, perché non donarlo?

A presto,

CR

5 consigli per la spesa al supermercato

Cari amici,

quante volte vi sarà capitato di entrare in un supermercato con l’intenzione di comprare solo il pane e il latte e di arrivare, infine, alla cassa, con il carrello pieno? Tranquilli, non è solo “colpa” vostra. Ci sono, infatti, precise strategie messe in atto dalle aziende per spingere i consumatori ad acquistare prodotti in realtà non necessari.

Ecco, quindi, qualche consiglio utile per evitare di essere “beffati” da quello che potremmo definire il “marketing da scaffale”:

  • Consiglio n. 1: fate attenzione

    Occhio, in particolare, ai cartelloni posti in alto lungo i corridoi e alle offerte (3×2) evidenziate con adesivi rossi.

  • Consiglio n. 2: non sottovalutate il posizionamento dei prodotti

    Alcune ricerche hanno, infatti, dimostrato che si tende ad acquistare seguendo il modo in cui si legge, nel nostro caso, da sinistra verso destra. Fateci caso, i prodotti più costosi si trovano spesso sul lato sinistro degli scaffali, mentre quelli economici e, quindi, più convenienti, a destra.

  • Consiglio n. 3: non fatevi “tentare” dal corridoio centrale
    Proprio al centro del supermercato vengono collocati i prodotti più “cliccati”. Mentre gli alimenti di maggior consumo, quelli primari, come pane, latte e uova, si trovano sempre in fondo, costringendo il consumatore a varcare quel paese dei balocchi dal quale è difficile scappare.

  • Consiglio n. 4: non perdete tempo
    Sembrerà banale ribadirlo, ma i grandi magazzini in generale, e quindi anche i supermercati, tendono a rendere l’ambiente il più confortevole possibile. Oltre alla musica da sottofondo, ci sono altri sistemi studiati ad hoc per in/trattenere il consumatore all’interno.
    Ad esempio, sapete perché frutta e verdura sono sempre posizionati all’ingresso? Servono a trasmettere l’idea di un ambiente fresco, pulito e igienico, aumentando il nostro senso di fiducia, che ci indurrà a spendere di più, e volentieri.

  • Consiglio n. 5: occhio alla lista

    Attenervi scupolosamente all’elenco che avete compilato è l’unico vero modo per spendere poco, portando a casa solo ciò che vi serve.

A presto,

CR

Le grane del grana

Cari amici,

come si suol dire, al peggio non c’è mai fine! Dopo l’olio non extravergine e la pasta con pesticidi, è il turno del latte e dei formaggi contaminati con le aflatossine.

Il tutto è partito dal rifiuto da parte dell’azienda casearia Ambrosi e della Centrale del Latte di Brescia di acquistare partite di latte con valori fuori norma.

A questo “no” è seguita la segnalazione dell’Asl alla Procura di Brescia che ha dato il via alle indagini. Da giorni i Nas stanno effettuando verifiche e controlli in molte aziende lattiero-casearie di Brescia, Mantova e Cremona. Il risultato? Oltre 60 persone – tra produttori e allevatori – iscritte nel registro degli indagati per “adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari”. In sostanza, questi signori avrebbero messo in commercio latte, destinato alla produzione di formaggi, contenente unGrana-Padano-prodotto-con-latte-contaminato-sequestrate-4mila-formea percentuale di aflatossine superiore ai limiti consentiti dalla nostra cara Unione Europea, limiti tra l’altro bassissimi (50 nanogrammi per litro).

Per chi non lo sapesse, le aflatossine non sono altro che funghi parassiti che si generano sui cereali (come il mais), su alcuni semi oleaginosi (come le arachidi), spezie, granaglie, frutta secca ed essiccata, e sono particolarmente dannose per la nostra salute. Come scrive l’Istituto Superiore di Sanità, “fra le 17 aflatossine finora isolate, solo cinque sono considerate rilevanti sia per diffusione sia per tossicità: le aflatossine B1, B2, G1, G2 e la aflatossina M1”. La B1 è la più pericolosa, tant’è che già nel 1993 era stata inserita dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro nel Gruppo 1 degli “agenti cancerogeni per l’uomo”.

Ma, tornando all’inchiesta, gran parte di questo latte contaminato era destinato alla produzione di Grana Padano che, secondo quanto dichiarato dal Consorzio, non avrebbe ancora raggiunto gli scaffali del supermercato. Il problema emerso in questi giorni sarebbe invece un altro: alcuni caseifici lo avrebbero utilizzato per produrre mozzarelle e ricotte finite nella filiera della distribuzione e arrivate sulle tavole di ignari consumatori. Prodotti che non sarebbero stati messi in vendita sugli scaffali dei supermercati, ma consegnati direttamente a ristoranti e trattorie.

Anzi, sembra che alcune aziende furbette abbiano comperato il latte contaminato ben sapendo della presenza di aflatossine – pagandolo tra l’altro un quarto del valore di mercato – per poi annacquarlo e far scendere la percentuale di micotossine sotto i limiti di legge.

Certo è che notizie di questo genere mi rattristano molto. In un periodo in cui l’Italia fatica ad uscire dalla crisi economica, in cui la fiducia dei consumatori sale ma i consumi sono sempre gli stessi, in cui le aziende faticano a tirare avanti, questo genere di condotte non aiuta. Capisco che dal governo non arrivino incentivi sufficienti e che le tasse affossino qualunque buon proposito ma ingannare il consumatore non può certo essere la soluzione!

Puntare sul Made in Italy, sulla qualità dei prodotti dovrebbe non solo essere la priorità ma anche la chiave per riuscire a restare a galla!

A presto,

CR